La mitologia raccontata ai bambini

“Mitologia per bambini”, protagonisti gli eroi della mitologia greca e romana: Ercole con le sue fatiche, la guerra di Troia, il labirinto del Minotauro, Ulisse e le sue avventure, e tanti altri miti in grado sempre di affascinare bambini ed adulti.

La collana di libri illustrati proposta in edicola da Hachette si compone di 70 uscite con cadenza settimanale e con la mitologia “apre le porte di un mondo di fantasia e di avventure”.

Un articolato e piacevole viaggio per conoscere le origini della nostra cultura.

Antonio Desideri

Fotografia sociale: il primo fotografo sociologo

La fotografia è un vero e proprio mezzo di comunicazione. Il  messaggio che si può inviare tramite una fotografia può variare a seconda dell’obiettivo che si prefigge e, di conseguenza, il suo valore si valuta attraverso l’informazione che fornisce a coloro che la osservano. La fotografia sociale, ad esempio, si concentra non solo sulla ricerca di un’immagine perfetta dal punto di vista tecnico ma la sua priorità è dare spazio al tema sociale; la peculiarità della fotografia sociale (che si impone l’obiettivo di raccontare), quindi, è la ricerca tra estetica, stile personale, racconto, e, soprattutto, documentazione. Difatti, la fotografia sociale, viene utilizzata per raccontare storie di persone che spesso vengono trascurate ed è proprio attraverso quest’ultima che gli osservatori sono invogliati ad iniziare un cambiamento sociale. In sostanza, questo tipo di fotografia si impone, come requisito fondamentale, la ricerca di una verità e di un’obiettività, mediante l’uso dell’immagine soprattutto riguardo le realtà sociali e critiche che la maggior parte delle volte si preferisce ignorare. La prima fotografia sociale fu scattata la Lewis Hine.

 La prima fotografia sociale

“Se sapessi raccontare una storia con le parole, non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica”  Lewis Hine

L’intento di Hine, infatti, era proprio quello di raccontare, attraverso la fotografia,  storie che a parole non si riuscivano a descrivere e che venivano, quindi, prese poco in considerazione. Lewis W.Hine nacque a Oshkosh (Wisconsin) nel 1874. Era figlio di un’insegnante e di un veterano della guerra civile. Quest’ultimo perse la vita nel 1892 e Hine fu costretto a prendersi cura della sua famiglia sin da quando era molto giovane, iniziando a lavorare in una fabbrica di tappezziere per mobili e guadagnando poco più di 4 dollari alla settimana, eseguendo 13 ore di lavoro al giorno. In seguito lavorò in una compagnia di filtri per l’acqua e in banca poi. Solo nel 1900 e dopo enormi sacrifici, riuscì finalmente a frequentare l’Università di Chicago seguendo la facoltà di Scienze dell’Educazione. Continuò gli studi presso la New York University e la Columbia.

Hine fu il primo fotografo capace di dare un’importanza ulteriore alla fotografia utilizzandola  per promuovere nuove riforme sociali, come ad esempio mandare informazioni riguardo il lavoro minorile.

Dopo la laurea ottenne il ruolo di insegnante di Sociologia presso la Ethical Culture School di New York e da lì a poco iniziò a realizzare i suoi primi reportage, mirati principalmente sulle grandi città come New York.

Hine credeva che l’educazione fosse un ottimo strumento di trasformazione sociale, anche se non bastava per comprendere a fondo ciò che stava succedendo. Decise così di accompagnare l’insegnamento con la fotografia in modo da orientare i giovani verso una consapevole percezione della realtà. Sentiva il bisogno di dare valore al tema dell’immigrazione dell’America del primo Novecento, optando per la fotografia come  unico mezzo efficace per far essere tutti al corrente di ciò che stava avvenendo. Nacque così il reportage ad Ellis Island. Tantissimi erano gli immigrati che raggiungevano New York nel primo decennio del Novecento. Così, insieme ai suoi alunni, Hine decise di attraversare le strade dell’isolotto newyorkese, il principale punto d’ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti. E attraverso la fotografia, Hine, racconta lo stile di vita degli immigrati, ritraendo queste persone durante le ore di lavoro (sottopagate) persino nelle loro baracche poco pulite, umide e senza luce. Nel 1908, il National Child Labor Committee (NCLC) gli commissiona  un’inchiesta sul lavoro minorile. Decide di dedicarsi del tutto alla fotografia. Il lavoro minorile, nel primo Novecento, era considerato normale in America, ma per Hine non era assolutamente accettabile. Intraprese così lunghi viaggi, (percorrendo oltre ottantamila chilomentri, tra Florida e Chicago) della durata di 10 lunghi anni, per documentare le condizioni lavorative dei bambini nelle miniere, nelle piantagioni e nelle fabbriche.

Le foto di Hine ritraggono bambini che lavorano, con vestiti consumati e sporchi, le lacrime agli occhi e i volti stanchi, nelle industrie, per strada, nelle campagne, e nelle miniere. Per riuscire a documentare le condizioni di questi bambini, però, era costretto a fingersi fotografo industriale o un venditore di bibbie; chi gestiva le miniere o le fabbriche voleva tenere nascosto il lavoro minorile.

Fotografie che hanno girato il mondo intero quelle di Lewis Hine con l’intento di dare voce a chi la voce era stata rubata, per far conoscere la cruda e triste realtà che si ignorava o di cui addirittura non si era a conoscenza.

Le fotografie di Hine sono state fondamentali per scoprire tante crude realtà e riuscire in tempo a soccorrere tante persone in difficoltà, sono state, le fotografie di Lewis, di grande contributo ai fini dell’abolizione del lavoro minorile nel 1916.

“Poeta della fotografia” così è stato definito Lewis Hine  grazie alla sua grande facoltà di comunicare l’animo di un critico tempo storico.

Alessandra Federico

Il mi nonno. Storie e storielle del mio paese

Uno sguardo alle storie e alle leggende del suo paese d’origine, Ponte Buggianese, in provincia di Pistoia, è il leit motif ispiratore de Il mi Nonno. Storie e storielle del mio paese, pubblicato nel 2010, poco prima della scomparsa del suo Autore Antonio Desideri.

Il volume è stato ripubblicato dall’Associazione Culturale “Napoli è” nel 2021 per ricordare la scomparsa dello scrittore e collaboratore di varie testate giornalistiche e della stessa Associazione, raccoglie gli scritti dell’Autore dal 2002 al 20024.

Napoli segreta: viaggio alla scoperta della città

Il Mattino ha regalato il 21 dicembre scorso ai suoi lettori la bella pubblicazione curata da Vittorio Del Tufo “Napoli segreta”, uno stimolante viaggio all’interno della città illustrato da fotografie di Sergio Siano che accompagnano il “visitatore” alla scoperta di tanti luoghi da visitare anche legati a leggende più o meno note.

