Odisseo e Achille, furbizia o impetuosità?

Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola. Ne parliamo con Matteo Nucci.

«Nessuno fra gli antichi Greci ignorava la profonda distanza caratteriale che divideva i due eroi. Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola». Achille e Odisseo vanno intesi come paradigmatici di due maniere di affrontare la vita?

Certamente. Gli eroi omerici sono archetipi che superano le epoche in cui vennero immaginati. Odisseo e Achille rappresentavano i due caratteri opposti fra gli Achei mostrando ai greci del tempo come vivere le proprie scelte. Lo mostrano a tutti ancora oggi.

Achille è franco, impulsivo, iracondo; Ulisse oculato, astuto e menzognero. Entrambi deboli, impegnati nella contesa con la loro limitatezza. Eppure sono unanimamente reputati eroi. E’la loro umanità foriera d’eroismo?

Come ho sempre cercato di spiegare, eroe non significa oltreumano ma pienamente umano. L’umanità è fatta di fragilità, emotività, sensibilità. L’eroe realizza questa fragilità senza tirarsi indietro. Del resto, non esistono eroi invincibili ma solo uomini vinti.

Cos’hanno ancora da sussurrarci i poemi omerici nel caso di specie ed il “passato” più in generale?

Gli eroi non sussurrano ma gridano. Sono pieni di ira e di emozioni che tracimano dal petto. Non si tirano indietro. Non evitano di fare i conti con se stessi.

Lei presta spesso attenzione agli eroi. E le donne? Potrebbero anch’elle assurgere al ruolo di eroine, magari guardando a modelli desunti dalla contemporaneità?

Certo. Mi sono occupato di donne. Eroi e eroine sono sullo stesso piano. Si parla più spesso di eroi al maschile perché sono loro a fare la guerra di cui si parla di più. Fra Achille e Odisseo dico fin dall’inizio che si deve guardare a una donna: Elena. Del resto quando parlo di realizzazione dell’umanità parlo di uomini e donne. Non amo le questioni di genere.

Odisseo o Achille? Furbizia o impetuosità? Com’è opportuno agire?

Non esistono regole né certezze. Ognuno sceglie il suo modo. Ognuno ha il suo carattere. L’importante è la chiarezza con se stessi e con gli altri, nonché la consapevolezza. Ossia ciò che sia Achille che Odisseo hanno, come ogni altro essere umano realizzato.

 

Matteo Nucci ha pubblicato saggi su Empedocle e Platone e ha curato una nuova edizione del “Simposio di Platone” (Einaudi, 2009). Collabora con ‘Il Venerdì’, con ‘La Repubblica XL’ e “Il Messaggero’. Suoi racconti sono apparsi sul Caffè illustrato e su Nuovi Argomenti. “Sono comuni le cose degli amici” è il suo primo romanzo, pubblicato da Ponte alle Grazie nel 2009, selezionato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega 2010. Inoltre: Il toro non sbaglia mai, Ponte alle Grazie, 2011. Vincitore Premio Letterario Francesco Alziator 2012. Finalista Premio Domenico Rea 2012; Le lacrime degli eroi, Giulio Einaudi Editore, 2013. Premio Letterario Giuseppe Giusti 2014; È giusto obbedire alla notte, Ponte alle Grazie, 2017. Premio Roma. Finalista Premio Procida. Finalista Premio Asti d’Appello; L’abisso di Eros, Ponte alle Grazie, 2018.

 

Giuseppina Capone

Il giallo ed il suo potenziale comunicativo

La polisemia di accezioni a dimostrazione di quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Ne parliamo con Oriana Ramunno.

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del thriller. Le sue produzioni in che misura divergono dal genere codificato?

Il giallo e il thriller seguono delle regole precise che il lettore si aspetta di ritrovare nella lettura. È una sorta di patto di fiducia tra quest’ultimo e lo scrittore. Se l’impostazione è codificata, non lo sono i contenuti. Il genere, spesso, non è altro che una scatola per presentare tematiche sociali importanti, poco conosciute o su cui sensibilizzare. Un mezzo potentissimo per raggiungere le persone. In Amori malati, per esempio, affronto il problema del femminicidio e della discriminazione di genere; ne Gli alberi alti, vincitore del premio WMI, ho raccontato il genocidio in Ruanda e in Sassi, vincitore del Giallo in Provincia, la difficile situazione del Sud nel dopoguerra e lo sgombero dei Sassi di Matera, allora considerati la vergogna d’Italia. Anche il romanzo in uscita per Rizzoli a gennaio 2021 tratterà un tema delicato e di cui è importante mantenere la memoria. I romanzi di genere, nonostante si muovano entro binari codificati, hanno un potenziale comunicativo enorme.

La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?

Credo che ci siano molti modi di raccontare una storia: con la parola, con le immagini, con i suoni. Le contaminazioni tra le varie arti arricchiscono, sono benefiche, e riguardano non solo lo stile, ma anche i contenuti. Io sono stata influenzata dal cinema d’autore, a cui mi sono appassionata durante il periodo universitario, e dal teatro. Quando scrivo non posso fare a meno di lasciarmi suggestionare anche dalla pittura, dalla fotografia o dalla musica. Sassi, per esempio, nasce dalle evocative fotografie antropologiche di Franco Pinna, che ha immortalato la gente contadina di Lucania; gente forte, dalla pelle ruvida e cotta dal sole dei campi; gente della mia terra. Tornando alla domanda, il linguaggio delle serie televisive mi ha sicuramente influenzato per quanto riguarda l’incisività e il ritmo. Peraltro, alcune serie mi hanno lasciato un segno indelebile, una su tutte Breaking Bad.

I protagonisti delle sue pagine sono genuini, talvolta strampalati, eccentrici ed originali, di certo fortemente caratterizzati; i luoghi riconoscibili e concreti: pensa ad una trasposizione televisiva dei sui scritti?

