I miti allo specchio. Riscritture femminili liberamente ispirate al mito

Intervista alle curatrici Sara Manuela Cacioppo, Giovanna Di Marco, Ivana Margarese.

Penelope, Calipso, Nausicaa, Circe: Omero rende tali figure funzionali al suo percorso umano, emotivo, emozionale. Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere. Perché?

Giovanna Di Marco: Penelope e Calipso non sono personaggi che fanno parte della nostra antologia; Circe sì. Non c’è stata una linea programmatica nell’accettare un personaggio femminile del mito piuttosto che un altro: abbiamo accolto le figure che più si confacevano alle inclinazioni delle autrici che hanno aderito al progetto. In linea di massima, le figure femminili di cui ci siamo occupate sono state quelle più demonizzate nell’arco della storia occidentale. E perché? Perché ritenute pericolose e destabilizzanti rispetto a un mondo dominato dall’uomo. Ribaltare la prospettiva è dare voce e spazio a chi per troppo tempo è stato zittito e condannato dal potere dominante, dalla razionalità di Atena, dea nata dalla testa del padre, come se avesse dimenticato l’aspetto il corpo e le emozioni. L’intelligenza emotiva, la capacità generativa ben oltre la maternità e il fatto che questi aspetti avessero la luce: questi sono alcuni dei motivi che ci hanno condotte alla genesi di quest’opera.

Sara Manuela Cacioppo: Abbiamo voluto restituire la parola a personaggi femminili del mito spesso occultati o marginalizzati, attraverso una pluralità di voci e di esperienze. Si tratta di figure trasportate verso la modernità, donne che sanno guardare allo specchio la loro essenza impavida, non intaccata dal patriarcato. Alcune vi cercano una forma che sia consona alla loro soggettività, per superare l’ibridismo a cui sono state condannate, dichiarandosi iniziatrici della fluidità di genere; altre vi colgono una natura ribelle che non può essere confinata dentro un sistema di regole respingenti nei confronti dei loro desideri.

La vostra apprezzata opera ha protagoniste femminili. Quali differenze o analogie è possibile cogliere tra le ninfe, le dee, le vergini, le maghe, le spose omeriche e le eroine della modernità?

Ivana Margarese: Ciò che ci stava a cuore mostrare, al di là delle differenze, era l’occultamento o il silenzio a cui sono state nel tempo confinate le figure femminili e dare loro spazio e possibilità di parola, al di là del ruolo di mogli, seduttrici, madri o temibili mostri. Ci interessava contattare queste figure e dare loro una voce contemporanea, sottraendole alla consunzione ( penso alla ninfa Eco e a Euridice) o a un destino di colpa o sacrificio, che ha finito col mortificare le loro potenzialità  creative e generative.

Le opere greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca.

Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della letteratura greca di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Ivana Margarese: Elémire Zolla, autore che ha a lungo riflettuto sul concetto di archetipo, ci ricorda che l’esplorazione  discorsiva delle possibilità semantiche d’un simbolo, essendo inesauribile, spezza la dominazione esclusiva della conoscenza discorsiva, poiché la mostra incapace di cogliere tutte le potenzialità d’un simbolo. L’archetipo è di per sé fecondo, porta quindi alla possibilità di molteplici riletture e riscritture, a innesti che come in un percorso rizomatico si muovono su molteplici livelli e direzioni.

“Alterità”, “metamorfosi” e “pluralità” sono le “parole chiave” attraverso cui leggere di donne, di diversa età e provenienza, che raccontano di donne. Quanto incide la molteplicità di linguaggi adottati nella piena comprensione del mito?

Ivana Margarese: Il progetto de I miti allo specchio è nato dalla esperienza di rete della rivista “Morel voci dall’isola”, un luogo dove si raccolgono voci e opinioni, che si collocano non al centro ma piuttosto ai margini, così da ricercare nelle piccole cose sproni in grado di animare un dialogo vivace e attento a ciò che stiamo vivendo. Il nostro libro propone una polifonia di voci, un intreccio fluido di posizioni e figure femminili differenti. I racconti, nonostante siano riscritture, restano fedeli al carattere originario del mito che sempre racconta di esperienze di trasformazione. C’è inoltre un appello alla pluralità e al fare comunità come risorsa del pensiero. Un approccio questo per me prezioso, che ho conservato anche nel nuovo progetto editoriale che sto portando avanti con Ginevra Amadio e che è incentrato sul valore generativo dell’amicizia.

