Arte contemporanea protagonista assoluta del Museo Madre

Non lontano dalla fermata della metro di Piazza Cavour a Napoli troviamo il Museo Madre, luogo molto caratteristico, ricco di cultura e tanta bellezza. “Madre” è l’acronimo di Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina, inaugurato nel 2005 e ultimato soltanto nel 2007. A partire dal2010 è stata stretta una collaborazione congiunta con un team di operatori scientifici.

La direzione logistica e artistica fu curata dal brillante architetto portoghese Alvaro Siza, invece quest’anno la direzione artistica è passata ad Eva Elisa Fabbris, che ha saputo portare in esposizione artisti del calibro di Kazuko Miyamoto.

Il museo, situato nell’antico palazzo Donnaregina, da cui prende nome, è diviso in tre piani, in base ad ospiti ed esposizioni, infatti al primo troviamo le opere permanenti, create appositamente per spazi ed ambienti del museo, tra queste spiccano l’opera di Francesco Clemente, seguace della transavanguardia, originario partenopeo ma cittadino statunitense, che attraverso i simboli folkloristici della città, ha saputo sviluppare un’opera ricca di dettagli; la seconda è quella di Luciano Fabro, che attraverso l’arte povera ha reso una delle stanze un vero capolavoro, con una nota enigmatica. Il primo piano conserva altre opere di grande caratura, mentre gli altri due sono adibiti alle opere temporanee, come il secondo, dedicato alla mostra dell’artista nipponico Kazuko Miyamoto.

L’arte contemporanea non è di facile comprensione, soprattutto a primo impatto, ma il Madre riesce a lasciare stupito in un modo o nell’altro chiunque lo visiti.

Rocco Angri

Marilisa D’Amico: Parole che separano. Linguaggio, Costituzione, Diritti

Le questioni linguistiche trascinano, smuovono le folle sui social e coinvolgono i media, spesso suscitando sdegni e querelle.

Ne consegue che la grammatica riguarda noi tutti: come assumere posizioni sensate tra isterismo e ragionevolezza?

Le parole, le espressioni, i modi di dire e le consuetudini linguistiche sono divenute sempre più centrali nel dibattito pubblico, soprattutto a seguito delle potenzialità dei social networks.

La possibilità di esprimere pensieri, di qualsiasi natura essi siano, con immediatezza e senza apparenti filtri rappresenta certamente un tratto caratterizzante la società contemporanea e un fenomeno che necessita di essere preso sul serio anche

e, soprattutto, da chi si occupa di verificarne la compatibilità con i principi costituzionali su cui si fonda il nostro ordinamento giuridico.

Da questo punto di vista, la Costituzione credo rappresenti la prima e più importante bussola per orientare i comportamenti dei singoli individui.

La “ragionevolezza” di cui si riferisce nella domanda impone, cioè, di assicurare che sussista sempre un adeguato bilanciamento tra i diritti fondamentali che vengono esposti e che si trovano, assai spesso, contrapposti gli uni agli altri.

La libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero con qualsiasi mezzo, inclusi quindi i nuovi e più diffusi social networks, non potrà mai e non dovrà risolversi in una violazione di altri principi che la Costituzione del nostro Stato salvaguardia con particolare forza. Il riferimento è, per prima cosa, al principio di eguaglianza e di non discriminazione che sancisce l’articolo 3 della nostra Costituzione, così come, più in generale, il rispetto della dignità umana e dei diritti inviolabili di cui riferisce prima l’articolo 2.

Ritengo, detto altrimenti, che, al di là delle specifiche scelte in materia di regolamentazione del fenomeno che qui ci occupa, è fondamentale ispirare qualsiasi intervento legislativo al doveroso rispetto dei principi che riconosce e garantisce la nostra Costituzione.

La stessa ragionevolezza costituisce un principio, che soggiace alla nostra Carta costituzionale ed è ad essa e al punto di equilibrio da tracciare tra principi costituzionali che vengono in rilievo, senza che nessuno ne venga interamente sacrificato, a cui dobbiamo attenersi per favorire una coesistenza pacifica e l’inclusione sociale di tutti e di tutte.

“Famiglia”, “genere”, “matrimonio”, così come “norma”, “natura”, “trasgressione”. L’analisi etimologica e storica di questi termini può contribuire a comprendere la qualità del mutamento in atto?

È sempre importante partire dai significati e dalle definizioni delle parole, che impieghiamo nel nostro linguaggio, scritto e parlato.

Allo stesso tempo, credo sia centrale saper riconoscere che questi stessi significati non possono considerarsi “cristallizzati”, come direbbe la nostra Corte costituzionale.

Piuttosto, dai significati originari è necessario partire per verificarne la persistente attualità entro il contesto sociale, così da potere accogliere nuovi significati, più inclusivi e capaci di riflettere gli inarrestabili mutamenti sociali di cui siamo testimoni ogni giorno.

In definita, potremmo dire, che uno sguardo al passato aiuta sempre a comprendere le origini delle parole, ma non può frenarne l’evoluzione e la capacità delle parole di assumere significati nuovi e diversi in linea con i tratti della società contemporanea.