Il quotidiano da anni con la sua rubrica “L’Uovo di Virgilio” accompagna la domenica gli appassionati alla riscoperta della Napoli più misteriosa e segreta.

Un viaggio quello presentato nel libro che parte dai misteri della sirena Partenope e porta ai segreti di Virgilio, celebrato dal Medioevo in poi come Mago e poeta dei miracoli, agli enigmi legati al sangue di San Gennaro, alla Cappella Sansevero con le macchine di Raimondo di Sangro e il Cristo velato, al triangolo esoterico di piazza San Domenico Maggiore, a tante altre leggende e luoghi.

Tante le leggende e i misteri di una Napoli tutta da scoprire sia architettonicamente che culturalmente. Un invito ad una più profonda conoscenza di Napoli.

Alessandra Desideri

Il re degli dèi. Zeus e le divinità greche: le meravigliose storie del mondo antico

Professor Gelain, lei è autore del noto podcast Mitologia. Qual è stata la chiave del successo per un tema che apparentemente, forse, è sideralmente distante dai gusti contemporanei?
Come ben afferma lei, apparentemente la mitologia sembra essere un argomento lontano dal velocissimo mondo di oggi e le confesso che era quel che pensavo pure io, all’inizio del mio percorso. La mia sorpresa è stata scoprire che in realtà le cose non stavano così. Negli ultimi mesi sono apparse diverse pubblicazioni riguardo la mitologia, non solo greco-romana… posso immaginare che il desiderio di conoscere un po’ di più la cultura antica che ci ha prodotti sia maggiormente diffuso di quanto uno si aspetti. Quando ho iniziato a produrre il podcast, il mio scopo era di fornire ai miei studenti del materiale didattico da ascoltare a tempo perso, magari in autobus venendo a scuola o tornando a casa… La narrazione divulgativa di miti greco-romani, con linguaggio diretto a coinvolgere l’ascoltatore nel racconto, ha avuto un buon successo; il podcast ha preso piede anche al di fuori delle mura scolastiche, segno che pure altre fasce di età sono “aperte” a questa mia proposta.
Come dico nel podcast, il mito è uno specchio che ci riflette e che ci permette di riflettere su noi stessi, arrivando a comprendere meglio noi stessi, il nostro pensiero, la nostra cultura.
Zeus accompagna il lettore in un viaggio di scoperta affascinante ed in percorso acquisitivo ammaliante. Perché ha scelto “Il re degli dei” come guida d’eccellenza per spiegare le origini del mondo antico?
Zeus è la chiave di volta del passaggio dall’era titanica a quella degli dei beati: è la divinità delle divinità, colui che governa e regge il mondo. Con i suoi due fratelli, Poseidone e Ade, condivide la sovranità sulla Terra, ma ad essi comanda in quanto superiore per potere ed intelletto. Lui, il figlio più giovane di Rea e di Crono, è il dio che tutti gli altri supera anche solo per la stessa lungimiranza… Tutte le divinità dell’Olimpo manifestano caratteristiche spesse volte umane: invidie e gelosie, tranelli ed inganni, giochi di potere e vendette sono all’ordine del giorno nel palazzo degli dei: l’unico che riesce a gestire questo intricato gruppo di famiglia è proprio Zeus. Nel libro, dunque, ho considerato la figura di Zeus come lo spartiacque tra quello che c’è prima della sua salita al potere e quello che c’è dopo: il titolo del libro, in questo modo, è venuto da se’.
Tra le donne del mito campeggia Pandora, donna malvagia, perché sarà lei per la sua incontrollabile curiosità a diffondere livore, conflitto, malanno, decesso, aprendo il celebre vaso sigillato da Zeus.
Il mito ha contribuito alla misoginia?
Con questa domanda LEI apre un vaso di Pandora! La mitologia ha una marcata venatura misogina! Innumerevoli sono gli esempi di donne scriteriate o incontinenti, ingannatrici e dedite al tradimento, spergiure e violente. Altrettanto abbondano racconti in cui c’è una avvenente principessa da salvare da qualche pericolo: fatalmente arriva l’eroe di turno che uccide il cattivo e sposa la bella. Da un lato come dall’altro la figura femminile è vilipesa come inferiore raffrontandola all’altro sesso.
Poche sono le figure femminili che risaltano per gesti che possano essere anche solo messi a confronto con quelli degli eroi maschi.
Il quadro che viene così dipinto sembrerebbe sconsolante, vero? Per fortuna abbiamo la possibilità parlare ed approfondire liberamente questi temi: notare come questa impronta che limita nel mito la figura femminile sia evidente a chiunque si fermi un attimo a pensare, diviene una spinta a mettere a critica il nostro mondo d’oggi. Voglio dire che ancor di più bisogna soffermarsi a considerare quali ingiustizie, sociali e morali, le donne sono costrette a subire al giorno d’oggi!
Riguardo a Pandora, la prima bellissima donna, costruita da Efesto e ricca di tutti i doni che gli dei hanno abbondantemente riversato nel suo spirito (Pandora: colei che reca in se’ ogni dono), ella nasce con lo scopo di portare scompiglio tra gli uomini. Viene fatta sposare a forza con Epimeteo (colui-che-riflette-dopo-aver-agito), il fratello poco accorto di Prometero (colui-che-riflette-prima-di-agire).
In una versione dimenticata, ma che a me piace riproporre, Pandora porta il suo vaso dall’Olimpo alla casa coniugale. Ad entrambi è stato ordinato di custodire quel vaso e di non aprirlo mai. In questa versione è proprio Epimeteo che, roso dalla curiosità, libera tutte le magagne sugli uomini. Non ci stupisce che ci venga sempre e solo propinata la “versione ufficiale” di questa storia, in cui la curiosità (debolezza esclusivamente femminile…)  consiglia a Pandora di commettere l’atroce gesto…
Per rispondere in breve alla sua domanda riguardo al contributo ad una visione misogina, reputo che la mitologia abbia invece testimoniato, per così dire, il sentimento culturale dell’epoca.
Quali sono i testi che ha letto e consultato per redigere il suo scritto?
Sono sempre stato appassionato della mitologia, ma il mio primo vero acquisto in questo campo è stato “I miti greci” di Robert Graves: la mia copia, che tutt’ora uso, ha più di quarant’anni. È un testo complesso e richiede un certo esercizio nell’affrontarlo, talmente è pieno di citazioni e rimandi. Gli altri due pilastri del mio lavoro sono Gli dei della Grecia, di Walter Otto e Gli dei e gli eroi della Grecia, di Karoly Kerenyi (formidabili). I due Meridiani dedicati al mito di Guidorizzzi. Le altre fonti sono Esiodo con la sua Teogonia e Apollodoro con la “Biblioteca”. Poi opere specifiche (testi teatrali, testi e inni omerici, ecc…).
Eroiche imprese, annientamenti clamorosi e conquiste insanguinate, tra orditi, frodi e predizioni. Quali riflessi possiede il mondo antico sull’oggi?
C’è solo l’imbarazzo della scelta. Il mito, parlando al nostro cuore più intimo, ci racconta non solo di fatti, ma di pensiero, destino, capriccio, ostilità, prevaricazione e pura e semplice cattiveria; ci parla di astuzie e scorciatoie, di tranelli e tradimenti. Al tempo stesso ci racconta però di conseguenze di certe azioni e soprattutto della impossibilità di sfuggire alle leggi della natura o del Fato.
Questo significa che il mito non è solamente un testimone di qualcosa che accade, non è solo la spiegazione di quel che succede attraverso l’invenzione o l’immaginazione: è anche un potente strumento per affrontare la vita, con consigli e riflessioni.
Come ci viene tramandato, gli antichi greci fondavano la propria visione del mondo a partire dall’Iliade e dall’Odissea, due testi che formavano la mente del giovane che si apre alla vita.
Come accennavo più sopra, il mito ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e la realtà in cui viviamo. Antigone e la sua lotta impari contro Creonte non ci commuove solamente, ma ci fa comprendere come la linea che separa “giusto” ed “ingiusto” sia spesso netta ma come, allo stesso tempo, possa essere non facile scegliere da che parte stare. Medea che abbandonata uccide i suoi stessi figli per la sua oscura vendetta; Atteone con la sua metamorfosi in cervo che lo porta ad essere sbranato dai suoi fedeli cani; Edipo che per fuggire dal suo terribile destino gli va incontro… sono solo alcuni esempi di come il mito ci induca a riflette sul nostro “stare-nel-mondo”, nel nostro tempo attuale, questo terribile e complesso tempo che viviamo.
Alessandro Gelain è insegnante di filosofia a Noventa Vicentina. Ha una grande passione per il teatro: ha vinto diversi premi come migliore attore, tiene corsi di avvicinamento al teatro per le scuole e co-dirige corsi e laboratori per adulti, organizzati dalla Compagnia Prototeatro di Montagnana. Creator di YouTube, nel 2019 ha dato vita al canale podcast Mitologia: le meravigliose storie del mondo antico.
Giuseppina Capone