Giovanna Di Marco: Di ogni mito ci arrivano spesso più versioni, da cui derivano numerose letture su vari piani; altro aspetto del mito è quello della metamorfosi: spesso i suoi personaggi vengono mutati in altre forme. Il mito di per sé si apre a molteplicità formali e contenutistiche. Era dunque interessante per noi in questo esperimento – che non voleva essere solo letterario, ma di ricerca sul femminile – cercare di capire quante versioni e nuove visioni del mito potessero scaturire, per replicarlo nella nostra contemporaneità, in un’ottica non sono di molteplicità, ma anche e soprattutto di pluralità. Non a caso, la nostra antologia accoglie due racconti ispirati al mito di Medusa e ben quattro ispirati alle Sirene.

Sara Manuela Cacioppo: L’intento sociale dell’opera è dunque la rimozione della cristallizzazione del femminile nel mito. Donne che raccontano di donne liberandole dallo sguardo maschile opprimente e manipolatore, che le rilega a una condizione di subalternità e immobilismo, servendosi di nuovi linguaggi che rischiarano significati “altri”, riassunti nelle parole chiave “alterità”, “metamorfosi” e  “pluralità” sensoriale percettiva.

Dicotomie persistenti, ibridazioni e pluralità storico-identitarie. Perché l’isola di Sicilia è il luogo d’elezione per rappresentare la femminilità del mito nelle sue magnifiche contraddizioni?

Ivana Margarese: Il mito si rivela come risorsa inesauribile perché va oltre le dicotomie. La metamorfosi, che è carattere proprio di ogni mito, si oppone alla fissità di un modello e diviene elemento creativo, elemento pegasèo che, nato dal superamento dell’immobile si misura con nuovi contesti e visione di orizzonti.

Perché l’isola di Sicilia è il luogo d’elezione per rappresentare la femminilità del mito nelle sue magnifiche contraddizioni?

Giovanna Di Marco: L’insularità è uno stato esistenziale di confinamento circolare, che nasce certamente dal limite geografico e spaziale. Questa terra bellissima è tanto luminosa quanto tetra, come ci insegna la storia. Ci sono tante isole nel Mediterraneo, ma è difficile trovarne una così complessa e stratificata come la Sicilia: granaio di Roma, ma terra di povertà; luogo di approdo e luogo da cui voler fuggire. Questa Grande Madre ha spesso divorato i suoi figli migliori o magari li trattiene ancora incatenati ad alcuni retaggi. L’isola fornisce però gli strumenti per guardare il mondo dall’isola, per immaginarlo. E per immaginarne altre forme e formule che non siano solo grandiose e roboanti, ma che diano voce a ciò che non è consueto intravedere. Anche a una femminilità che non sia dominata e irreggimentata o che, a sua volta, non domini o, peggio, divori.

Sara Manuela Cacioppo: l’Isola di Sicilia, con le sue dicotomie persistenti, le sue ibridazioni e pluralità storico-identitarie, ben rappresenta la femminilità del mito nelle sue fulgide contraddizioni.

Giuseppina Capone

Il Giornalismo che cambia. Professione e regole. Deontologia e nuovi profili

A Cagliari la conferenza con il presidente nazionale dell’Ordine, Carlo Bartoli.

Pronta la “Carta di Olbia” di Gi.U.Li.A  Giornaliste.

“Un futuro fatto per la professionalità, lo studio, le conoscenze. Per questo c’è l’Ordine.”

Lo stralcio di un passaggio saliente nel prologo, offerto a Cagliari da Carlo Bartoli, può significare una sintesi condivisibile nei contenuti di un importante incontro formativo con i giornalisti sardi.

Bartoli, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, in carica da un anno, è intervenuto lo scorso 2 dicembre all’evento organizzato da Odg Sardegna dal titolo: “Giornalismo: professione e deontologia nella società che cambia”.

I lavori sono stati introdotti dai saluti del presidente dell’Ordine dei giornalisti sardi Francesco Birocchi, nella gremita Sala Vittoria presso l’Hotel Regina Margherita.