Perché no? Come dicevo prima, una storia può essere raccontata attraverso diversi linguaggi. Emma Acciaio, l’investigatrice di Amori malati, nasce proprio dalle emozioni che mi ha lasciato un’altra forma d’arte: la fotografia. Sigga Ella ha immortalato e raccontato la storia di sette donne affette da alopecia universale nel suo progetto Baldvin, che in finlandese significa “forza”. Per me è stata come una rivelazione. Cercavo un personaggio che raccontasse e sgretolasse gli stereotipi legati al genere, e chi poteva farlo meglio di una donna calva con un lavoro “da uomo”? La forza di Emma Acciaio è tutta nel suo lottare costantemente contro lo stereotipo che la società ha imposto alle donne, cercando di emergere come individuo e non come aspettativa di qualcun altro. Se un giorno dovesse diventare la protagonista di una serie, non potrei che esserne fiera.

La polisemia di accezioni dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza o pacificazione?

I proverbi rimandano a un’antica sapienza, ma laddove i modi di dire diventano uno stereotipo, allora possono trasformarsi nell’anticamera di una violenza psicologica.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Il thriller e il giallo, per loro natura, si propongono di scandagliare la psiche umana, i lati oscuri della mente e i suoi baratri, ma non riusciranno mai a restituire la vasta complessità dell’essere umano. La parola può provare a spiegare e comprendere solo in parte l’essere complesso che è l’uomo, nel bene e nel male.

 

Oriana Ramunno è originaria di Rionero in Vulture, ma vive a Berlino. Nel 2016 vince il Premio WMI con il racconto Gli alberi alti. Il racconto giallo Teriaca è stato pubblicato in appendice a I Gialli Mondadori dopo aver vinto il concorso GialloLuna NeroNotte. Nel 2017 è finalista al Premio Alberto Tedeschi col romanzo Moloch. Nel 2018 vince il primo premio de Il Giallo in Provincia con il racconto Sassi ed esce con il romanzo L’amore malato nello speciale Mondadori sul femminicidio Amori malati. Nel 2018 si classifica seconda al Premio Il Battello a Vapore con il romanzo I draghi di Aleppo. Per Delos Digital ha pubblicato i racconti Gli dei di AkihabaraLe Ombre di AvernoLa vendetta dell’angeloBriganti si muoreVirus HBaba Jaga, La bambina di cristallo, Sassi. A gennaio 2021 esordirà per Rizzoli con un thriller.

 

Giuseppina Capone

Emily Brontë, una donna più forte di un uomo

Paola Tonussi  si occupa di letteratura inglese e americana dell’Ottocento e Novecento, è membro della Brontë Society e contribuisce a «Brontë Studies», rivista internazionale di studi brontëani. Con lei abbiamo parlato della figura dell’autrice di Cime tempestose.

In Emily Brontë  lei ricostruisce la poetica e la vita dell’autrice di Cime tempestose. Può motivare il suo interesse per l’autrice?

Per prima cosa vorrei dire che Emily Brontë è un’autrice che si ama molto o non si ama, non conosce mezze misure, in ogni caso non lascia – mai – indifferenti. Lei stessa era personalità complessa, estrema, di silenzi vasti e fantasia fervida, “più forte di un uomo, più semplice di un bambino” la definisce bene la sorella Charlotte. Amo quest’autrice proprio e anche per quest’ambivalenza – di scrittura e personale, quindi di riflesso calata nei suoi personaggi -, per la capacità visionaria – che emerge sia dal romanzo sia dalle liriche -, l’amore per la natura e gli animali, l’essenzialità di lingua – e se vogliamo anche di condotta, di vita. E’ un’autrice che non smette di ‘raccontare’ e parlare al nostro cuore: Catherine bambina incarna le nostre paure più buie, il terrore di esser lasciati soli in un mondo ostile, Heathcliff i nostri tormenti e gli incubi. Sopra tutto domina nella mia passione brontëana il pessimismo cosmico di Emily, che lei ‘inscena’ anche nella sua poesia, oltre che nel romanzo: la concezione della natura, la passione e l’affinità profonda verso gli elementi naturali e gli animali, la fedeltà all’amore e “agli antichi affetti”, il riconoscersi e ritrovarsi nell’altro. Dopo aver amato moltissimo Emily narratrice in Wuthering Heights mi sono accostata ad Emily poeta e alla sua vita, che è essa stessa un romanzo.

Emily Brontë innalza la scrittura a “pulsazione, respiro, centro assoluto del vivere”.  La narrazione in poesia e prosa da intendersi come rifugio paradisiaco?

La narrazione in prosa ha legami profondi con i versi e viceversa, questo vorrei ribadirlo: è importante perché Emily Brontë è uno di quegli autori per cui la ‘visione’ – il “dio delle visioni” come lo chiama in una poesia giustamente nota – o l’immaginazione sono regno e condanna insieme. Regno in quanto aspirazione all’assoluto, desiderio di vivere – sempre – entro i confini della fantasia, e infatti Emily non lascerà mai la saga di Gondal creata con Anne. Tuttavia anche condanna: nello scarto tra realtà e proiezione fantastica, tra il mondo della scrittura e quello del quotidiano. E’ una frattura non componibile, soprattutto da un certo punto in poi della sua vita. Dire che Emily si ‘rifugiava’ nella poesia non testimonia tutta la sua grandezza di poeta e giovane donna: in realtà lei sapeva come affrontare il mondo, se ne era ‘costretta’ – ha dimostrato ad esempio di essere una buona amministratrice dell’eredità avuta dalla zia – ma si agitava sempre in lei la convinzione che il “mondo eterno” non avrebbe mai potuto stare su un piano di parità con il suo “mondo interiore” – così li definisce sempre in versi. Quindi la poesia, la scrittura per lei costituivano la sua vera casa: non sempre paradisiaca, come tutte le case, ma l’unica in lei poteva vivere ed essere se stessa e felice.

Può fornire degli elementi circa il contesto familiare e sociale in cui l’autrice ha scritto e vissuto?