Stefano Berni: Etiche del sé. Foucault e i greci

Stefano Berni, quali sono le tensioni etiche della società greca secondo Foucault?
Innanzitutto non sono un grecista o uno storico della filosofia del pensiero antico. Di fatto neanche Foucault era uno studioso del pensiero greco, e le critiche da parte degli specialisti del settore circa le sue interpretazioni eretiche e eterodosse non mancarono. Il fatto è che occorre comprendere cosa sia la storia per Foucault: è un coacervo di verità nascoste e di linee divergenti. Si tratta di cercare il rimosso, attraverso lo scavo archeologico e genealogico, per ridare dignità ad un pensiero scomparso ma che avrebbe una funzione critica specifica nel presente. La risposta che andava cercando risiedeva nell’etica degli ellenisti, di coloro cioè che rivalutavano “le ragioni del corpo”.
Foucault ha offerto i suoi ultimi anni di vita al tema dell’”etica della verità”. Ebbene, che importanza ha per il singolo e per la società disporre di individui capaci di dire la verità?
Tra gli ellenisti Foucault si concentra in particolar modo sui cinici. Essi avevano il coraggio di affrontare il potere e di dire in faccia ai tiranni ciò che pensavano delle loro leggi e dei loro atteggiamenti. Di fronte all’arroganza del potere essi non temevano per la propria vita e dicevano francamente quello che spesso era il pensiero di molti. L’atteggiamento etico coincideva con un atteggiamento politico e sociale per rivoltarsi contro le ingiustizie. Pertanto la verità non coincide con l’affermare un principio valido scientificamente o inteso come qualcosa che, religiosamente, sia legato alla fede.  La verità, per Foucault, coincide col dire ciò che si pensa, liberamente.
Gli antichi greci avevano decretato che, per enunciare la verità, occorra dire tutto ciò che si ha in mente. La parresìa suppone che non vi sia scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice. Perché Foucault parla di coraggio?
Non si tratta tanto di dire quello che si pensa, ma di dirlo argomentando e mostrando le contraddizioni del potere. Per dire la verità al potere occorre una forte dose di coraggio, perché ovviamente il potere si esercita con la costrizione o con la forza. Mettersi contro il potere significa innanzitutto rischiare di essere emarginati, esclusi, reclusi, uccisi. Ma spesso significa anche mettersi in una situazione di solitudine e di emarginazione perché gli altri preferiscono tacere per paura o per un interesse personale o per convinzione, e allora ti escludono, ti evitano, parlano male, prendono le distanze, fino a giungere ad una sorta di sanzione morale come esercitare un linciaggio vero e proprio.
Qual è il senso del richiamo alla tradizione del pensiero greco da parte di Foucault?
Come accennavo prima, Foucault rivolta, interpreta, corregge le interpretazioni degli storici in modo strumentale. Lui è interessato principalmente all’etica del sé, a quel tipo di comportamento finalizzato al miglioramento e al potenziamento della propria vita. Fare di sé un’opera d’arte. Diventare ciò che si è. La finalizzazione è raggiungere la vita buona teorizzata dai filosofi greci: l’eudemonia, che per Foucault passa dai piaceri del corpo, per raggiungere una vita temperante, fatta di incontri, di amicizie, di relazioni sociali, una vita spesa alla ricerca del bello per poter dire con Nietzsche: vorrei rivivere eternamente questa vita.
Lei ha condotto un’indagine circa il pensiero di Michel Foucault in relazione alla filosofia greca. In che misura Foucault se ne discosta?
Difficile rispondere a quest’ultima domanda dopo aver detto appunto che Foucault estrae dalla filosofia greca una parte a cui lui era interessato: c’è poco Platone e poco Aristotele; apparentemente non ci sono gli epicurei. Semmai Foucault ripercorre dei tratti salienti come appunto la parresia, la cura di sé, il miglioramento di sé, contro altri paradigmi che purtroppo invece, a causa del cristianesimo, si sono imposti come vincenti: la rinuncia di sé, l’ascesi, il pastorato, la coscienza di sé. Questi ultimi concetti sono vere e proprie tecnologie del sé che il sapere-potere ha utilizzato per addomesticare i soggetti, controllare la popolazione, assoggettare gli individui. Tornare ai Greci significherebbe abbandonare tutta questa serie di atteggiamenti che ancora oggi ci accompagnano e sono risultati vincenti nel corso della storia. Tornare alle etiche del sé dei Greci significherebbe liberarsi finalmente di un potere che ci ha governato per secoli.
Stefano Berni, insegnante di filosofia e scienze sociali nei licei, è stato dottore di ricerca, assegnista e professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena. Ha pubblicato su numerose riviste. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista «Officine filosofiche» e vicepresidente della sezione di Prato della Società Filosofica Italiana. Tra le sue opere ricordiamo: Nietzsche e Foucault. Per una critica radicale della modernità, Milano 2005; Epigoni di Nietzsche. Sei modelli del Novecento, Firenze 2009; Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, (con Ubaldo Fadini) Firenze 2010; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta (con Giovanni Cosi) Milano 2014; Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2019.
Giuseppina Capone