Le opportune osservazioni istituzionali del Presidente Birocchi.“L’Ordine ha mantenuto il ruolo di ente pubblico. Nato per tutelare diritti di natura pubblica. Eliminare l’ordine significherebbe impoverire la società civile.” – avviano i contributi dei relatori al tavolo di presidenza. “Se sei bravo, continueranno a sfruttarti…” – la realistica esternazione di Celestino Tabasso, giornalista de L’Unione Sarda, già presidente di Assostampa sarda, esprime l’attuale drammatico quadro che raffigura il precariato lavorativo nel settore giornalistico nazionale e regionale. La consonanza che ha distinto i percorsi e le finalità di Odg Sardegna e dell’Associazione stampa sarda non è stata la norma, rispetto alle non isolate divergenze a livello nazionale fra i rispettivi enti di garanzia. Un fenomeno – ha ricordato Tabasso – che con “nessun governo amico”, non ha risolto i nodi cruciali, quanto drammatici: l’equo compenso e le querele bavaglio, argomenti strettamente legati per l’accesso alla professione, obiettivo o utopia per la selva di giovani over quaranta che ancora frequentano le redazioni giornalistiche, nell’accezione tradizionale del termine. In sintonia l’intervento di Simonetta Selloni neo presidente di Assostampa Sardegna. La giornalista de La Nuova Sardegna ha tradotto la metafora dal comparto edile per il discusso pacchetto 110%, applicandolo alle ristrutturazioni in essere nelle redazioni giornalistiche. Un turn over che non garantisce la qualità del lavoro di chi dovrebbe raccontare la verità. L’assise cagliaritana ha espresso una importante proposta innovativa per il consiglio nazionale dell’ordine. Le relazioni di Susi Ronchi (cofondatrice Gi.U.Li.A giornaliste) e Francesca Arcadu (vicepresidente Uildm Sassari) hanno illustrato i contenuti di una bozza programmatica per una Carta deontologica sulla rappresentazione nei media delle persone con disabilità. La suddetta Carta di Olbia trae origine da un corso tematico organizzato da Odg Sardegna e Gi.U.Li.A giornaliste in collaborazione con le associazioni Sensibilmente Odv e Uildm, tenutosi nel centro gallurese nel dicembre 2019. L’evento dedicato al contrasto sulla narrazione del dolore e all’enfasi del pietismo sui casi disabilità, ha avuto un seguito nel secondo corso (posticipato per l’emergenza sanitaria) tenutosi a Cagliari nello scorso mese di giugno. Il documento ha preso forma volgendo uno sguardo all’estero con “studi e ricerche accademiche che hanno messo al centro le persone” ha spiegato Susy Ronchi. Il lavoro corale, firmato da Caterina De Roberto, Vannalisa Manca e Susi Ronchi (Gi.U.Li.A giornaliste Sardegna) con Veronica Asara (Sensibilmente Odv), Francesca Arcadu (Uildm Sassari) e Sara Carnovali, avvocata, phd in Diritto costituzionale, hanno redatto “la Carta che non c’è”.Il testo s’ispira alla convenzione ONU che riconosce nella disabilità, un concetto in evoluzione: “il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di eguaglianza con gli altri”. Per questo la Carta è corredata da un glossario capace di correggere tutte quelle espressioni che nelle cronache dei media enfatizzano la patologia o il disturbo rispetto alla centralità della persona. Titoli ricorrenti come “costretto sulla sedia a rotelle” dovranno estinguersi non per un precetto tecnico quanto per radicale cambio di prospettiva. Dove quella sedia è una “opportunità per una vita normale, non uno strumento di condanna. ”Come ribadito da Francesca Arcadu nel suo intervento, così sarà opportuno eliminare “quel di più” riferito al sensazionalismo della disabilità che non è essenziali nel contesto della notizia trattata.  Il seminario termina con le conclusioni del presidente Bartoli, pragmatico nella presa d’atto delle sollecitazioni emerse nei lavori. Il futuro prossimo vede l’Ordine nazionale impegnato sulla stesura di un testo unico della deontologia che rappresenti in modo conciso e puntuale la complessità dei cambiamenti in atto. Un processo decisivo che faccia i conti una informazione indipendente seriamente compromessa dalle problematiche esposte. La priorità di difendere una professione rispetto ad antichi privilegi di corporazione anacronistici nella società digitale dei media dove le nuove competenze assunte dai social media manager sino ai web master, con l’adozione delle intelligenze artificiali, s’incontrino con una riconoscibilità professionale del giornalista. Sono necessarie aperture sui termini della comunicazione che non sviliscano i codici etici del giornalista. E’ chiaro che la sfida continua in una società globale e nazionale dove la narrazione della verità è un bene irrinunciabile per una convivenza democratica.