Emily cresce alla canonica di Haworth, dove suo padre è curato. La madre Maria muore quando la piccola ha pochi anni ed Emily e i fratelli crescono con il padre Patrick, la zia (nel frattempo trasferitasi da Penzance per allevare i figli della sorella scomparsa) e la domestica Tabby, figura fondamentale per Emily e quasi una seconda madre. I bambini Brontë erano sei, ma le maggiori Maria ed Elizabeth muoiono piccole, per cui Emily cresce con Charlotte, rimasta la maggiore, l’unico fratello Branwell e la minore Anne, a cui lei è molto legata e con cui dà l’avvio alla saga fantastica di Gondal. In quanto al contesto sociale, all’epoca Haworth era un villaggio di poche migliaia di abitanti nello Yorkshire, abitato da allevatori di pecore e bestiame, contadini e tessitori di lana, piccoli commercianti e qualche famiglia importante. A Keighley, la città più vicina, i ragazzi Brontë frequentavano la biblioteca e partecipavano a conferenze e concerti. In casa incontravano per lo più i curati assistenti del padre – Charlotte, infatti, dopo la morte dei fratelli ne sposerà uno.

Emily Brontë pare essere in piena sintonia con gli elementi della natura. Potrebbe essere questa specifica attitudine poetica la chiave per comprendere l’autrice di Cime Tempestose.

Sicuramente questa è una delle chiavi d’interpretazione del romanzo, della poetica di Emily e il motivo per cui nel libro ci sono svariate descrizioni di luoghi e paesaggio di brughiera. Quel paesaggio è la scena principale del romanzo perché l’autrice vi riconosceva molta parte di sé – forza, durezza, crudeltà, dolcezza e compassione. Dalla natura ha inizio il romanzo – una tempesta – e nella natura tutto alla fine si ricompone: quelle brontëane sono pagine che sanno di erica e di vento, hanno il colore delle colline che Emily amava e da cui aveva imparato tutto. Catherine Earnshaw, il personaggio di Catherine è uno dei nuclei poetici del romanzo perché in quel paesaggio, in quelle colline d’erica è il suo baricentro vitale. L’erica, il fiore preferito da Emily dice molto di lei e della sua scrittura: è un fiore piccolo e resistente, che si piega per sopportare vento e bufere d’inverno, che si arrossa d’estate e ricopre le colline di porpora, ha bisogno di poco per vivere ma deve farlo su quella terra, a quelle altezze e sotto quel cielo. Lontano da lì, l’erica – proprio come Emily, come Catherine – non potrebbe sopravvivere: l’incanto si rompe, alla Grange Catherine lontana da Heathcliff lascia la vita e diventa fantasma. E il cerchio si chiude di nuovo: il fantasma dell’esordio è sempre lei, che compare in forma di bambina. Un fantasma è ‘ciò che appare’. E ciò che è sempre apparso e continuerà ad apparire di là dalla vita e dalla morte è la brughiera: i moors amati dall’autrice.

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Frammenti di lettere, poesie, testimonianze guidano direttamente il lettore in questa doviziosa biografia. Interessanti sono i rapporti intrafamiliari. Potrebbe fornircene un’analisi?

I rapporti con i familiari sono fondamentali per Emily, come del resto per tutti i Brontë. Innanzitutto fin da bambina il rapporto con Anne, che è la sua compagna privilegiata d’invenzione per Gondal, e a lei complementare per carattere e indole. Le due sono tanto legate l’una all’altra da sembrare a Ellen Nussey, l’amica di Charlotte, “due statue unite della forza e dell’umiltà”. Da piccola il rapporto era più stretto con la maggiore Charlotte, poi l’affetto di Emily si sposta su Anne, anche se il legame con Charlotte non viene mai meno, anzi: Emily va a Bruxelles, ad esempio, sostanzialmente per far contenta la sorella maggiore così come acconsente a pubblicare i versi sempre per lei. Negli ultimi anni si stringe anche il rapporto con Branwell, a cui Emily offre aiuto e solidarietà mentre la fortuna personale e artistica di lui tramonta in vari tentativi sbagliati e dispersione di talento ed energie. Il rapporto con il padre è d’affetto e rispetto reciproco e forse in famiglia è la zia con cui Emily si sente meno in sintonia. Infine importantissima per lei è Tabby, come dicevo, perché Tabby le racconta le storie locali del villaggio e le leggende delle brughiere, che poi entreranno nel romanzo. In ogni caso per originalità, cultura, sensibilità e genio creativo i Brontë erano una famiglia eccezionale: Patrick Brontë però sapeva che, di tutti i suoi straordinari figli, la stella era Emily.

Giuseppina Capone

 

Paola Tonussi si occupa di letteratura inglese e americana dell’Ottocento e Novecento. È membro della Brontë Society e contribuisce a «Brontë Studies», rivista internazionale di studi brontëani. Premio Vassalini dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti 2013. Per l’ Editrice Antenore ha curato Sognatori, poeti e viaggiatori. Sguardi su Verona e il Lago di Garda.

Memento

Attrice di ampia carriera teatrale, donna di incontestabile bellezza e spirito di fine sensibilità, Edvige (Hedy) Caggiano è anche autrice di un incisivo atto unico drammatico e di sensibili versi di intelligibile chiarezza e profonda umanità.

Ne riportiamo qui di seguito alcuni, sorta d’amarissimo epitaffio, che stigmatizzano, attoniti, impietose efferatezze belliche, rimettendone agli artefici interamente le responsabilità.

E che siano guerre di spade, di fucili, di bombe atomiche, o artate pandemie, per straordinaria potenza simbolica della poesia, che onnicomprensiva trascende luoghi ed epoche, davvero poco importa.

 

 

 

 

Morte sul campo

Raid aereo

 

Dove il mio sguardo cade,

nel campo di morte,

crescono crisantemi.

Vento di guerra

passa veloce

nel deflagrante silenzio

di urla innocenti.

Dalla terra

braccia protese

invocano Dio.

Dove erano quelli che potevano?

Sordi

al richiamo del dolore.

Ciechi

nel delirio di onnipotenza.

Possa per sempre restare,

macigno sull’anima

di gente futura;

a eterno monito

di tanto dolore. 

 

Rosario Ruggiero

Marco Urraro. “Vucchella. Salvatore Di Giacomo”

Salvatore Di Giacomo afferma, conversando con Benedetto Croce che “Il napoletano è l’alfiere della vita eterna, secondo i dettami dell’immortalità della fede, attraverso secoli d’indipendenza geografica di questa città nella storia”.

Può fornire un’interpretazione di siffatta considerazione?