Massimo Prati: Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova

Massimo Prati, la storia di Genova, la storia del calcio, la storia del Genoa, la storia della Liguria “fuori dalla Liguria”, la storia delle rivoluzioni sono i suoi argomenti ricorrenti. In quale relazione cronologica e tematica si pone “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”?
Da un punto di vista cronologico, se come criterio si prende in considerazione la data di pubblicazione, questo romanzo è il mio quarto libro. Prima di esso sono usciti “I Racconti del Grifo” (in due edizioni, nel 2017 e nel 2020), “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano” (2019) e “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità” (2020), libro – quest’ultimo – che consiglio a tutti coloro i quali amano la storia sociale e la storia del movimento operaio. Ma, se invece consideriamo l’anno di redazione del testo, allora i “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova” rappresentano il primo lavoro della mia produzione di autore. Scrissi, infatti, questi racconti nella seconda metà del 1996.
Da un punto di vista tematico, come giustamente da lei evidenziato nella domanda, in questo mio primo testo narrativo sono presenti molte suggestioni che passano trasversalmente e si ripropongono in tutti i miei libri successivi, anche in quelli che rientrano nella categoria della saggistica. In effetti, i “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova” anticipano in qualche modo quelli che saranno i miei temi ricorrenti: la storia di Genova (sotto molteplici sfaccettature), la storia del calcio, la storia del Genoa, la storia della Liguria “fuori dalla Liguria” (Carloforte, Bonifacio, Monte Carlo, Saint-Tropez, Nueva Tabarca, Gibilterra, la Boca, Tristan da Cunha). E poi, ancora, la storia sociale, la storia delle rivoluzioni, la storia del movimento operaio, l’attenzione per l’arte e in particolare per la pittura e per la musica dei vari periodi storici presi in esame.
Vibrante e sempre pertinente è il suo sguardo verso il Novecento: la Rivolta antifrancese in Corsica, il Primo conflitto mondiale, l’ascesa del Fascismo, la Guerra civile spagnola, la Seconda guerra mondiale e la Liberazione, procedendo dal singolo ai grandi avvenimenti storici: la lotta sociale è il filo rosso della narrazione nel suo complesso?
Sì, in effetti, come dico in un’avvertenza al lettore che ho chiamato “avviso ai naviganti”, questo libro non narra vicende di un singolo uomo bensì la vita di tante persone, di gente semplice che ha fatto la storia. Vicende di comuni mortali, ma essere umani per niente anonimi, orgogliosi di se stessi, capaci di nobili azioni e grandi ideali. Un libro, quindi, che vuole essere un omaggio a tutti coloro che hanno lottato o lotteranno per la libertà. Affinché non dimentichino e affinché non siano dimenticati.
Detto questo, vorrei fare una precisazione sulle vicende storiche rievocate nel mio libro. In generale, pur trattandosi di un testo di narrativa, il contesto storico è realistico e dettagliato: le vicende dell’ascesa del Fascismo, del Fronte Popolare Francese, della Rivoluzione Spagnola, della dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana e della Seconda Guerra Mondiale sono documentate e rispondenti a rigorose ricostruzioni storiche. Nel caso della rivolta in Corsica del 1899, invece, mi sono concesso una libertà letteraria, nel senso che, per esigenze narrative, ho trasposto e adattato, eventi, luoghi e personaggi storici del Settecento collocandoli alla fine dell’Ottocento.
Nella sua opera ricorrono cenni biografici di persone non sempre “direttamente associabili o collegabili ai fatti narrati”. Chi sono e qual è il loro legame con il pensiero socialista, radicale ed anarchico?
Alla fine del libro, in una sorta di postfazione,  cito una decina di persone realmente esistite: Faustine Gaffori, Stefano Vallacca, Toussaint Louverture, Gaetano Lavarello, Andrea Repetto, Mario Traverso, Umberto Pini, Luigi Bona, Rinaldo Prati, Giuseppe Prati, Francisco Piqueras e Wilebaldo Solano. In alcuni casi si tratta di miei parenti, (Luigi Bona, Rinaldo Prati, Giuseppe Prati: rispettivamente prozio, zio paterno e fratello minore di mio nonno), in altri casi di amici o persone che ho conosciuto (Francisco Piqueras e Wilebaldo Solano). Ma sono tutte persone che in qualche modo hanno “accompagnato” la narrazione dei miei racconti, perché le loro vicende biografiche sono state per me fonte d’ispirazione.
Alcuni di loro sono stati esponenti dei movimenti socialista e libertario: Mario Traverso è stato un anarchico genovese, volontario in Spagna, Wilebaldo Solano è stato dirigente del POUM (un partito socialista antistalinista) e Francisco Piqueras è stato un miliziano della celebre Colonna Durruti.
Oltre a loro, nel romanzo parlo di altri importanti esponenti italiani, francesi e spagnoli del movimento socialista e del movimento anarchico. I primi tre esempi che mi vengono in mente sono Camillo Berneri, François Pivert e Andres Nin.
Scorrendo le pagine si notano citazioni ad inizio capitolo. Hanno un nesso con il contenuto del capitolo?
Sì, come spiego nella prefazione, nel romanzo c’è anche un forte ricorso all’intertestualità, intesa sia come meccanismo narrativo sia come rimando, cioè come relazione che lega un testo letterario ad altri testi letterari. Un tipo di relazione che, nella fattispecie, in questo libro si manifesta regolarmente proprio con le citazioni ad inizio capitolo. Citazioni, quindi,  che non sono concepite come semplici richiami fini a se stessi a testi letterari, ma che servono a stabilire un nesso con il contenuto del capitolo stesso. Tanto per fare alcuni esempi: nel capitolo in cui parlo dei pirati saraceni c’è all’inizio una citazione dei versi di Fabrizio De André tratta dalla canzone “Sinàn Capudan Pascià” e il capitolo in cui il protagonista ritorna a Genova in transatlantico dopo una ventina d’anni, inizia con i versi della canzone di Ivano Fossati “Chi Guarda Genova”: quella nella quale il cantautore genovese ricorda che “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”.
Il suo libro è “un omaggio a tutti coloro che hanno lottato o lotteranno per la libertà”. Quali sono, a suo giudizio, ad oggi, i pericoli al godimento delle libertà?
Direi che nell’epoca storica attuale i pericoli per la libertà sono numerosi e di natura diversa: dall’estremismo islamico al riemergere di gruppi fascisti e filonazisti. E poi, ancora le dittature o le derive autoritarie di molti paesi: Cina, Birmania, Egitto, Russia, Turchia. Senza contare che pericoli autoritari ci sono anche nei paesi occidentali. È una situazione che spesso mi porta ad un certo pessimismo. Anche se, poi, mi viene da pensare come, anche nei momenti più bui, l’umanità sia sempre riuscita a trovare il modo superare i periodi peggiori. Per questo motivo, alla fine, in me prevale la speranza che si possano trovare forme di vita sociale a misura d’uomo  e di ambiente.
Massimo Prati si è laureato all’Università di Genova in Comunicazione Interculturale. Ha proseguito gli studi in Linguistica all’Università di Ginevra, nell’ambito del DEA, e in English Literature al St Claire’s College-Oxford. È inoltre formatore a Supercomm-Ginevra e insegnante nel College Aiglon.
Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020; della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020. Infine, coautore, con Emmanuel Bonato, del libro di didattica della lingua italiana, “Imbarco Immediato”, Fanalex Publishing, Ginevra, 2021. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.
Giuseppina Capone