Luigi Coppola

 

(Foto Luigi Coppola – da sinistra Francesco Birocchi presidente Odg Sardegna, Carlo Bartoli presidente nazionale Odg, Simonetta Selloni Presidente Assostampa Sardegna)

FoCS: inaugurata la Mostra presepiale

Si è inaugurata ieri mattina 29 novembre alla presenza del presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, prof. Antonio Lanzaro, una nuova iniziativa che vede protagonista il presepe napoletano artigianale.

“Il Presepe Napoletano simbolo dell’espressione artigianale ed artistica, nelle sue varie forme, è un pilastro della tradizione partenopea. Si presenta in forma modesta anche nella Fondazione di Mario Borrelli, in occasione del centenario della sua nascita, per riscoprire l’estro creativo del suo popolo e per farne a lui omaggio”. Così ha evidenziato il dott. Vincenzo Surrianelli curatore della Prima edizione della Mostra Presepiale organizzata nelle sale della sede della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3.

Un momento di incontro di diversi autori che hanno voluto raccogliere l’invito ad mettere in mostra alcune loro creazioni in occasione delle prossime festività natalizie.

L’esposizione resterà aperta fino al 5 gennaio 2023.

Per informazioni sugli orari di apertura contattare la segreteria della Fondazione allo 081-5641419 e-mail casadelloscugnizzo@libero.it.

Antonio Desideri

Come conquistare una donna in semplici 10 mosse!

La conquista della persona amata è impresa oltremodo ardua; la via è costellata di insidie; la strada è disseminata di trappole. È complesso conservarsi in equilibrio fra l’occultare il proprio coinvolgimento, con il concreto pericolo che l’oggetto dei desideri espatri verso altri appetibili lidi ed il dichiararsi in modo esageratamente sfrontato, il che cosa potrebbe seccare piuttosto che allettare. Come ispirare attrattiva? È un serissimo grattacapo che, indubitabilmente, ha accomunato gli uomini d’ogni tempo, se Ovidio, già nel I secolo d.C., ha nutrito il bisogno di consigliare una soluzione.

La spiritosa risposta del poeta all’annosa controversia è un libro: Ars amatoria.

Ecco, il Decalogo!

Regola n. 1 Afferrare la donna giusta. Come il cacciatore così chi ambisce ad amare non può certo esigere che la cacciagione gli si schianti dinnanzi agli occhi; deve impegnarsi con certosina  pazienza. Il soggetto giusto va cercato nei posti popolati dalle femmine: feste e teatri. L’ispirazione non è da ignorare: l’oggetto del desiderio va selezionato con estrema attenzione.

Regola n. 2 Cercare d’entrare in contattato. È essenziale cercare un aggancio fisico con la persona amata, ovviamente con garbo. È adeguato sederle accanto (il teatro è il luogo ideale, secondo Ovidio), recuperarle il foulard caduto, sventolarla con il ventaglio, se manifesta di avvertire caldo. Può andar bene pure intavolare una chiacchierata con una scusa comune. A quel punto l’uomo di cultura potrà stregarla, soddisfacendo qualsivoglia sua curiosità.

Regola n. 3 Il vino agevola. Un’accennata ubriachezza può servire a rompere il ghiaccio senza eccedere! Occorre scongiurare a qualsiasi costo l’ebbrezza totale per non compromettere, irrimediabilmente, l’esito dell’amoreggiamento. L’eccessiva euforia, per di più, associata con la semioscurità serale, può far riuscire desiderabile addirittura una donna brutta e nessuno desidererebbe una rivelazione sgradita il giorno successivo! In definitiva, se non si sostiene l’alcool, per abbandonarsi a qualche libertà in più, è preferibile bluffare.