La polisemia di accezioni, ovvero genere linguistico, biologico e sociale, su cui riflette, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

La domanda potrebbe, credo, essere riformulata concentrandosi sul ruolo che i pregiudizi, o meglio, gli stereotipi assumono entro il contesto sociale.

Certamente, e purtroppo, modi di dire, espressioni, parole e, appunto, stereotipi costituiscono spesso la prima causa di fenomeni sociali quali la violenza.

Penso, soprattutto, alla violenza nei confronti delle donne e delle categorie più svantaggiate, come, ad esempio, le persone con disabilità oppure i e le migranti che arrivano nel nostro Paese dopo viaggi estenuanti ed estremamente pericolosi.

Gli stereotipi, in particolare, possono rivelarsi particolarmente nocivi, perché fissano pregiudizi, spesso negativi, nei confronti di chi è diverso oppure diversa da noi.

Prendendo quale esempio la violenza nei confronti delle donne, non si può certo disconoscere che la costruzione sociale diseguale tra uomini e donne che, spesso, contribuisce a rendere oppure a fare concepire la donna alla stregua di una proprietà dell’uomo non può non essere considerata causa di comportamenti violenti che, purtroppo, costituiscono un fenomeno in crescita nel nostro Paese così come a livello globale.

Le parole, le espressioni e gli stereotipi, aggiungerei, devono essere pesati ed utilizzati con cautela nella piena consapevolezza del loro potere e della loro capacità di influenzare in modo decisivo comportanti e condotte violente, lesive dei diritti fondamentali delle persone.

Lei ripercorre anche la quotidianità linguistica: abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, aprendo una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?

La parola, se utilizzata in modo non lesivo di diritti fondamentali come nei casi citati appena sopra, certamente può e deve assolvere ad una funzione civica.

Ho fatto riferimento alla Costituzione. Anche la Costituzione, come ovvio, ha un proprio linguaggio, fatto di parole ed espressioni ed è a quelle parole, a quelle espressioni che occorre guardare quando si voglia discutere della funzione civica delle parole.

Le parole hanno una forza intrinseca, perché orientano i comportamenti individuali e collettivi. Sta a noi, come cittadini e cittadine, scegliere le parole e le espressioni più “giuste” per favorire la diffusione di un linguaggio rispettoso dei diritti e delle libertà di tutti e tutte e non al contrario violento e offensivo della dignità altrui.

Una discriminazione davvero aggressiva, oggi, è costituita dall’hate speech.

In qual misura i social network hanno acuito il fenomeno?

Sicuramente il discorso d’odio, il c.d. Hate Speech, costituisce una delle conseguenze più gravi legate ad uso delle parole lesivo dei diritti fondamentali.

L’ingresso dei social networks ha sicuramente contribuito ad amplificarne la dimensione quantitativa e qualitativa.

La velocità, l’immediatezza, l’assenza di filtri e di controlli efficaci di tutto ciò che viene espresso e diffuso sui social networks ha reso il discorso d’odio un fenomeno quotidiano e assai complesso da regolamentare.

Si tratta di un fenomeno che non si mantiene ovviamente entro i confini dei singoli Stati, ma che possiede una dimensione globale, che rende necessarie risposte uniformi e, ancora una volta, globali. Risposte difficili da trovare ma di cui molto ci si sta occupando a livello sicuramente europeo.

L’auspicio è che si riesca ad arginare le conseguenze più pericolose di questo fenomeno, senza che si opti per soluzioni che comportino il sacrificio integrale di un diritto, la libertà di manifestazione del pensiero, che la nostra Corte costituzionale ha affermato rappresentare la “pietra angolare” della nostra democrazia.

 

Marilisa D’Amico è professoressa ordinaria di Diritto costituzionale e Prorettrice con delega a Legalità, trasparenza e parità di diritti nell’Università degli Studi di Milano. Come avvocato ha difeso davanti alle Corti italiane ed europee questioni relative ai diritti fondamentali, come quelle sulla procreazione medicalmente assistita, sul matrimonio omosessuale, sulla presenza femminile nelle Giunte regionali. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Una parità ambigua (2020) e Parole che separano (2023).

Giuseppina Capone

Baccalà Village a San Marco Evangelista: un tripudio di sapori , cultura e divertimento.