Silvia Stucchi: A cena con Nerone. Viaggio nella cucina dell’antica Roma

Quali sono le difficoltà insite nel lavoro della divulgazione storica?
Le difficoltà del lavoro di divulgazione storica e letteraria per quanto concerne il mondo classico riguardano, per prima cosa, il contesto culturale in cui ci troviamo, in cui sempre meno diffuse sono non soltanto le cognizioni di base relative alla civiltà greca e latina, anche a causa di una sempre più decisa marginalizzazione dei contenuti relativi alla storia antica, alla storia romana, alle lingue classiche, nella scuola di ogni ordine e grado; in generale, poi, specialmente negli ultimi anni, è sempre più evanescente la consapevolezza della dimensione storica connaturata a tutti i fenomeni politici, sociali, artistici.
Lei svolge attività di ricerca sull’archeo-cucina. Ebbene, su quali campi di applicazione pratica e teorica s’incentra?
Qui c’è un fraintendimento, alimentato dal titolo, su cui abbiamo volutamente giocato: io non sono una archeo-cuoca, ma una esperta di filologia e letteratura latina, e tale è il mio occhio nell’interrogare i testi; gli esperti di archeo-cucina, che ammiro molto, sono altri. Il mio volume presenta, naturalmente, anche delle ricette, più nel solco della ricerca della continuità con il mondo antico che dell’ossequio filologico-gastronomico, ma, soprattutto, vuole essere un viaggio nella percezione del cibo e della convivialità dei nostri maiores. Quando si parla di cibo, infatti, nei documenti letterari, possiamo infatti trovare alcuni casi di autori che, effettivamente, ci spiegano il processo di preparazione di determinate pietanze (è il caso di Catone il Censore, Columella, Apicio); ma sarebbe molto ingenuo pensare che, automaticamente, se l’autore latino ci sta parlando di cibo è perché ci vuole dare una ricetta. Spesso, infatti, il cibo è pretesto e metafora per parlare d’altro: pensiamo ad Orazio, e alla polisemia del termine ius (“diritto”, ma anche “sugo”, “condimento”), o alla presentazione della cena dell’arricchito Nasidieno, confrontata con il racconto del semplice pasto dell’autore stesso. Quando Cicerone ci parla dei suoi rinnovati gusti e vezzi per l’alimentazione ricercata, nelle lettere successive a Farsalo, ci sta dicendo altro, sta parlando, sotto metafora, di politica e del suo adattamento, difficile, ma non impossibile, ai nuovi tempi. E sarebbe molto ingenuo, e non coglierebbe il senso del testo, chi pensasse che la Cena di Trimalchione di Petronio sia descrizione di un banchetto reale, e quindi ripetibile, al di là di qualche esperimento en travesti che molti possono avere fatto, con divertimento e piacere, magari al liceo. Il mio libro rappresenta quindi un viaggio non soltanto nel cibo dell’antica Roma, ma in tutto quello che gira attorno al cibo, a partire dal galateo dell’invito a cena e del banchetto.
A cena con Nerone. Viaggio nella cucina dell’antica Roma. Esistevano le diete ipocaloriche tanto in voga oggidì?
Nel mondo antico, in fondo, anche nei conviti più fastosi, l’idea di base era che il banchetto, per venire apprezzato, dovesse essere all’insegna non solo della ricercatezza e dell’eccellenza dei cibi, ma anche della loro quantità: l’opulenza era quindi un segno di ricchezza in un mondo ancora caratterizzato, per la stragrande maggioranza della popolazione, dalla penuria e dalle restrizioni alimentari: i cibi raffinati, elegantemente presentati, ma dalle porzioni risicate della nouvelle cuisine o di certi chef pluristellati odierni, non avrebbero riscosso successo. Tuttavia, non bisogna pensare che si banchettasse tutti i giorni: in fondo, io credo che ci stupiremmo di quanto fossero parchi e frugali, in condizioni normali, i pasti quotidiani anche di personaggi di un certo rilievo. E ricordiamo, non incidentalmente, che una grandissima differenza fra il nostro modo di intendere il cibo rispetto a quello che accadeva nel mondo antico è l’incidenza dei “fuori pasto” (snack, spezzafame, caffé alla macchinetta con dolcetto, etc.), che vengono spesso consumati sul luogo del lavoro: tutti elementi ovviamente sconosciuti ai Romani.
Per quanto riguarda il concetto di “dieta” che troviamo attestato nella letteratura latina, per esempio in Plinio il Giovane, che è molto attento a questi aspetti, esso è più simile al nostro concetto di “medicina olistica”, in quanto la dieta, etimologicamente indica il “regime di vita” corretto ed equilibrato, che tenga conto quindi non solo della quantità, qualità e varietà dei cibi, ma anche del ritmo di vita, dell’alternanza, fra gli impegni (gli officia) e il tempo libero (otium, che può essere inteso come otium litteratum), da trascorrere in luoghi tranquilli e dal clima favorevole e inframmezzato dalla cura del corpo e da una leggera attività fisica.
Pavoni e lingue di fenicotteri erano alla portata di tutti o esistevano anche ricette realizzate con ingredienti meno esotici e persino replicabili oggi?
Certo, alcune ricette erano riservate a occasioni speciali per consumatori d’élite, ma bisogna anche pensare che, spesso, la bizzarria, la ricercatezza, la gola, la stravaganza, le spese spropositate per i banchetti sono elementi utili – penso alla storiografia – per caratterizzare negativamente un personaggio, per esempio, un pessimo imperatore, come fa Svetonio con Vitellio o la Historia Augusta con Eliogabalo; mentre, al contrario, il buon imperatore è per definizione sobrio, parco e non indulge al vizio della gola (pensiamo a Marco Aurelio o Settimio Severo). Alcune ricette, invece, quelle più semplici, sono in fondo ancora oggi non praticabili, ma praticate: penso al laganum di cui cui parla Orazio in sat. 1, 6, che è molto simile, a quanto pare, a una ricetta salentina di pasta e legumi; ad alcuni dolci rustici descritti da Catone, che possono essere i diretti antenati degli struffoli; al garum, che non era il pestilenziale e un po’ schifoso intruglio di cui ci parla una certa vulgata, ma che doveva essere simile, nella sua forma più raffinata e filtrata (il flos gari, “fiore di garum”,) alla colatura di alici che ancora oggi si produce; e il moretum di cui ci parla l’Appendix Vergiliana e di cui Columella nel I sec. d C. ci dà alcune varianti nella preparazione era, in sostanza, una sorta di pesto rustico con cui condire una focaccia. E pensiamo alla patina, di cui ci parla Apicio: al netto dei condimenti di base, certo un po’ troppo speziati e caricati per i nostri gusti, in fondo, dato che l’ingrediente che rende una patina tale sono le uova, si tratta, di fatto, di una omelette.
Lei riporta autentiche ricette ricavate dalle opere di Catone, Columella, e, soprattutto, di Apicio, sotto il cui nome ci è giunto il più famoso corpus gastronomico. Quali sono le più eclatanti differenze quanto al gusto?
Per prima cosa, alcuni ingredienti sono, di fatto scomparsi: pensiamo al silfio, componente di base e condimento di tantissime preparazioni, che veniva coltivato solo in una ristretta fascia territoriale attorno alla città di Cirene. Ma, soprattutto, dobbiamo pensare che i nostri maiores non avevano una serie di cibi e bevande che per noi sono la normalità e che costituiscono larga parte della nostra alimentazione: niente pomodori, patate, fagioli, niente frutti che per noi oggi sono assolutamente familiari, come banane, ananas, e così via. Niente the, caffé, cioccolato, niente superacolici; per dolcificare, si usava il miele, e anche i dolci, almeno, quelli che descrive Catone il Censore, erano molto pesanti e non lievitati, senza burro, ma con il formaggio di capra e pecora. Sicuramente, il gusto era diverso: mediamente salse e condimenti erano molto elaborati, speziati, di gusto forte, e poi dalle ricette possiamo arguire che l’agrodolce, che l’accostamento di sapori per noi forse difficili da apprezzare fosse invece assai gradito.