Regola n.4 Stringere un’amicizia con la migliore amica della donna amata.  Il favoreggiamento di un’ancella può rivelarsi prezioso per ritrovarsi, clandestinamente, con la donna amata, inviarle missive, sorvegliare i suoi spostamenti. Ovidio, nondimeno, caldeggia circospezione: una donna che si sente rifiutata per un’altra può divenire oltremodo fatale!

Regola n. 5 Promettere mari e monti. Le promesse rivolte all’amata, secondo Ovidio, non debbono, necessariamente, essere mantenute! A queste vanno accompagnati i doni, purché non in misura esorbitante, così che la donna non possa svignarsela una volta ottenuto ciò che desidera.

Regola n. 6 Prendersi cura della propria igiene personale. Nulla, per una donna, è peggiore di un uomo che non si curi. È idonea una composta eleganza: abiti lavati e profumati, barba e capelli tagliati. Una speciale attenzione va prestata all’alito!

Regola n. 7 Comunicare passione. Colmare la donna di elogi ed attenzioni è un’ottima tattica. Il seduttore perfetto deve far sentire la donna adorata e, per pervenire a questo fine, non deve lesinare, giungendo, laddove necessario, anche a versare calde lacrime. Le lettere d’amore costituiscono un dovere, a condizione che non siano sofisticate o sembreranno fraudolente.

Regola n. 8 Giammai costringere la donna. Oggidì, ciò sarebbe un reato. E’ encomiabile l’ammonimento di Ovidio: tutto ciò che un uomo desidera può essere ottenuto con le lodi, gli encomi, i baci rubati con tenerezza.

Regola n. 9 Capire quando issare bandiera bianca. “Hai mai visto qualche donna corteggiare Giove?” domanda il poeta. È conveniente intraprendere un’amicizia con la donna; solamente in seguito accostarvisi. Se, tuttavia, l’amata non intende capitolare, è sterile perseverare fino all’esaurimento.

Regola n. 10 Mai glorificare la donna amata con l’amico. Aprirsi con gli amici va bene, sempre senza calcare la mano o qualcuno, stuzzicato dalla gradevolezza e dalle doti dell’amata, potrebbe pensare di proporsi.

Seduttori non si nasce, si diventa!

Giuseppina Capone

Prima Conferenza Regionale di FIAF Campania 

Si è tenuta a Napoli domenica 27 novembre  2022 la Prima Conferenza Regionale di FIAF Campania alla quale  sono intervenuti Presidenti e Referenti dei diversi Circoli Campani, Delegati Provinciali e singoli Soci e, in particolare, hanno presentato proposte, riflessioni e suggerimenti i soci Luigi Cipriano, Valentino Petrosino, Bianca Desideri, Giovanni Ruggiero, Mariana Battista, Oscar Geremia, Pino Codispoti, Enza Sola, indicazioni che saranno ulteriormente discusse e formalmente decise in un prossimo incontro on-line. I lavori sono stati introdotti e coordinati dal Delegato Regionale FIAF Campania Francesco Soranno.

I soci della FIAF potranno seguire la serata di incontro on-line con il Presidente Roberto Rossi e Consiglio Nazionale FIAF  lunedì 12 dicembre ore 21:00 con tutti i Circoli e Soci di Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Quietare gli dei con nastri agli alberi

Girovagando in campagna, può capitare di scorgere, legati ai rami degli alberi, nastri, cenci o brandelli di stoffa.

Qualche volta, ciò suscita fastidio, disturbo, come se la natura fosse stata violata ed offesa.

Proviamo ad osservare i lembi di stoffa da uno speciale e diverso punto di vista: trasformiamo lo straccio in un oggetto magico, dal potere prodigioso.

Appena qualche secolo fa, nella Roma pagana vigeva una ritualità propiziatoria e scaramantica: fissare ai rami degli alberi fiocchi, stracci, fili di lana, bamboline o qualsivoglia figura ritagliata in un materiale delicato che oscillasse, dondolasse, fluttuasse all’aria.

L’oscillum, sventolando, decontaminava e depurava l’aria, allontanando e spingendo via i mali. Era necessaria siffatta pratica? Ebbene, sì, oltre che frequente.