Napoli non è la capitale del mondo, ma è una città che da alcune migliaia di anni vede un fatto raro e unico ovvero che il napoletano è la dimora umana di uno Spirito del luogo che immagina sempre la bellezza di tale spirito con una fede inimitabile; tale fede spesso, confusa con la ben nota teatralità partenopea è in verità un’autonomia razionale rispetto alle altre popolazioni sempre però irraggiungibile: alfiere, fede, geografia, storia… sono solo parole chiave da me usate nella frase per tentare di ridestare, specie nel moderno napoletano, anzi per aprire una porta nella sua sensibilità offuscata nella sua visione del bello da anni di grandi problemi, elevati a sistema, come la criminalità organizzata che crede di essere romantica e la mancanza di senso civico.

Qual è la chiave per cucire la Napoli “alta” a quella “bassa” secondo la prospettiva romantica di Di Giacomo e la congerie post-unitaria?

Purtroppo devo dare una triste notizia ovvero che la speranza di cucire o meglio far parlare con un linguaggio comune, ecco il riferimento alla Vucchella, la Napoli alta con la Napoli bassa non si è mai attuata, né con l’opera monumentale di Di Giacomo né con il puro appello sentimentale del risanamento post unitario, questo perché oggi queste due considerazioni non esistono più. Chissà a volte mi chiedo se Di Giacomo, e con lui gli uomini e le donne della sua levatura in termini di sensibilità della loro epoca, avrebbe mai immaginato cosa oggi è diventata questa metropoli: una incognita convivenza tra cittadini onesti e disonesti nel complesso dal futuro incerto, una città nella quale la minaccia della violenza la fa da padrona e che penso un giorno si esprimerà in una sola volta prima di finire; ma io parlo naturalmente di quanto succederà nei prossimi decenni.

Elisa, donna amatissima da Di Giacomo, asserisce che “Imparare la storia non basta, bisogna anche esserla nel filo nascosto del discorso della sua molteplicità”. Cosa intende rispetto al dipanarsi degli eventi vicini e distanti? Penso alla prima guerra mondiale ed all’avvento del Fascismo intravisto da Matilde Serao.

Lei ha detto bene “donna amatissima da Di Giacomo” precisiamolo, e che difatti parla spesso nel romanzo all’apparente fredda logica del poeta con uno spirito di verità tuttavia abbastanza comune in una donna che ami il suo uomo. La frase che lei mi ricorda in realtà si riferisce al fatto che l’intelligenza che dimora nei nostri corpi ha sempre un’origine sostanzialmente divina; non voglio entrare nel difficile, ma come uomo di fede, al pari di come lo fosse sicuramente Di Giacomo, penso nello specifico che la coscienza di un cittadino come quello napoletano soffra due volte nel contemplare la sua città nella sua bellezza al tempo stesso del suo tremendo degrado urbano, e anche questa pur sempre è la magia di questo cittadino e di questa città nella quale puoi dire infine di aver incontrato Dio dietro ogni vicolo, via o piazza… tanto per parafrasare il grande Petronio Arbitro che spesso visitava Neapolis.

Lei giustamente invece ha intravisto nella frase detta attraverso Elisa eventi di massa come la prima guerra mondiale e il fascismo nei quali difatti la volontà individuale è stata seppur schiacciata, e vedi nel romanzo le scene del cinematografo con Di Giacomo: nel caso della Grande Guerra però vista come completamento dell’unificazione nazionale a costo di sacrificio di sangue, mentre il fascismo visto come tentativo inutile da parte di una élite di potere di creare un potere economico con il popolo italiano, poi fallito. Eventi difatti affrontati nel romanzo vuoi con la moderna impotenza individuale del poeta vuoi con la sua esasperazione sociale che come la situazione attuale decadente dell’Italia può essere sintetizzata attraverso una frase che vale la pena di citare e che io calo nel romanzo mediante la figura di Di Giacomo, ovvero “il male che è stato fatto, ma vanamente, è destinato a durare poco. La vita rassegna le sue dimissioni, la storia è stanca, la coscienza si dimena nel fuoco della sua perdizione. Esiste un tempo che nessuno può decidere, un tempo imprendibile.”. Ai posteri l’ardua sentenza.

La rimembranza del passato ed i suoi simboli floreali. In che misura si può discorrere di nostalgia?

Al tempo della preparazione editoriale di Vucchella avevo trovato un vecchio articolo di Benedetto Croce presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, più un elogio funebre quello scritto da Croce poco dopo la morte del suo amico: ebbene il filosofo non esitava a definire appunto il Di Giacomo, il poeta della nostalgia. La rosa, il garofano nel mio romanzo non sono altro che pure metafore, tuttavia tra i più semplici simboli arcaici e subliminali conosciuti dall’uomo, la rosa specialmente rappresenta lo sbocciare della maturità di un individuo… Che dire a questo punto di Vucchella, tengo a precisare: è un romanzo che sulle prime può sembrare scritto con una certa distaccata ironia, in realtà è profondo di una intensa drammaticità. Si apre con la similitudine di una rosa che sfiorisce, simbolo dell’esistenza umana, ma anche della sua incessante, sofferta e stimolata creatività da parte di ognuno di noi. Quando nasciamo e cresciamo la rosa che è in ciascuno si innalza e si sviluppa, ma prima o poi, soprattutto nel momento più indifeso della sua bellezza espressa e fiorita la rosa appassisce, quasi tra le mani, sotto il meccanico incedere di una sofferenza, o di una cattiveria, resta difatti qualche petalo e lo stelo ricco di spine… è da questo inaspettato presentarsi della sofferenza che noi poi dedicheremo tutta la vita per far rifiorire la rosa: nasciamo come una rosa e dobbiamo rifiorire e mantenerci come quella identica rosa secondo uno sforzo continuo e costante… intanto lo stelo spinoso è adesso l’invisibile e nascosta croce che ognuno abbraccia e porta con se, la corolla bella e profumata è l’ergersi di quella nuova consapevolezza che porta l’essere umano a vedere verticalmente dall’alto la vita nella sua rinnovata maturità, nella sua universale coscienza. Ecco dunque cos’è la nostalgia, il cercare di rinnovare un evento passato o peggio finito in cui abbiamo mostrato uno spiccato senso di maturità e abbiamo vissuto così un momento di bellezza ineguagliabile da figli di Dio.