Silvia Stucchi è dottore di ricerca in Filologia e Letteratura latina e insegna Lingua latina e Letteratura latina presso l’Università Cattolica di Milano e nei licei. Membro scientifico della Société Internationale des Amis des Cicéron e della Société Internationale d’Ètudes Néroniennes, svolge attività di giornalista pubblicista su varie testate; oltre che di numerosi articoli, è autrice dei volumi: Antiche consolazioni (2007); Osservazioni sulla ricezione di Petronio nella Francia del XVII secolo: il caso Nodot (2010); Apologia. Apuleio Platonici pro se de magia (2016); Seneca. Lettera sul suicidio (2018); Plauto. La gomena (2020). E per Ares, Come il latino ci salva la vita (2020).

Giuseppina Capone

Rosaria Catanoso: Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia

Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia: quali snodi, in particolare, del pensiero arendtiano si propone di esaminare la sua monografia scientifica?
L’intento del mio lavoro è cogliere, con l’ausilio di Hannah Arendt, le sconcertanti questioni politiche del nostro tempo, innanzi alle quali servono strumenti ermeneutici al fine di comprendere un presente sempre più in krisis. I temi della riflessione arendtiana, che mi propongo di sottolineare sono sia di natura politica e storica, sia filosofica e morale. Penetrare nel suo pensiero è valso a intendere la filosofia non come speculazione teorica, ma come la possibilità di scoprire i criteri, o almeno le modalità, con cui il giudizio si fa strumento d’azione consapevole. La sua ricerca filosofica è sollecitata da fatti e avvenimenti che offrono al lettore una prospettiva teorica di rilevante interesse filosofico, politico e storico. Dall’intreccio tra pensiero ed esperienza nasce in lei la consapevolezza che solo giudicando il reale sia possibile cambiare le sorti della storia e iniziare qualcosa di nuovo insieme agli altri. Nel dettaglio, il giudizio è la categoria con la quale comprendere gli eventi passati e scegliere come agire consapevolmente nelle circostanze in cui possano prevale dubbi ed incertezze etiche e morali. Nuovi e sempre uguali pericoli investono le democrazie occidentali. Pensiamo ai nascenti populismi, al riaccendersi della paura nei riguardi dello straniero, ai nuovi fondamentalismi religiosi e ai fenomeni terroristici. La crisi della rappresentanza mostra l’esigenza di ripensare la politica, quale spazio di apparenza e di manifestazione della parola e del discorso. In un tempo in cui, i mezzi di comunicazione multimediale si sono trasformati da strumenti a luoghi, sostituendosi prima all’ agorà e poi alle sedi di partito, diventa cogente riattivare forme di cittadinanza attiva che riavvicinino la pluralità al bene comune. Quindi, l’ultimo snodo del pensiero arendtiano su cui mi soffermo è il significato autentico del politico, nel momento in cui la studiosa prova ad immaginare una rinascita della sfera pubblica nel segno di una libertà sospinta dall’azione e dall’esercizio del giudizio politico. Diventa, in tal senso, interessante seguire la sua impresa di decontrazione della storia e dei rapporti tra la filosofia e la politica, così come si sono sviluppati sin dall’età classica. Per far emergere le esperienze autentiche del politico, Arendt analizza la condizione umana, caratterizzata da distinzioni esistenziali quali il lavoro, l’opera e l’azione. Riguardo a quest’ultima, la filosofa mette in luce lo slancio innovativo dell’azione, piuttosto che gli atti che ne risultano, proprio perché agire equivale a dare inizio a qualcosa di nuovo. L’azione politica, che si differenzia nettamente dall’opera e dal lavoro, corrisponde alla condizione della pluralità, del porsi in relazione, del comunicare con gli altri. Solo da questa forma di dialeghestaie e dalla condivisione di parole e gesti l’uomo può dar senso al suo abitare il mondo.
L’umanità al cospetto delle rovine della storia; Con il totalitarismo. La deflagrazione di storia e politica; Un “nuovo inizio” per la politica e per la filosofia; Giudicare: responsabilità storico-politica ed etica.
Ciascun capitolo si presenta come possibile oggetto di studio autonomo; ciononostante, è ravvisabile un filo rosso che consenta ai non addetti ai lavori di cogliere l’interpretazione del pensiero di Hannah Arendt?
Le sue opere, dai trattati filosofici e politici, fino ai saggi su questioni morali, esprimono il desiderio di comprendere le vicende che hanno sconvolto il Novecento. I criteri, la tradizione e gli orizzonti di senso – che avevano orientato l’agire umano per millenni – sono risultati insufficienti innanzi alla comprensione delle guerre mondiali, allo sterminio degli ebrei, all’esplosione della bomba atomica, alla guerra fredda, e al propagarsi della tecnica.
Le riflessioni sul pensare, sul volere e sul giudicare proposte nell’ultima opera, rimasta incompiuta, La vita della mente, sono il compimento delle sue analisi politiche ed interpretative su Le Origini del totalitarismo, del 1951.
La questione del totalitarismo conferisce alla sua opera, apparentemente disorganica, una grande coerenza. Innanzi al fenomeno totalitario, la pensatrice vuol comprenderlo, cogliendone il senso.