I Romani reputavano che fatti e condotte fossero in grado di scatenare eventi luttuosi e letali: epidemie, conflitti, guerre, calamità come carestie ed inondazioni.

Talvolta, supponevano di aver ingiuriato, offeso ed oltraggiato una divinità: gli dei erano, per opinione comune, rancorosi, vendicativi, astiosi, ostili ed implacabili. Talora, ci si trovava a dover fronteggiare accadimenti considerati maledetti e dannati, ad esempio un’impiccagione.

Secondo i Romani, gli spiriti degli impiccati ritornavano fra i vivi come fantasmi, enti smisuratamente temuti. L’albero era infestato ad opera dell’impiccamento.

In qual maniera correre ai ripari? Appendendo un  oscillum.

Gli dei, in tal modo, si mitigavano; le inquietudini si allontanavano; i rischi si dissipavano. Oggi, gli atteggiamenti, le riflessioni sono ben differenti.

Che importa? E’ così evocativo e suggestivo osservare l’incanto di un fiocco al vento.

Giuseppina Capone

Alla scoperta delle meraviglie della Reggia di Caserta

La collana Novanta/Venti della redazione napoletana di La Repubblica, il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, si arricchisce di una nuova pubblicazione realizzata con la collaborazione di Guida Editori, uscita in questi giorni in regalo con il giornale. Il volume “La Reggia della Meraviglia. Caserta e Vanvitelli, l’eredità del genio” è dedicato alla splendida reggia vanvitelliana di Caserta.

Numerosi i contributi che accompagnano il lettore alla scoperta di una realtà in grado di evidenziare il ruolo e l’importanza del Sud nella storia come anche emerge nella introduzione da Maurizio Molinari “Per comprendere l’identità del Sud bisogna visitare la Reggia di Caserta. Nella grandiosità dei suoi spazi si respira ancora oggi l’aria di una città capitale di un Regno che è stato protagonista del Mediterraneo”, anche le creazioni ospitate nella reggia come il primo prototipo di un ascensore in tutta la penisola aiutano a riflettere “su un periodo nel quale il Sud d’Italia era in grado di competere con ogni altra regione, capitale, casa regnante“.

A curare il volume, che anticipa di poco l’inizio delle celebrazioni vanvitelliane del 2023, Ottavio Ragone, Cobchita Sannino, Antonio Ferrara. A raccontare, fra gli altri Autori che hanno dato un contributo alla realizzazione del volume, con l’entusiasmo e l’alta professionalità di chi dirige dal 2019 La Reggia di Caserta, Tiziana Maffei, la quale, con la sua descrizione necessariamente breve, esalta la bellezza e il palazzo della “Meraviglia” che per il sovrano Carlo di Borbone, diventato Re di Napoli nel 1734, doveva essere “più palazzo” di ogni altro.

Oltre a conoscere il capolavoro vanvitelliano attraverso le pagine di questa e delle numerose altre pubblicazioni dedicate a questa opera, quale migliore riscontro alle parole e alle immagini dei libro o dei video, se non vedere e ammirare con i propri occhi questa “Meraviglia”.

Antonio Desideri

Al Maschio Angioino la mostra delle sculture africane dei Songye

A Napoli fino al prossimo 15 gennaio 2023 è visibile uno dei più affascinanti eventi dell’anno all’interno della Cappella Palatina: I Sacri spiriti. I Songye nella Cappella Palatina al Maschio Angioino. Si tratta della mostra, inaugurata il 29 ottobre scorso, sulla scultura tradizionale dei Songye, una popolazione  bantu etnico africano della Repubblica Democratica del Congo.

All’interno della Cappella sono in esposizione 130 opere radunate da ConselliArt. La produzione è di Andrea Aragosa e Black Tarantella. Bernard de Grunne e Gigi Pezzoli sono i due esperti internazionali curatori della mostra, mentre l’Ambasciata della Repubblica Democratica del Congo a Roma, il Consolato della Repubblica Democratica Del Congo a Napoli, il Comune di Napoli, la Regione Campania, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Centro Studi Archeologia Africana di Milano e l’Università degli Studi di Napoli L’orientale, hanno tutelato e supportato questo evento.