Dionisiaco ed apollineo come codici comunicativi fusi nella produzione di Di Giacomo?

Questa è una domanda molto bella che coglie l’anima di tutta la produzione digiacomiana, non voglio sempre entrare in concetti difficili, ma sicuramente l’opera del nostro poeta si basa tutta su un concetto di bellezza, spesso musicata, propria della tragedia greca antica e che poi ritroviamo in Nietzsche. Da qui un concetto a me caro inteso come il super uomo. In questa che è pur sempre una biografia romanzata si evince lo sforzo dell’uomo apollineo, forte del suo ordine delle forme, essere messo in difficoltà dallo spirito dionisiaco il quale senza rispettare le forme è pura esaltazione, un’esaltazione che è lampante nell’opera poetica di Salvatore Di Giacomo e che mostra ogni singolo aspetto di quella povertà napoletana che tanto aveva attratto il poeta spesso nei fatti della cronaca nera e aveva rappresentato nelle sue seppur trascurate novelle dalla critica. Il tentativo di giustificare da parte di Di Giacomo la pur sempre connivente bellezza dei napoletani fu il tormentone del poeta; egli stesso nel romanzo è rappresentato come un uomo che rifugge il panorama partenopeo, se ne nasconde, se ne sente in colpa, dicendo di averlo rubato nella forma di un garofano, fino alla fobia per una prospettiva della città che fa di lui un gran sacerdote se non addirittura il Dio incompreso del suo giardino e delle sue creature che ora si dimenano dionisiache nelle sue novelle, ora nelle sue poesie in un desiderio apollineo.

Spero più che di essere stato chiaro di essere stato capace di rendere interessante la lettura del mio romanzo che già alcune persone hanno definito intanto pieno di romanticismo, una definizione che mi fa sorridere, ma vera per colui che tanto nella pur sempre invenzione narrante quanto nella vita di tutti i giorni vorrebbe che Napoli e i napoletani ritrovassero la perduta sensibilità che porta felicemente tutti insieme a fermare il tempo e a contemplare lo spazio in una bellezza eterna di cose e persone. I napoletani, al pari di come già pensasse Di Giacomo, hanno avuto sempre questa abilità e sono sicuro che un giorno se ne approprieranno nuovamente sotto i migliori auspici di chi saprà loro parlare nei termini dell’eredità sostanziale lasciataci da Salvatore Di Giacomo.

Giuseppina Capone

Raffaele Mantegazza: Caro bullo ti scrivo

Professore, quanto differisce il bullismo dalla comune violenza o dall’atavica sopraffazione del forte sul più debole?

Il bullismo è certo una delle forme di questa violenza, forse il suo aspetto più perturbante perché riguarda persone di giovane età. Il bullismo è uno dei dispositivi attraverso i quali la violenza si perpetua, si tramanda di generazione in generazione; interrompere la spirale del bullismo significa mettere in discussione il carattere apparentemente eterno della violenza proporre un nuovo modo di relazionarsi tra persone proprio a partire dai giovani.

La sua lettera è accorta nel non confondere vittima e carnefice altresì nel non cristallizzare ambedue nei loro ruoli. E’ questa una delle chiavi per spingere alla riflessione, avvalorando cambiamento, autocritica e redenzione?

Credo che proprio la cristallizzazione dei ruoli sia uno degli elementi fondamentali da affrontare in chiave pedagogica; il carnefice si ritaglia un ruolo sociale, pensando probabilmente che quella sia l’unica possibilità di autoaffermazione: anche la vittima viene relegata al suo ruolo che è di duplice sofferenza, da un lato fisica e psichica per l’atto subito, dall’altro per il gorgo nel quale si entra pensando che non sia possibile altro ruolo che quello di vittima. Sbloccare la situazione significa redimere il colpevole e offrire alla vittima la possibilità di una nuova serenità.

Il body shaming può essere ascritto al bullismo verbale e quali caratteristiche assume, ove mai rientri nel fenomeno di specie?

Si tratta certamente di una forma raffinata di bullismo che, come il bullismo fisico, prende di mira il corpo; in età puberale e adolescenziale ovviamente il corpo diventa fondamentale, la modellizzazione del proprio corpo su modelli imposti dalla moda o dal sistema mediatico spesso si associa al body shaming creando una vera e propria vergogna di sé, un non apprezzamento del proprio corpo che può arrivare in casi estremi, fino all’auto annientamento, all’autolesionismo. Ovviamente anche in questo caso occorre distinguere tra vittima e carnefice, ma occorre anche ricordare che chi attacca il corpo dell’altro dimostra una fragilità nei rapporti con il suo proprio corpo, dimostra di non star bene con se stesso, sentimento che viene negato attraverso lo star male dell’altro.

Alle parole, sovente, segue il cyberstalking. C’è chi pubblica foto, chi inserisce un commento fra gli innumerevoli possibili che avanzano nella sceneggiatura degli stereotipi sessisti, esorta altri a vessare, vilipendere, schernire, intimorire. Il bullo ha la piena consapevolezza dei suoi atti o la confonde con una ragazzata?

Credo che la mancanza di consapevolezza sia tipica del cyberbullismo; nonostante il ripetersi di iniziative meritorie e di progetti formativi sembra che la rete abbia un ruolo di fascinazione che rischia di rendere insufficienti gli interventi fatti a scuola dagli esperti. Occorre un discorso più complesso sulla rete che parte mio parere dall’eliminazione dell’anonimato. Finché in rete si potrà restare anonimi sarà molto difficile che al fascino del lato impunito e non imputabile si possa sostituire un uso consapevole di questi mezzi.

Quali sono le responsabilità di coloro che ricoprono un ruolo educativo?

Sono ovviamente fondamentali soprattutto nel proporre esempi di relazioni serene, di conflitti mediati in modo non violento; l’eliminazione della violenza nei rapporti tra adulti o tra adulti e ragazzi è il primo passo perché la critica e la condanna del bullismo sono semplicemente degli atti di ipocrisia adulta.