Prosegue il Baccalà Village, la kermesse gastronomica itinerante dedicata al baccalà, giunta alla sua quarta tappa. L’appuntamento di questo inizio autunno si terrà a San Marco Evangelista (CE), presso l’ampio Polo Fieristico A1 Expo (uscita Caserta Sud), da oggi, Venerdì 29 settembre a domenica 1 ottobre, ingresso libero dalle ore 18 alle 24. L’evento è ideato dallo chef “scellato” (come si autodefinisce) Antonio Peluso, della Locanda del Baccalà di Marcianise. Per questa tappa, Peluso ha previsto due importanti novità: la partecipazione degli chef stellati e delle star dei social, in particolare di TikTok, il pizzaiolo Errico Porzio e lo chef Peppe Di Napoli dell’omonima pescheria e due nuovi piatti da scegliere nelle tre consuete proposte di menu, ovvero il baccalà alla brace e la zuppa di baccalà con patate. Nelle tre classiche proposte di menu, logicamente il baccalà sarà l’ingrediente principale: una prima proposta dove si potrà scegliere un antipasto, un primo tra paccheri con pomodorini, olive e capperi e baccalà, risotto al radicchio, provola e baccalà e ziti alla genovese di mare con baccalà, oltre alla bevanda, al dolce e al caffè. Un secondo menu dove ci sarà sempre un antipasto a scelta e un secondo a scelta tra baccalà fritto con contorno, baccalà in cassuola o gratinato al forno con mandorle, e ovviamente bibita, dolce e caffè, e poi il menu completo con antipasto, primo, secondo, dolce, bibita e caffè. Mentre per gli amanti della pizza ci saranno la pizza bianca e quella rossa, entrambe ovviamente con baccalà. Per coloro che non sono amanti del baccalà saranno a disposizione le stesse proposte gastronomiche, prive però dell’ingrediente protagonista. Tra i dessert, oltre alla consueta sfogliatella classica napoletana e al cioccolatino al baccalà già raccontato da chef Peluso nel suo libro “50 Sfumature di Baccalà”, spicca la novità assoluta della graffa di Zio Savino, food influencer e volto noto televisivo. Venerdì 29 settembre alle 19.30 è in programma un incontro dedicato alla tradizione del baccalà, e moderato dal direttore responsabile della Buona Tavola Magazine Renato Rocco, coi seguenti relatori: il giornalista del Mattino e critico enogastronomico Luciano Pignataro, l’Assessore della Regione Campania all’Agricoltura Nicola Caputo, il Presidente della Provincia di Caserta Giorgio Magliocca, Antonio Limone direttore dell’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno e i sindaci delle precedenti tappe del Baccalà Village 2023. Porteranno poi i saluti istituzionali il sindaco di San Marco Evangelista Marco Cicala e ovviamente il padrone di casa Antimo Caturano, Presidente dell’A1 Expo. “Dopo aver sdoganato questo alimento dal tradizionale consumo invernale, tipico del periodo natalizio, l’obiettivo è dimostrare che si può gustare il baccalà a prezzi popolari, nonostante il periodo che stiamo attraversando e il costo della materia prima. Anche con soli 15, 18 euro, ad esempio”, assicura lo chef Peluso. Il pensiero va già alla quinta e ultima tappa 2023 del Baccalà Village, prevista per il prossimo Natale a Pignataro Maggiore (CE), con cui salutare l’anno e rimandare alla prossima e terza edizione del 2024 con nuove date e tappe tutte da scoprire.
Ivan Matteo Criscuolo

Patrizia Poli: La pietra in tasca

Emily Brontë innalza la scrittura a “pulsazione, respiro, centro assoluto del vivere”. La narrazione in poesia e prosa da intendersi come rifugio paradisiaco?

Per Emily la scrittura era una fuga di libertà nella fantasia, una trascendenza romantica, e la poesia uno sfogo privatissimo. Ma non fuggiva dalla realtà quotidiana che amava oltre ogni dire. Adorava il luogo in cui viveva, la propria famiglia e i lavori umili che volentieri svolgeva nell’ambito domestico. Tuttavia la sua immaginazione, il suo cuore potente, la sua sensibilità sentimentale la spingevano verso lidi di gloria, di passione, tormento e turbamento, dove tutto era possibile e non esistevano mezze misure. Non cercava il paradiso, lo aveva già a portata di mano, le bastava guardare fuori della finestra. Cathy, nel romanzo, ha un incubo in cui si trova nel regno dei cieli e piange disperata perché vuole tornare sulla terra, nella brughiera e fra le braccia di Heathcliff, non certo un angelo, piuttosto un demonio che solo lei sa domare.

Può fornire degli elementi circa il contesto familiare e sociale in cui l’autrice ha scritto e vissuto?

Emily ha vissuto un’esistenza tragica ma quieta, in una famiglia che la amava e non era così rozza o isolata come poi si è voluto far credere. Figlia d’intellettuali, autodidatta come i suoi fratelli, ha poi perfezionato gli studi, anche all’estero. A Haworth non c’erano grandi distrazioni ma si leggeva, si dipingeva, si suonava, si commentavano le notizie politiche e sociali. Purtroppo un’atmosfera di morte ha accompagnato questa famiglia, a partire dal luogo dove i fratelli sono cresciuti, circondato da cupe pietre tombali, fino ai drammatici fatti che li hanno strappati al mondo nel fiore degli anni, uno dopo l’altro.

Emily Brontë pare essere in piena sintonia con gli elementi della natura.

Potrebbe essere questa specifica attitudine poetica la chiave per comprendere l’autrice di “Cime Tempestose”?

Senz’altro esiste fusione completa fra natura e opera poetica dell’autrice. I suoi personaggi non sono immorali ma premorali, agiscono come gli elementi atmosferici, come un fiume che esce dal suo letto o un terremoto che scuote le fondamenta della terra. Non importa quante vittime lascino sul cammino, loro devono fare quello che fanno, cioè amarsi, azzannarsi, fondersi. Ecco perché questo romanzo è così unico, così speciale, così fuori dal tempo.