La città partenopea è orgogliosa e onorata di ospitare le meravigliose opere dei Songye, soprattutto  perché Napoli è la prima città italiana a presentare la loro arte ma anche perché, in altri posti del mondo, le esposizioni che sono state fatte delle sculture dei Songye si possono contare sulle dita di una mano. Sebbene si tratti di opere originalissime e curate in ogni singolo dettaglio, degne della vera arte sofisticata, ogni scultura è stata realizzata accuratamente da fabbri, scultori, specialisti rituali che lavoravano con l’aiuto dei canti, preghiere per realizzare questi oggetti magico-protettivi. Si è sempre saputo che ogni opera è stata scolpita per essere utilizzata durante le funzioni rituali, ragion per cui, ogni singola scultura veniva realizzata secondo regole ben precise fatte di codici e modelli da rispettare. Per questo motivo, per tanti anni, si è ritenuto che l’arte africana fosse sempre stata prodotta solo per motivi religiosi, per riti spirituali o per migliorare la prosperità delle terre, per guarire da una malattia, per proteggersi dal malocchio e dalle forze negative, per invocare buona sorte, fecondità e benessere e, per molto anni si è stati certi che alcun oggetto sia mai stato creato esclusivamente per il fattore estetico, per dare spazio alla creatività di un’artista. E, quindi, queste opere non avevano valore di mercato nelle società tradizionali africane, oltretutto non potevano essere firmate in una società che non conosceva la scrittura. Ma l’intelligenza non è cultura e, nonostante ciò, ogni artista, sul proprio lavoro, incideva un personale segno che lo avrebbe riconosciuto. “L’etnologia dell’arte, sviluppandosi, scopre la creazione individuale e abbandona l’ideologia dell’anonimato”, sostiene l’etnologo Patrick Bouju. Tuttavia, la continua ricerca nell’etnologia sta pian piano eliminando la visione un po’ retrograda dell’arte africana. In questo modo, l’artista africano, viene stimato e ammirato e viene data a lui la possibilità di imparare il suo mestiere nelle botteghe (spesso di famiglia). Nasce così il vero mestiere dello scultore in Africa e ogni artista si distingue per le proprie società: alcuni dei più acclamati maestri sono gli Yoruba della Nigeria, mentre altri quaranta artisti sono di Fân du Woleu-Ntem. Questa mostra ha permesso non solo a noi di beneficiare della bellezza e della cultura, della storia delle sculture africane, ma di restituire a questo popolo la sua dignità anche nell’arte e dare una grande lezione al mondo intero: siamo tutti uguali, tutti abbiamo il diritto di realizzare ciò che desideriamo.

Alessandra Federico

Simone Beta: La donna che sconfigge la guerra. Lisistrata racconta la sua storia

Dopo la sua prima rappresentazione ad Atene nel 411 a.C., la Lisistrata di Aristofane scompare dal mondo letterario fino alla sua prima edizione moderna: Firenze 1516. Quali sono le ragioni dell’eclissi?

Le ragioni sono diverse. Tra le commedie rimaste, i maestri bizantini (che sono stati i principali utilizzatori di questi testi per motivi didattici) ne prediligevano altre, o perché meno legate all’Atene di Aristofane, e quindi più facili da leggere (come il Pluto), o perché avevano tra i loro personaggi figure più famose (come le Nuvole, dove troviamo Socrate, o le Rane, dove troviamo Eschilo ed Euripide). È anche per questo motivo che le tre commedie cosiddette ‘femminili’ (le Donne alle Tesmoforie e le Donne all’assemblea) sono state poco copiate e studiate nella tarda antichità. E poi la Lisistrata è conservata integralmente da un solo manoscritto, il Ravennate, che non era a disposizione del curatore della prima edizione a stampa (Marco Musuro), uscita nel 1498 a Venezia dalla stamperia di Aldo Manuzio.

Nel 411 Aristofane, massimo rappresentante della commedia attica “antica”, in un clima di rinvigorita ostilità, mette in scena Lisistrata, Colei che scioglie gli eserciti. Lisistrata è una donna ateniese, arcistufa, come tutte le altre concittadine, dell’inesauribile guerra che oppone la sua patria a Sparta. Proposta smaccatamente provocatoria o acre acrobatismo speculativo?