Di fronte ai crimini di massa totalitari, non sono più validi né le consuete categorie storico-politiche né quelle etico-filosofiche. Questo è il cuore della prima parte del mio lavoro. Infatti, i primi capitoli mettono in luce come la ricostruzione storica e la scrittura di un evento, quale il totalitarismo, sollevino dei problemi peculiari concernenti la riflessione generale sulla storiografia, per quanto attiene agli strumenti e ai modi della spiegazione e dell’interpretazione dei fatti. Da storica, ne Le origini del totalitarismo, Arendt utilizza, con grande disinvoltura e maestria, molti materiali: dal documento storico, alla cronaca politica, dalle opere letterarie, alla testimonianza autobiografica di vite emblematiche, mettendo fine all’idea di processuali universalizzante della storia, e alla configurazione teleologica dell’accadere storico. Tra ricostruzione storica e interpretazione filosofica si pone una circolarità. Il fatto accaduto sollecita la riflessione e questa costituisce la base da cui comprendere gli eventi stessi. Al binomio causa-effetto, sostituisce la diede elementi-cristallizzazione, dando conto storicamente delle condizioni stabilizzate in forme immutabili, entro un contesto in cui l’evento ha avuto origine. Con la metafora chimica della cristallizzazione, la filosofa indica un criterio di selezione e di ordinamento dei fatti stoici volto a ravvisare i punti di fusione di elementi eterogenei che, in un determinato momento si sono cristallizzati in un’unica esperienza. In questo modo, l’antisemitismo e l’imperialismo sono  elementi e componenti, non cause del fenomeno. Trovandosi di fronte ad un evento dirompente, innanzi al quale è forte la tentazione di considerarlo fuori dall’umano, sorge, in Arendt, la domanda su come sia possibile conoscere la storia nei suoi momenti bui. La risposta ad un tale quesito risiede nell’idea secondo la quale il passato, sopratutto quello doloroso, può essere conosciuto solo raccontando ciò che è accaduto. Per raccontare gli eventi, la comprensione è condizione necessaria. Il comprendere, come risulta nell’ultima opera La vita della mente, ha una stretta affinità con il pensare, perché non cerca la verità, ma il significato delle vicende. Il momento successivo alla comprensione è la narrazione, in cui si mette ordine nella sequenza caotica degli eventi. Allo storico, e al narratore, non solo spetta il lavoro di riscoperta degli eventi accaduti, ma anche il compito di giudicare quegli stessi fatti. Il giudizio non è una sentenza di condanna o di assoluzione dei fatti, ma è la particolare prospettiva con cui vengono interpretati gli eventi nel momento in cui, con la narrazione, si restituisce un racconto delle vicende.
L’esito conclusivo della riflessione di Hannah Arendt obbedisce all’urgenza di una riappacificazione con il mondo e con la storia.
Quali tendenze nel Novecento hanno tentato di smantellare la varietà umana, hanno provato a rendere accessoria l’azione politica ed hanno cercato di vanificare la realtà?
I nodi storici presi in considerazione sono il fallimento degli stati nazionali e della loro promessa di coniugare cittadinanza e universalità dei diritti umani; la massificazione della società, che trasforma gli appartenenti alle classi in atomi impotenti e isolati; l’illimitato desiderio espansionistico dell’imperialismo, che oltre a concorrere alla formazione di una mentalità dominatrice insegna all’Europa i metodi illegali e arbitrari messi a punto nelle colonie e che conducono al razzismo; l’antisemitismo che porta con sé il fardello di credenze legate al sangue e al suolo; l’elaborazione d’ideologie che pretendono di procedere in accordo con le eterne leggi della Natura e della Storia.
Arendt scorge nell’antisemitismo un problema politico, rintracciando l’antecedente storico della condizione umana dell’isolamento, al quale sono stati costretti gli ebrei, nel tramonto degli stati nazionali, allorché, privi di una identità politica, sono stati il bersaglio privilegiato di ogni teoria razziale e la loro ricchezza senza potere diventava causa di antisemitismo.
Sul piano delle considerazioni politiche del totalitarismo, la filosofa lo definisce una forma nuova di governo, distinta da tutte quelle fino ad allora conosciute. Per avvalorare questa sua concezione illustra i tratti inediti di questo regime politico, individuandoli nel terrore e nell’ideologia. Nei campi di concentramento e di sterminio – concepiti come il luogo dove l’idea stessi di dominio totale si manifesta in tutta la sua micidiale potenzialità distruttiva – Arendt vede il male farsi radicale, tra l’altro per aver privato ogni internato della spontaneità che contraddistingue l’esistenza umana.  Nella storia ci sono stati altri sistemi di potere arbitrario, come la dittatura, la tirannide, il dispotismo, ma nessuno di essi ha perseguito, oltre alla distruzione della capacità politica dell’uomo, l’annientamento della stessa identità umana e del suo legame con la realtà. Il totalitarismo, nel conquistare il potere, ha eliminato tutte le tradizioni sociali, politiche e giuridiche del paese, creando istituzioni nuove. Il nuovo regime politico ha portato alle sue estreme conseguenze le caratteristiche della società di massa, trasformando le classi sociali in masse d’individui intercambiabili. Inoltre, ha sostituito il sistema dei partiti con il marito unico. Non ha solo preteso la subordinazione politica delle persone, ma ha invaso la loro sfera privata. Se il totalitarismo ha annullato la libertà degli uomini, cancellando la spontaneità dell’individuo, distruggendo la possibilità per ogni persona di condividere insieme il mondo, occorre ripensare la sfera politica, come luogo in cui gli uomini possano dar vita a qualcosa di nuovo agendo insieme. Il periodo tra il primo dopoguerra e il disgelo degli anni Cinquanta in Unione Sovietica è stato un momento di rottura imprescindibile nella storia dell’umanità, poiché gli uomini sono stati privati della possibilità di riunirsi per parlare e agire politicamente. Dopo la seconda guerra mondiale e l’olocausto, dopo l’avvento di armi in grado di distruggere la razza umana, Arendt si chiede se ci siano ancora possibilità per gli uomini d’esercitare la politica, quale forma d’azione e di libertà. Solo in uno spazio garantito e curato da diritti, gli uomini possono intervenire nel mondo orlando e agendo liberamente nella loro diversità. Arendt difende diritti e libertà per tutti, indipendentemente dall’appartenenza a uno Stato o a una nazione.