Frammenti di lettere, poesie, testimonianze guidano direttamente il lettore in questa doviziosa biografia. Interessanti sono i rapporti intrafamiliari.

Quale analisi possibile?

In realtà la mia non è l’ennesima biografia, per questo vi rimando a quella classica, e fuorviante, di Elizabeth Gaskell – da cui è tratto il mirabile romanzo di Lynne Reid Banks e che ha contribuito a creare la “leggenda dei Brontë –, a quella monumentale, moderna e innovativa di Juliet Barker o a quella poetica e struggente di Paola Tonussi.

Qui è Emily che, ormai spirito nella brughiera come la sua Cathy e il suo Heathcliff, ricorda la propria vita e rivive il romanzo. Per questo ci sono ripetizioni e rimandi continui, per questo si va volutamente avanti e indietro nel tempo, mentre i ricordi si mescolano e rincorrono, insistenti, in un flusso di coscienza inarrestabile.

Emily era se stessa solo a casa, nella brughiera, con la famiglia e con i suoi amati animali: cani, gatti, falchi. Aveva un rapporto speciale con Anne, la sorella minore, ma adorava anche tutti gli altri componenti della famiglia: suo padre, serio, burbero ma giusto e compassionevole. Charlotte, severa e timida, romantica, l’unica a diventare famosa prima della morte. Branwell, che lei non giudicava ma sosteneva nonostante le malefatte. E poi la serva Tabitha che stimolava con i racconti la fantasia dei fratelli, la zia Elisabeth giunta a sostituire la madre morta. Il ricordo pietoso e struggente di Maria ed Elisabeth, le sorelle decedute da bambine.

Una famiglia unita nella fede e nel dolore ma anche molto nell’amore per le lettere e le arti, per la politica e l’impegno sociale. Una famiglia che, dopo aver perso la madre, ha visto morire in due mesi due sorelline e poi, a distanza di anni, altri tre fratelli in nove mesi.

Lettere, poesie e testimonianze sono state la base dalle quali sono partita, dunque, ma non le ho citate né riportate nel testo.

In “La pietra in tasca” emerge l’immaginario letterario di Emily Brontë.

Può motivare il suo interesse per l’autrice?

Credo di aver letto da ragazzina una vecchia edizione di “Cime tempestose” trovata in casa. M’innamorai subito dell’atmosfera “infestata e spettrale” del romanzo. Ho cercato di riproporla nella rivisitazione del testo che compone la seconda parte di “La pietra in tasca”.  All’università, poi, scrissi una tesina sull’argomento, approfondendolo, e da allora, il bisogno di scavare nell’animo di Emily e di Charlotte, e della loro disgraziata famiglia, non mi ha mai abbandonato.

Che cos’ha di tanto travolgente il romanzo di Emily? L’eroe byronico è scisso in due e non trova nessuna controparte capace di rabbonirlo e redimerlo. In realtà l’eroe satanico trova qui la sua amata metà dell’inferno. Heathcliff e Cathy non “s’innamorano”, non si scoprono, semplicemente “esistono” l’uno nell’altra, da sempre e per sempre (e, entrambi, sono Emily Brontë).

Un libro senza scampo, senza redenzione, almeno per i due eroi principali – dove la morte non è una sconfitta o una punizione bensì un premio. Non vanno in paradiso, questi due, né all’inferno, vanno in un luogo – la brughiera – al quale entrambi appartengono; si ritrovano, tornano a fondersi, a essere di nuovo la persona che la sorte aveva diviso.

Patrizia Poli

Si è laureata in lingua e letteratura inglese.

Ha gestito per molti anni un negozio in un quartiere popolare della sua città, poi si è dedicata a tempo pieno alla scrittura.

In passato ha collaborato al blog Critica Letteraria e al sito Livorno Magazine.

Dal 2012 amministra il blog culturale collettivo signoradeifiltri.

Ha tradotto alcuni saggi dello scrittore Guido Mina di Sospiro pubblicati sulla rivista Pangea.

Ha pubblicato:

L’uomo del sorriso, Marchetti Editore 2015, segnalato al XXVI premio Calvino e recensito su L’indice dei libri del mese, romanzo storico incentrato sulle figure di Gesù e Maria Maddalena.

Signora dei filtri, Marchetti Editore, 2017, romanzo mitologico basato sulla storia di Medea e Giasone e del viaggio degli Argonauti.

Una casa di vento, Marchetti Editore, 2019, storia di sentimenti familiari difficili, ambientata a Livorno ai giorni nostri.

L’ultima luna, Milena Edizioni, 2021, romance ambientato in Africa.

L’isola delle lepri, Literary Romance, 2021, romanzo storico su Santa Margherita d’Ungheria.

Axis Mundi, Literary Romance, 2021, historical romance sul ciclo arturiano.

Post Partum, Butterfly Edizioni, 2023, scritto a quattro mani con la scrittrice ogliastrina Federica Cabras.