Raffaele Mantegazza insegna pedagogia interculturale all’Università di Milano-Bicocca. Ha scritto tra l’altro Di mondo in mondo. Tracce educative nella Commedia di Dante (Roma 2014), Diventare testimoni. Riflessioni e strategie per la Giornata della memoria a scuola (Parma 2014), Nessuna notte è infinita. Riflessioni e strategie per educare dopo Auschwitz (Milano 2014).

Giuseppina Capone

Le tue parole erano un panneggio di stelle/Galassie di mondi segreti e sommersi

La  silloge di  Donato Di Poce  racchiude meditazione e raccoglimento interiore, unione panica con la natura, disuguaglianza e sperequazione sociale nonché rilievo del poeta nel mondo coevo. Paiono tematiche prive di un fil rouge.

E’ possibile, invece, scorgere una traccia che le inanelli?

Io cerco da sempre la trama del silenzio e dell’ascolto dell’altro da sé e dell’equilibrio cosmico e di una humanitas sociale e poetica, di universi mondi (vedi poesia dedicata a Giordano Bruno) e Onde gravitazionali (dedicata ad Einstein cha dà il titolo all’intera raccolta), una traccia di parole alla ricerca della parola primaria e generatrice di senso e di sensi.

Lei consacra innumerevoli acrostici civili e sociali La ai derelitti, a chi è ai margini, vessato ed oppresso; evidenziando e sottolineando come sia esiziale una ripartenza dallo spirito di solidarietà, da un afflato comunitario. “Forse la poesia è un vento d’umanità/Che accarezza l’Anima del mondo”. Ritiene che la Poesia possa costituire un vettore di buone prassi?

Grazie per la citazione, La poesia è certamente una buona prassi umanitaria ed estetica è l’esempio del valore etico, stilistico e formale dei rapporti umani. Una praxis di conoscenza, di libertà e di empatia con le piccole cose del mondo che nessuno vede, con le cose invisibili che attraversiamo e ci attraversano ogni giorno.

Quali sono le ragioni profonde che l’hanno indotta e spinta ad istituire un parallelismo tra le onde gravitazionali e le voci che producono una poesia?

Forse lo scarto minimale e invisibile tra noi e la percezione del mondo, la correlazione tra le nostre azioni e parole e il cambiamento impercettibile che producono nella realtà e nello spazio/tempo. Le onde gravitazionali sono come piccole increspature del tessuto dello spazio-tempo che permea tutto l’universo. Secondo Einstein la gravità stessa è dovuta alla curvatura dello spazio-tempo causata dalla massa. Le onde gravitazionali sono prodotte dal movimento di corpi dotati di massa nello spazio-tempo. Nel 2016 a distanza di un secolo dalla teoria di Einstein, la fisica ha confermato che le onde gravitazionali esistono davvero e che la teoria di Einstein era giusta. I due buchi neri osservati, prima di fondersi hanno percorso una traiettoria a spirale per poi scontrarsi a una velocità di circa 150 mila chilometri al secondo, la metà della velocità della luce. Il fenomeno è stato accompagnato della fusione di un sistema binario di buchi neri. Non è forse vero che le sillabe assomigliano a un sistema binario di senso? E non è forse vero che la parola una volta rivelata, scoperta e messa in circolo nel sistema testo poetico, determina una variazione nel sistema poetico e culturale? Non è forse vero che la poesia è un sistema talmente complesso e potente da resistere e sopravvivere persino all’uomo stesso che le ha generate, create, scoperte?

La sua parola è minimale, quasi sussurrata. Quali emozioni intende risvegliare nel lettore?

“Amiamo le parole perché prima erano silenzi”, in un mondo che pensa solo all’immagine e ad apparire , che grida soltanto, il poeta è colui che tace più a lungo. La mia poesia nasce dal silenzio e dall’ascolto e vuole sussurrare e accarezzare una riflessione, una visione, un’immagine. Dopo anni in cui scrivevo poemetti, Alda Merini mi fece capire che in ogni mia terzina o quartina, c’era un mondo chiuso e risolto in sé. Mi invitò a scrivere aforismi ritenendo che io avessi il dono della sintesi tra poesia, ironia e filosofia. Nacquero così i miei “Poesismi”.  Ad oggi ben sette libri di poesismi.

Lei è un poeta, un critico d’arte, uno scrittore, un fotografo. Reputa che l’arte possa essere, come di fatto è, terapia dei mali dell’anima?

Certamente l’Arte e la poesia prima ancora che essere un veicolo di idee, emozioni estetiche e stilistiche è un’autoterapia interiore, un modo per prendere coscienza della propria interiorità, dei propri bisogni più intimi e creativi. L’uomo senza la sua creatività è solo un gregge consumistico, una macchina di like e di consensi sterile, un automa senza idee e senza pensiero. L’intera terza parte del libro: “Ulisse il cavaliere azzurro”, è dedicata all’amico poeta prematuramente scomparso Ulisse Casartelli, ed è una sorta di riflessione e dialogo a due sulla poesia, sulla vita e sul dolore del mondo.

 

Una stanza vuota

                         Per Ulisse Casartelli

Una stanza vuota racconta

La discesa agli inferi

E l’attraversamento del dolore.

Una stanza vuota racconta

Il ritrovamento di se stessi

E attraversamento della leggerezza

L’inchiostro d’amore e di parole

Attraversate dal silenzio.

Una stanza vuota racconta

L’ascolto e la solitudine

Il desiderio e il viaggio nell’altro e nell’oltre

La coscienza di un poeta

Che sfidò il nulla e vinse

Che accarezzò l’erba e conobbe il respiro

E un giorno abbracciò il mondo

E scoprì d’avere le braccia troppo piccole

Ma il suo cuore era diventato un nido di solitudini

Una pista d’azzurro per volare libero nell’infinito.

 

*dal libro di Donato Di Poce, Onde Gravitazionali, Arcipelago Itaca Edizioni, OSIMO (Ancona), 2020.