Né l’una né l’altro, credo. Più semplicemente, un tentativo di far ridere (che in fondo è il principale dovere di un comico), ma in modo serio. Non credo che Aristofane credesse nella praticabilità di una simile ipotesi. Ma era un modo di vedere una questione molto importante da un punto di vista insolito.

Idea unica in tutto il teatro comico, si eleva al ruolo di star nientedimeno quella fetta della società attica libera ma debole ed inascoltata, tuttavia partecipe tanto quanto gli uomini dei lutti e dei dolori della guerra.

Lisistrata racconta la sua storia: con quale obiettivo?

Per chi crede nell’indipendenza ideologica e politica di Aristofane (che non è cosa da poco in un intellettuale), la risposta è che Aristofane la scrive con l’obiettivo di far riflettere i suoi concittadini sull’assurdità di una guerra così lunga e così disastrosa (nonché, come la maggior parte delle guerre, così inutile).

Per chi lo vede invece come un sostenitore del partito antidemocratico (una fazione la cui voce si stava levando sempre più forte ad Atene, per meri motivi di interessi personali), Aristofane l’avrebbe scritta con l’obiettivo di dare il suo contributo personale alla caduta del regime democratico (cosa che effettivamente avvenne).

Letteratura, cinema, musica ed arti figurative. Lisistrata traccia la progressiva riscoperta che l’ha fatta diventare la commedia più famosa di Aristofane. Cosa stuzzica la curiosità intorno a quest’opera? Forse, lo “sciopero del sesso”?

Senz’altro. È questa l’idea geniale (ancorché assurda, e nella realtà assai poco realizzabile – ma è un destino che Lisistrata condivide con altre trovate di Aristofane, come, negli Uccelli, la costruzione di una città a metà strada tra il cielo e la terra) dalla quale dipende lo straordinario successo della commedia, che cresce di pari passo con il cadere di certe prevenzioni di tipo censorio dovute al sottofondo erotico che la caratterizza.

Lisistrata è una ribelle, una dissidente rispetto alle convenzioni sociali oppure questa è una lettura semplicistica di un personaggio da millenni esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica?

Non è una ribelle (perché il suo obiettivo non è quello di cambiare la situazione delle donne nel mondo greco, ma semplicemente quello di tornare alla vita di tutti i giorni, caratterizzata dalla pace e dai suoi vantaggi), né una dissidente rispetto alle convenzioni (che comunque, tendenzialmente, rispetta). Si tratta di una lettura che ne sottolinea, a volte in modo anacronistico, alcuni aspetti. Ma le interpretazioni delle opere letterarie antiche sono sempre state influenzate dai modi di pensare moderni – e quindi a volte bisogna accettare gli anacronismi.

 

Simone Beta insegna Lingua e letteratura greca all’Università di Siena. Ha scritto sul teatro (la commedia), sulla poesia (l’epigramma), sulla retorica e sul vino. Presso Einaudi ha curato i seguenti volumi: Terenzio, La donna di Andro (2001); Lirici greci (2008); Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone (2009). Ha pubblicato, sempre presso Einaudi, Il labirinto della parola (2016).

Giuseppina Capone

Al Circolo della Stampa di Avellino

Serata ricca, colta e al femminile quella che, organizzata dall’infaticabile Giovanna Scuderi, titolare dell’omonima casa editrice, avrà luogo mercoledì 16 novembre, alle 17, presso il Circolo della Stampa di Avellino, con la partecipazione del presidente dell’associazione “Garden Club Verde Irpinia” Gabriella Barra, della scrittrice e storica Gaetana Aufiero e della psicologa Giuseppina Marzocchella. Nel corso dell’evento, intitolato “Violare il Silenzio”, anche Susanna Puopolo, autrice ed interprete del testo “Vestiti a Lutto”, le letture degli autori Amalia Leo, Antonietta Urcioli, Giuseppe Vetromile, Monia Gaita e Ilde Rampino, l’esibizione della cantautrice Patrizia Girardi e l’intervento di Angela Cutillo che “rivivrà” un dipinto di Dorotea Virtuoso con le parole di Maria Reggio.
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