La pietra in tasca, Literary Romance, 2023.

Giuseppina Capone

Nola: L’importanza della memoria

Nella fatidica data dell’11 settembre si è tenuta, presso il Teatro Umberto di Nola, la giornata in ricordo dell’eccidio di Nola, in occasione dell’80º anniversario.

L’evento ha avuto luogo alle 19:30 ed è stato un connubio perfetto tra filmati e recitazione, uno spettacolo dinamico, che ha saputo tenere gli spettatori, di tutte le età, sempre attenti alla scena, soprattutto scatenando in loro un forte senso di comprensione al ricordo degli eventi.

Certo, la tematica non è delle più felici, in quanto 10 ufficiali del 48º reggimento italiano furono fucilati ad opera della divisione nazista Göring, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, ma i vari interventi degli attori in scena, tra monologhi, balli e canzoni, non hanno fatto calare una vena malinconica, ma sono stati capaci di suscitare un forte senso di appartenenza e commemorazione per le imprese di chi ha difeso la città di Nola.

Durante l’evento si sono alternati filmati ufficiali dell’Istituto Luce, accompagnati dalla narrazione di chi era sul palco, prima da un punto di vista degli Alleati, spiegando modalità e dettagli dello sbarco avvenuto tra Salerno e Agropoli il 9 settembre 1943, successivamente anche dalla parte di chi era quel giorno sul luogo, nella caserma Principe Amedeo, ovvero il tenente Michele Nicoletti. Infine la parte che sicuramente ha colpito di più è stata quella della “memoria”, considerata nemica del tempo e ben diversa dalla storia, il cui compito era in questa occasione ricordare chi eroicamente si è mosso in prima linea per la difesa di Nola, e che anche da innocente ha pagato con la vita, come i tenenti Antonio Pesce ed Enrico Forzati.

Lo spettacolo si è concluso con i saluti del Sindaco di Nola Carlo Buonauro, il regista Gaetano Stella, la direzione artistica di Carmela Parmense e infine il colonnello Antonio Grilletto, ideatore dell’iniziativa e della frase:” Amare i caduti ed onorarne la memoria è dovere precipuo di ogni cittadino”.

Dopo i saluti, quando tutti si stavano per alzare, al pubblico è stata offerta una particolare sorpresa, infatti ad assistere c’erano due parenti degli eroi già citati, Alberto Liguoro, figlio del tenente Alberto Pesce e Antonio Forzati, nipote di Enrico Forzati, accompagnati da numerosi applausi.

Rocco Angri

 

(Foto Rocco Angri)

1527 Quando Napoli fece voto a San Gennaro

L’Associazione Culturale “Napoli è”  insieme al Museo dei Sedili di Napoli, diretto dalla giornalista Alessandra Desideri, partecipano alla VI edizione di “1527 Quando Napoli fece Voto a San Gennaro” evento realizzato sotto l’egida del “Comitato promotore UNESCO per la candidatura del culto e devozione popolare di San Gennaro a Napoli e nel Mondo” nato nel 2020 per iniziativa dell’Arcidiocesi di Napoli, del LUPT dell’Università Federico II, dell’ICOMOS, della Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro, del Comitato Diocesano San Gennaro, del Museo Diocesano, della Fondazione Fare Chiesa e Città, nonché da Sebeto APS, Fondazione Ferrante Sanseverino e Associazione I Sedili di Napoli ONLUS (che coordina l’evento), con il patrocinio morale dal Comune di Napoli e dell’Istituto Cervantes in Napoli.

La Fotografia in Italia con FOTOIT

Il numero di settembre di FOTOIT, la rivista della FIAF (Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche),si apre con l’editoriale del Presidente FIAF Roberto Rossi in cui parla delle iniziative in corso e di quelle programmate  fra le quali quelle per la chiusura delle celebrazioni dei 75 anni di vita.

La sezione “Periscopio” segnala eventi fotografici  (mostre, concorsi, letture portfolio, presentazione di volumi, ecc.) in giro per l’Italia.

In questo numero, come usuale nella rivista, spazio agli autori: Robert Doisneau, Alessandro Fruzzetti, Francesco Faraci, Mario Cresci, Chiara Innocenti (che è anche l’autrice scelta per la copertina), Leonilda Prato, Massimo Alfano, Marco De Angelis, Anna Pierottini.

“Singolarmente fotografia” è dedicata alle foto dell’anno. Per “Lavori in corso” istruzioni di lavoro con “Il Focus Stacking 2”.

Interessante il saggio sulla Fotografia transfigurativa e la “Storia di una fotografia” con Tearful.

La rubrica Circoli FIAF presenta l’Associazione Culturale Fotografica La Tangenziale.

Antonio Desideri

 

“I Lunedì dei Castelli” appuntamento dal 2 ottobre con l’Istituto Italiano dei Castelli

Parte il 2 ottobre il ciclo di seminari “I Lunedì dei Castelli”, un appuntamento serale autunnale dedicato a tutti coloro che vorranno conoscere il variegato mondo delle fortificazioni e potranno incontrarsi con altre persone interessate al tema e con i soci dell’Istituto Italiano dei Castelli.