Lei scrive che il valore profondo della filosofia di Arendt va reperito “nella valorizzazione assoluta della libertà umana, libertà di dare inizio all’inatteso e al nuovo, libertà di scegliere e, se liberi, di giudicare”.
E’ il thaumazein la zattera a cui aggrapparsi?
Bello il paragone con la zattera. Del resto siamo proprio, in mare aperto, privi di ogni ancoraggio con la tradizione a cui aggrapparci. La vita è composta di imprevisti e di eccezioni. La storia è ricca di stupore e di fatti imprevisti. Ecco la scelta semantica alla base del sottotitolo del mio lavoro
Le circostanze ci obbligano a scegliere e a prendere decisioni. Ogni scelta chiama in causa libertà ed azione, pensiero e giudizio. Quindi politica ed etica. Arendt stabilisce un legame tra natalità e agire, perché entrambe sono a fondamento della libertà. L’imprevedibilità, della libertà e dell’azione, produce effetti potenzialmente illimitati. Gli uomini sono in grado di dare inizio a qualcosa di nuovo, sin dalla nascita. A tal proposito, Arendt invoca l’autorità di Agostino e ricorda l’espressione del filosofo cristiano: “Perché ci fosse un’inizio l’uomo è stato creato”. In questa espressione si manifesta l’idea della libertà come capacità di cominciare, essendo l’essere umano a sua volta un “inizio”. La nascita connatura ciascuno a generare novità nel mondo. Per Arendt siamo condannati a essere liberi in ragione dell’esser nati. L’agire appartiene alla libertà, intesa come spontaneità, cioè come facoltà di iniziare un corso non prevedibile partendo da se stessi. La libertà, per quanto diritto di nascita, non è mai definitivamente stabile, ma può essere minacciata dall’isolamento, dalla violenza, dalla tirannia, dal conformismo, e dalla società di massa. La libertà non è da intendersi come un dono, ma è da cogliere come una caratteristica vulnerabile dell’uomo, che può andare perduta. Quindi, occorre difenderla e salvaguardarla. Da qui sorge il continuo appello a pensare la pratica della libertà in termini di diritti collettivi e di impegno comune.
Arendt è conosciuta dal grande pubblico per l’espressione “la banalità del male”.
Dove sta la radice del “male”, Dottoressa Catanoso?
Male banale. Sintagma difficile che le è costato tante critiche. Ma andiamo direttamente alla risposta. Aver visto negli occhi, a Gerusalemme, in gabbia, Eichmann, ha ridimensionato la famosa espressione kantiana sul “male radicale”. Il processo a Gerusalemme è stato il momento durante il quale coglie cosa comporti la scissione tra pensiero ed azione. Il non pensare ha come conseguenza l’incapacità a giudicare. Quindi a scegliere. Obbedire, senza porsi domande diventa il segnale di un male che dall’ambito morale, diventa etico e politico.  A caratterizzare Eichmann non è cattiveria, o stupidità, ma assenza di pensiero. Arendt, invece di dipingerlo come un demonio, restituisce il ritratto di un uomo qualunque. Tutti cercano un demone, intravedono mostruosità, Arendt scorge solo un uomo incapace d’attivare il giudizio, e la facoltà del pensare per porre domande a se stesso. E come lui ce n’erano tanti, nessuno perverso né sadico. Il male nella sua cruda banalità si mostra ogni volta in cui persone terribilmente normali divengono irresponsabili delle proprie scelte e delle proprie azioni. Il male va liberato da ogni sostanzialità oggettiva e ricondotto ad una responsabilità individuale, svincolandolo, così da ogni natura metafisica o demoniaca. Per giudicare bisogna farlo decidendo volta per volta. Entro una cornice di crimini autorizzati, in cui la  distinzione tra il bene e il male può esser compromessa, e la decisione libera ed autonoma può essere stordita da una collettività che agisce come se fosse una sola persona, i pochi che conservano una capacità di discernimento morale la esercitano in solitudine. Ecco perché si è sempre responsabili. Si è personalmente responsabili, anche dell’irresponsabilità che accompagna ogni azione. La responsabilità dei propri atti è sempre individuale, nessuno può schermarsi dietro l’avallo di un sistema o di un’organizzazione. Questi, alla maniera di Socrate, del maestro Jaspers, mostrano con la loro vita, con il loro lavoro come sia possibile discernere, giudicare, esprimendosi con coerente equilibrio sui temi pubblici.
Il cancro del male, emblematicamente rappresentato da Eichmann, può riproporsi ogni volta in cui si cede al non pensare al non volere ed al non giudicare. Dal processo contro Eichmann ciò che si rileva è la questione della responsabilità e della colpa di quanti, pur non essendo criminali comuni, hanno svolto una funzione all’interno del regime; ma anche di quanti sono rimasti in silenzio tollerando. L’incapacità a pensare e a giudicare, prima di ogni scelta e di ogni azione, mostra una vera e propria frattura con il mondo all’interno del quale viviamo; ciò, però, non ci emancipa dal dover rispondere dell’azione compiuta.
Rosaria Catanoso è docente di filosofia e storia nei Licei e dottore di ricerca in Metodologie della filosofia.
Giuseppina Capone

Pensare in maniera critica

“Colui che impara e impara e non mette in pratica ciò che sa, è come colui che ara e ara e non semina” Platone.

I filosofi per aiutare a pensare, in edicola una biblioteca essenziale per avvicinarsi alla filosofia. Protagonista del primo numero è Platone.

“Nell’epoca dell’iperconnessione, della sovrabbondanza e della varietà dell’informazione, Imparare a pensare è una collezione che ti offrirà gli strumenti necessari per riflettere e indagare su tutte le questioni fondamentali della realtà che ci circonda. Un ponte tra i grandi filosofi di tutti i tempi e il tuo pensiero” è quanto si legge nella presentazione dell’opera “Imparare a Pensare”.

Giustizia, etica, conoscenza, vita sociale, senso dell’esistenza, verità sono alcuni dei temi ai quali ci avvicineranno i protagonisti di questa collana di 60 volumi.

Giuseppina Capone

 

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