 

Donato Di Poce, ama definirsi un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici. Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività. Ha al suo attivo 23 libri pubblicati (tradotti anche in inglese, arabo, rumeno e spagnolo), 20 ebook pubblicati su Amazon e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato L’Archivio Internazionale di Taccuini d’Artista e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante. (Vedi sito internet: www.taccuinidartista.it). Tra le numerose pubblicazioni di Poesie ricordiamo: Atelier d’Artista, I Quaderni del Bardo Edizioni, Lecce, 2020. Onde gravitazioni, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo (AN) 2020. Artaud: Il Poeta e il suo doppio, I Quaderni del Bardo Edizioni, di Stefano Donno, Sannicola (LC), 2019. La poesia dilata i confini. Omaggio a Tomaso Kemeny, I Quaderni del Bardo Edizioni, di Stefano Donno,  Sannicola (LC), 2018. Lampi di verità, I Quaderni del Bardo Edizioni, di Stefano Donno, Sannicola (LC), 2017. Ut pictura poesis,  Dot.com Press, Milano, 2017. Vita, Poemetto, Il Sottobosco, Bologna, 2017. Labirinto d’amore, Lietocollelibri, Como, 2013. La zattera delle parole, Campanotto Editore, Udine, 2005 e nel 2006 è stato ristampato e tradotto con testo inglese a fronte, con traduzioni di Daniela Caldaroni e Donaldo Speranza, sempre per la Campanotto Editore, Udine. L’origine du monde, Lietocollelibri, 2004. Poemetto Erotico. Vincolo testuale, Lietocollelibri, Como, 1998 “opera prima” in versi che era in realtà un’accuratissima scelta antologica, con testi critici di Roberto Roversi, e Gianni D’Elia.

Giuseppina Capone

“Niente di personale”. Uno spettacolo di circo

“Niente di personale” di Doriana De Vecchi è stato definito come uno “spettacolo di circo”. E’ un’attribuzione affascinante ancorché anomala per un’opera letteraria.

Quali caratteristiche narratologiche fanno sì che le sue pagine divergano dal romanzo così come codificato?

(Sorrido). Niente di personale prima di essere un’opera letteraria è uno spettacolo di circo contemporaneo: chi legge capisce sin dalle prime pagine di perdere la definizione di lettore e, capitolo dopo capitolo, indossa gli abiti di uno spettatore. I protagonisti ed i personaggi sono atleti circensi che compiono un viaggio introspettivo ed emotivo attraverso le performance che portano sul palco (della vita). Ogni capitolo è abbinato ad una canzone che il lettore potrà cercare su Youtube e ascoltare durante la lettura, perché “Niente di Personale” è un’esperienza immersiva multisensoriale, in cui l’occhio viene catturato dalle immagini abbinate alla storia, e mentre il testo scorre tra le pagine e le dita del lettore, la musica lo avvolge nell’atmosfera. Del resto tutti noi non siamo altro che acrobati, sul filo teso della vita, tra scelte, sogni, desideri e occasioni da cogliere al volo.

Un tema affrontato è la comunicazione in una raffinata forma che valica i confini della parola e diviene complicità silente. In fondo, l’empatia è anche la capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore/spettatore con un messaggio in cui lo stesso è incline ad identificarsi. I trenta artisti che la sua narrazione segue accompagnano lo spettatore con elevata partecipazione emotiva. Quale sentimento, magari sopito, ha inteso risvegliare?

“Niente di Personale” è la storia di Peter, che non vuole guardare anche se potrebbe, e di Chiara, che non vuole parlare anche se potrebbe. Questo libro è un incontro di anime e di vite diverse; quando due persone sensibili entrano in contatto, istituiscono da subito un linguaggio diverso dal consueto, una sorta di codice emotivo, e prendono le distanze dal resto del mondo perché si appartengono a livello intimo. Vorrei trasmettere una forte sensazione di energia positiva composta da passione, amicizia, impegno, sudore, coraggio, concentrazione, comprensione, entusiasmo, libertà, perseveranza, complicità, sensibilità, fiducia, speranza, spontaneità e fragilità; uno dei miei desideri più grande è che il lettore, finito di leggere il libro, sia pervaso da una voglia incontenibile e indomita di vivere, ed affrontare a testa alta tutte le tempeste della vita. Il messaggio è alla portata del lettore sin dalla copertina che rappresenta un albero rovesciato: le nostre esperienze sono le nostre radici e vanno poste verso il cielo affinché ciò che ci è accaduto faccia parte del nostro bagaglio senza appesantire le nostre scelte quotidiane, mentre le fronde, ovvero i sogni, vanno poste sempre vicino alla realtà (alla terra) per poterli realizzare concreta(mente).

La fragilità tange i protagonisti che lei ha così poeticamente tratteggiato, rendendoli figure quasi evanescenti; eppure essi denotano una forza granitica che li eleva miracolosamente. Crede che la vera forza possa maturare dalla virtù della debolezza?

Le debolezze che superiamo nel corso della vita ci fortificano. Spesso richiamo la citazione “sette volte cado, otto volte mi rialzo”: intendo dire che nella vita si deve mettere in conto che si può cadere, ma ogni volta che accade si impara a non farlo più. Compiamo scelte ogni giorno, ogni istante, e può accadere di sbagliare, ma è importante distillare il valore positivo anche dalle esperienze negative. Le cicatrici che indossiamo sono segni tangibili della strada percorsa ma non è tutto ciò che siamo. A volte si vorrebbe dimenticare ma la “dimenticanza” è un processo lento e intimo mentre i ricordi sono bambini impertinenti che hanno sempre l’energia di correre: noi siamo i ricordi di ieri che diventano forza del nostro domani.

Lei sembra aspirare ad un romanzo multisensoriale. Ciò implica una creatività inusitata, tendente ad un sincretismo di effetti e ad una combinazione di stimoli. Quali obiettivi si è posta nella sua produzione e quali esiti quanto a ricezione?