“Si tratta del primo ciclo strutturato a livello nazionale – sottolineano gli organizzatori –  promosso dal nostro Istituto, dopo l’esperienza pilota “paesaggio e fortificazioni” svoltasi nel 2021, durante la pandemia. L’obiettivo del corso è fornire ai partecipanti una prima chiave di lettura per la corretta conoscenza del vastissimo patrimonio di architettura fortificata ancora oggi presente sul territorio nazionale e che costituisce una componente fondamentale dei Beni Culturali Archeologici ed Architettonici”.

Il ciclo di seminari sarà svolto in modalità online su piattaforma Google Meet ed articolato in 11 incontri. I seminari saranno tenuti dai membri del Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli, da docenti delle Università italiane, da funzionari delle soprintendenze.

Quali sono i temi trattati nel ciclo di conferenze?

“Tra i temi trattati – elencano gli organizzatori – : le fortificazioni in epoca classica, con approfondimento dei casi paradigmatici di Paestum e Pompei; l’architettura difensiva normanno-sveva in Italia meridionale tra XI e XIII secolo; il sistema dei castelli viscontei in Lombardia; le caratteristiche architettoniche e funzionali dei castelli siciliani, con particolare attenzione alle influenze arabe; le artiglierie nevrobalistiche e la rivoluzione della polvere da sparo, tecniche che modificarono la prassi ossidionale a partire dal XIV secolo; le trasformazioni dei castelli in Italia centrale e nel Mezzogiorno nella seconda metà del XV secolo per l’adeguamento alle nuove tecniche di assedio (fase dell’architettura militare di Transito); la fortificazione cd. “alla moderna” caratterizzata dall’introduzione della traccia all’italiana (fronte bastionato) che caratterizzerà l’evoluzione dell’architettura militare per circa tre secoli, con gli esempi paradigmatici delle fortezze veneziane dello “Stato di Terra”; i grandi forti di sbarramento in Piemonte e Valle d’Aosta tra XVII e XVIII secolo (Exilles, Bard, Demonte, La Brunetta, Fenestrelle); la scuola militare prussiana e il caso dei forti di Verona e del Quadrilatero; le opere difensive in calcestruzzo armato e la protezione delle coste nel XX secolo, con particolare riferimento alla Sardegna e, infine, l’iconografia dei castelli nelle rappresentazioni artistiche in Trentino Alto Adige”.

Un ciclo di seminari dedicato non solo agli appassionati, ma, soprattutto, agli operatori dei beni culturali, studenti, architetti e ingegneri.

La partecipazione al ciclo di studi consente, agli studenti, di richiedere al proprio corso di laurea il riconoscimento di crediti per le attività a scelta/libere.

A fine corso agli iscritti sarà rilasciato attestato di frequenza.

Per iscrizioni e informazioni:: corsocastellologia@istitutoitalianocastelli.it tel. 392 7204031

Antonio Desideri

Chiara Ricci: Anna Magnani. Racconto d’attrice

Anna Magnani è difficilmente etichettabile o incasellabile.

In quali luoghi della sua anima vanno ricercate le ragioni di un’identità tanto complessa e multiforme?

Anna Magnani è stata molto spesso accusata di avere un brutto carattere. È anche vero, però, che chiunque tenti di farsi rispettare e di far valere le proprie ragioni ottiene questo “risultato”. Anna Magnani ha avuto un’infanzia difficile, è stata lontana da sua mamma e solo da adulta ha scoperto il nome di suo padre (Pietro Del Duce, e a lei non piaceva essere chiamata “la figlia Del Duce” e così, pare, fermò le sue ricerche). È cresciuta con la nonna, le sue zie e lo zio Romano. Sin da piccola ha vissuto l’abbandono e la paura di poter essere lasciata da un momento all’altro ha segnato profondamente il suo carattere e il suo rapporto con gli uomini. Ha sempre cercato di avere il controllo della situazione uscendone molto spesso sconfitta. Ha sempre cercato di poter essere amata. Aveva una vorace fame d’affetto. È stata una donna che ha dovuto lottare per far valere il suo talento, per imporre il suo aspetto fisico, la sua bellezza non canonica. Anna Magnani è stata imprenditrice di se stessa, capofamiglia, donna e uomo di casa occupandosi anche di suo figlio Luca che, ancora bambino, si ammala di poliomielite. Non ha avuto produttori né registi potenti alle spalle pronti, in qualche modo, a tutelarla o difenderla. La vita le ha insegnato forzatamente a cavarsela da sola, ad essere diffidente, a colpire per prima perché, fedele a un proverbio, “chi mena prima mena due volte”. Anna Magnani ha nascosto tutte le sue fragilità dietro la corazza di una donna dal carattere forte, indomabile, impossibile, scostante. In parte è vero, perché sapeva essere anche tutto questo. Per difendersi. Per mettersi di traverso alla mancata professionalità o al solo sentore di ipocrisia. E ancora, per “vendicarsi” e “riscattarsi”, se così si può dire, di quei terribili abbandoni di una bambina con la testa colma di domande senza risposta.

Lei non ricostruisce semplicemente la biografia di Nannarella, pur interessantissima bensì ne traccia la valenza simbolica, estetica e politica.

Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a concentrarsi proprio su questo nome?

Io ho “incontrato” per la prima volta Anna Magnani quando avevo circa sei anni. In realtà, ho conosciuto prima il suo nome e poi il suo volto che ho scoperto tempo dopo, quando ho visto per la prima Roma città aperta. Da allora non l’ho più dimenticata. Da ragazzina, dopo aver letto la bellissima biografia di Patrizia Carrano, ho iniziato a scrivere lettere e a telefonare a casa di persone che avevano lavorato con lei, che la conoscevano. Con alcune di queste persone sono nate delle bellissime amicizie: ad esempio, con la stessa Patrizia Carrano, Marcello Gatti, Rinaldo Ricci ovvero lo storico aiuto regista di Luchino Visconti. Il mio unico desiderio era fare qualcosa per “la” Magnani, dedicarle qualcosa di mio. I miei studi e poi la mia tesi di Laurea, tanti progetti, una prima pubblicazione. Ma non era ancora abbastanza. Ho creato un mio archivio personale (che curo da quando avevo tredici anni) contenente fotografie, locandine, riviste.. Ho allestito mostre e poi questo nuovo libro. Un omaggio e un dono a una donna e a un’artista che ammiro, che non si è mai arresa e non si è mai lasciata condizionare. In un certo senso, sono cresciuta con lei e le ho dedicato gran parte della mia vita. Ho voluto raccontare il suo “essere donna” e il suo “essere attrice” con rispetto, onestà e tanta passione. Ho desiderato “incontrare” e “conoscere” questa donna più da vicino, ho scelto di partire dal suo indissolubile amore per il teatro, di avvicinarmi alla sua vita privata, alle sue tante vicissitudini ma restando sempre in punta di piedi.

Dopo le riprese del film “Mamma Roma”, Pasolini commentò così la loro collaborazione: “Anna è romantica, vede la figura nel paesaggio, è come Pierre-Auguste Renoir, io invece sono sulla strada del Masaccio.”

Può interpretare questa sottile asserzione pasoliniana?

La pittura è una costante nel cinema di Pier Paolo Pasolini. La pittura del Masaccio è costruita sui chiaroscuri, sulla staticità, sulla precisa razionalità prospettica, sull’organizzazione geometrica dello spazio. Renoir, invece, è un’esplosione di colori intensi, luminosi, vivi, ma anche di movimento, le sue opere hanno un assetto geometrico che avvolge lo spettatore trascinandolo all’interno della tela. Ecco: questi due piani rappresentano i caratteri e le essenze profonde di Pier Paolo Pasolini e Anna Magnani. Ragione e istinto. Razionalità e impulsività. Proprio da questi opposti sono nate delle incomprensioni durante la lavorazione di Mamma Roma tali da portare Anna Magnani a dichiarare di sentirsi tradita dal suo regista, pur ammirandolo infinitamente. Nonostante questo la meraviglia e la potenza di questo film sono ancora tutte lì, intatte.

Il legame fra Anna Magnani ed il teatro: la “migliore scuola” che le fece “spuntare le ali”

Reputa che l’esperienza teatrale sia stata più intensa e viscerale rispetto alle indimenticabili prove cinematografiche?

Credo che Anna Magnani, come più volte ha dichiarato lei stessa, abbia avuto un amore profondo e assoluto per il teatro. Purtroppo, per sue scelte professionali e personali, lo ha “frequentato” poco preferendogli il cinema. Eppure sono convinta che i primi spettacoli, la rivista durante la Seconda guerra mondiale e poi le lunghe tournée de La lupa e Medea tra il 1965 e il 1966 abbiano lasciato dei segni indelebili nell’attrice. Sì, penso che il contatto diretto con il pubblico, lo studio della voce, la misura del gesto e dei movimenti sul palcoscenico, i riti prima di andare in scena e quelli del “dopo teatro” abbiano regalato ad Anna Magnani delle emozioni intense, uniche e immediate che il cinema, nonostante la sua “riproducibilità”  e la capacità di arrivare a tanta gente nello stesso momento, non è riuscito a darle.

Anna Magnani, forse, era un’intellettuale mancata, non già un’attrice popolaresca bensì un’attrice che tendeva ad essere enormemente funzionale ed intellettuale.

Qual è il suo lascito alle donne del nostro tempo?

Se posso, desidero sottolineare questo: Anna Magnani nonostante i suoi tanti personaggi di popolane, canzonettiste, fruttivendole e il suo carattere, il linguaggio spesso “colorito” era una donna molto colta. Parlava correttamente il francese, aveva acquisito un buon inglese, suonava il pianoforte, era amante della letteratura e dell’arte, sapeva a memoria le ballate del Seicento francese. Per lei hanno scritto Tennessee Williams, Eduardo De Filippo, Pier Paolo Pasolini. È stata ritratta di Renzo Vespignani, Tabet, Anna Salvatore, Carlo Levi… Poteva essere la più snob e la più spontanea delle donne, pronta ad abbandonarsi a quella che lei chiamava la “ruzza”, ovvero il buonumore, la voglia di ridere e di lasciarsi andare all’allegria più sfrenata. Proprio per questo alle donne del nostro tempo ha lasciato in eredità la capacità di essere ciò che si desidera senza mai tradirsi. Ha lasciato la determinazione di poter essere ciò che si vuole senza dover scendere a compromessi. Ha lasciato in eredità la possibilità di poter e dover rompere gli schemi, di non arrendersi all’ipocrisia e a qualsiasi sua manifestazione. E ancora, ci ha lasciato una grande umanità e un immenso talento magistralmente raccontati dalla vasta galleria di donne che ha portato sul grande schermo e in teatro.

 

Chiara Ricci

Nasce a Roma nel 1984. Nel 2008 si laurea in Dams (Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo) con una tesi dal titolo Il Teatro davanti alla Macchina da presa – Elementi di teatro nel cinema di Anna Magnani. Nel 2010 consegue la Laurea Magistrale con lode in “Cinema, Televisione and Produzione Multimediale” con una tesi dedicata alla prima regista donna del cinema italiano Elvira Notari la cui riduzione è stata pubblicata negli Stati Uniti. Ha curato e scritto i saggi monografici: Anna Magnani. Vissi d’Arte Vissi d’Amore, Edizioni Sabinae 2009 (con il quale vince il Premio Internazionale Giuseppe Sciacca nella sezione “Saggistica”), Signore & Signori… Alberto Lionello (Ag Book Publishing, 2014), Valeria Moriconi. Femmina e donna del Teatro italiano (Ag Book Publishing, 2015), Il cinema in penombra di Elvira Notari (Lfa Publishing, 2016), Lilla Brignone. Una vita a teatro (Edizioni Sabinae, 2018), Ugo Tognazzi. Ridere è una cosa seria e Monica Vitti (Edizioni Sabinae, 2022). Nel novembre 2022, inoltre, viene pubblicato il saggio d’inchiesta Wilma Montesi. Una storia sbagliata (Golem Edizioni) dedicato alla ricostruzione della tragica e misteriosa morte della giovane ragazza romana trovata senza vita sulla spiaggia di Torvaianica l’11 aprile 1953. Nell’aprile 2017 l’Università degli Studi Roma Tre le conferisce la nomina di “Cultore della materia di Storia del Cinema e di Filmologia”. È Presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, creatrice e ideatrice della Rubrica online “Piazza Navona” (www.riccichiara.com) e del Premio Letterario Nazionale “EquiLibri”. È curatrice di mostre dedicate al cinema con materiale proveniente dal proprio archivio personale e tiene lezioni e conferenze in Italia e all’estero dedicate alla Storia del Cinema e del Teatro.

 

Giuseppina Capone

 

La collina di Posillipo ed il Parco Virgiliano, necessario riqualificarli

 L’ingresso del Parco Virgiliano, situato alla fine del viale Virgilio, presenta un’entrata monumentale,  composta da quattro  pilastri, attraverso  la quale si accede ai viali  che conducono alle  numerose terrazze  dalle quali si  gode la visione del  golfo e  delle sue isole e si accede  all’impianto sportivo realizzato negli anni settanta dello sorso secolo.

L’impianto comprende un campo di calcio, una pista e varie  strutture  per l’Atletica leggera.

Nel 1975 venne realizzato un anfiteatro che si affaccia sul golfo dove furono organizzati concerti e spettacoli estivi.

Per un lungo  periodo il Parco fu abbandonato a se stesso, lasciando che precipitasse in uno stato di estremo degrado.

Nel 1997  l’Amministrazione comunale  decise di riqualificarlo  riaprendolo al pubblico nel luglio del 2002 consentendo esclusivamente l’accesso  pedonale.

La vegetazione, ispirata a quella in uso nelle antiche strade romane, schiera ai lati dei viali dei pini  marini ed altre specie di arbusti quali lecci, olivi, roveri, oltre al denso sottobosco di piante di rosmarino, fillirea e mirto, da  diversi anni soffre della mancanza di una corretta e costante cura e manutenzione.

Nel 2018, dopo una tragedia sfiorata in via Tito Lucrezio Caro, ed anche a  causa della fuoriuscita di radici che danneggiavano il manto stradale, il Comune di Napoli ordinò  il taglio di  numerosi  fusti di pino marino.

Attualmente, dopo la caduta di un pino su un furgone, l’amministrazione comunale  ha  fatto  sapere che non ci sarà, per il  momento, una nuova  piantumazione  di pini, decretando  così la  scomparsa dal panorama di Napoli del simbolo che la rappresentava in tutte le cartoline in giro per il mondo.  Se a tutto questo si aggiunge il crollo di una struttura di legno  realizzata  nei pressi  di un chioschetto, la chiusura  dei servizi igienici, l’interruzione   della  fornitura idrica e la mancanza di attenzione al parco  sottomarino  della Gaiola, non si può che essere rammaricati nel vedere il nostro patrimonio naturale ed archeologico unico  al mondo in uno stato di  tale abbandono.

Alessandra Federico

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