Io vorrei avvolgere il lettore in un altro mondo, fargli dimenticare per un attimo la sua vita reale e trasportarlo semplicemente altrove. Vorrei che il mio libro fosse per lui una casa da abitare e vorrei che i protagonisti diventassero i suoi migliori amici. Spesso quando leggo tendo a finire i capitoli e alcuni libri ne hanno di lunghissimi, così quando riprendo a leggere nei giorni successivi torno indietro di qualche pagina per riprendere il filo della trama. Nell’immedesimarmi nel lettore ho voluto rendergli la lettura leggera: i capitoli di Niente di Personale sono brevi, spesso durano poco più del tempo della canzone, per gustarlo a piccoli morsi, e quando lo riprendi in mano non hai bisogno di rileggere perché l’immagine associata al capitolo ti conduce immediatamente al punto in cui ti eri fermato. Ogni porzione di storia contiene una tappa del viaggio introspettivo: dall’eterna lotta tra la ragione e l’istinto, alla voglia di lasciarsi andare, alla fatica di recidere una parte di sé per far spazio a nuove esperienze e nuovi incontri, dal superamento dei propri limiti all’identificazione di quei confini che è meglio non superare per non autodistruggersi. Niente di personale vuole urlare “volare si può”, e se non ci credi, pensa ad una situazione che ti appesantisce e poi apri a caso il mio libro: sono certa che troverai un amico con un buon consiglio tra le righe del mio romanzo.

Lei è anche un’appassionata fotografa e videomaker. Quali sue competenze artistiche ha traghettato nella scrittura e qual è il suo rapporto con il digitale?

Spesso mi dicono che il mio modo di scrivere è fotografico: persino le emozioni diventano immagini sinestetiche. Ho prodotto diversi spettacoli multiartistici, e sto attualmente lavorando, insieme ad altri artisti, allo spettacolo del mio libro, in cui (e faccio un po’ di spoiler) si susseguiranno alcuni audiovisivi (foto e musica) intervallati da recitazione e improvvisazione teatrale. Il mio rapporto con il digitale? Appena l’ho completato ho costruito un quadro sonoro con letture digitalizzate in QRcode e schede interscambiabili. Mi piace sperimentare e inventare nuove forme di comunicazione. e poi… (sorrido). “Niente di personale” è stato scritto su un cellulare, è un romanzo metropolitano, esso stesso è nato in viaggio, eppure, per quanto anch’io mi stia adeguando al mondo social a fini promozionali, penso sempre che uno sguardo, consumato in silenzio, mentre la pelle ed i gesti già tutto dicono, sia l’esperienza più autentica che si possa vivere; per questo motivo il libro è dedicato alla vita, a chi me l’ha donata, e a chi ha il coraggio di vivermi.

 

Doriana De Vecchi ha pubblicato due romanzi: “Fogli sgualciti…”, noir thriller, e “Porta di confine”, noir psicologico, partecipato all’antologia “TOnirica” e ottenuto diversi riconoscimenti regionali e nazionali. Poetry slammer, performer, video maker e docente in corsi di fotografia, organizza mostre, rassegne di audiovisivi ed eventi culturali che uniscono poesia, musica, teatro e fotografia. Condu-autrice degli spettacoli “Idea Loading”, “I colori dell’anima” e “Un treno per l’Africa”, collabora con diversi Collettivi Artistici ed è l’anima di alcuni Caffè Letterari poetici. Crede profondamente che l’arte sia il mezzo capace di restituire al mondo tutta la sua luce e bellezza. E’ una tavolozza di colori e vitalità. Sogn-attrice. Lumin-osa. Cre-attiva. Fr-agile. http://www.dorianadevecchi.wordpress.com

 

Giuseppina Capone

Il sangue e lo schermo. Lo spettacolo dei delitti e del terrore. Da Barbara D’Urso all’ISIS

Tra canali mainstream, satellitari e Web, si registra un pullulare di delitti che divengono telenovele, dettagli eccessivi, skyline alla CSI, inchieste pseudo-giornalistiche, cacce all’assassino. Barbara D’Urso e la “tv del dolore” e l’ISIS divulgatore di terrorismo sono polarità distanti altresì, Lei scrive, legature di una medesima rete che ci muove a vivere un modello di Male incessantemente de-simbolizzato, de-storicizzato, in un impianto mediatico dove si valutano più le messinscene raccapriccianti, le drammaturgie banali, le collere da boudoir ed i romanticismi precotti che non la filiera delle ragioni di un dilemma, la loro politicizzazione, la nostra responsabilità.

Quali osservazioni può offrire a tal proposito?

Quando Gilles Lipovetsky ci vuole spiegare la fase III del Capitalismo, quella dell’uomo al massimo grado di consumerismo e isolazionismo individualista, ci dice: “Tutto accade come se, da ora in poi, il consumo funzionasse come un impero, senza tempi morti e senza confini”. Ecco, la vita, de-simbolizzata, de-socializzata nei suoi legami comunitari forti, de-conflittualizzata si trasferisce armi e bagagli nelle sue effervescenze mediatiche, nel personalismo del mordi e fuggi, dell’usa e getta, nelle accelerazioni frenetiche di ciò che va comprato e sentito intimamente, nelle taglie su misura che di ogni bene e servizio – e stato dell’anima – la Grande Sartoria del Tele-Capitalismo sforbicia, abbozza, delinea. E allora perché stupirsi se, in corrispondenza di un mondo che in pochi decenni ha slatentizzato cataclismi, rischi ambientali, guerre, terrorismi, crack informatici e bancari, virus e pandemie, città inabitabili e paranoie inconsce, questi stessi ingredienti di una civiltà nettamente al tramonto, diventino combustibile permanente di un sistema mediatico che contrabbanda fosforescenze per consapevolezza, postverità per informazione, barbarie imbellettata (per dirla alla Balandier) per rivolte popolari?

Lei scrive: “Nell’ostentazione e nell’iper-radiografia delle lacrime e delle tribolazioni altrui, la televisione non rimanda un pensiero recondito né un ipertesto fenomenologicamente avveduto, né un vero tessuto narrativo. Ma solo lo choc emotivo dello spettatore come messa in scena di una partecipazione, più o meno vergognosa, più o meno impaurita o schifata.” Come distaccarsi da siffatto vicolo cieco imboccato dai mezzi di comunicazione?

Il nesso che lega emozioni e comunicazione è di particolare attualità oggigiorno, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni. Fino a qualche decennio fa la crescita affettiva, psicologica, relazionale degli individui – e degli adolescenti in particolar modo – era costruita in base all’operato di precise agenzie sociali: la famiglia, la scuola, le strutture di tempo libero, i partiti, i contesti produttivi, mentre i media e la televisione erano considerati “satellitari” rispetto al nucleo identitario, e senza particolari interferenze con la vita reale. Oggi il rovesciamento è totale e si corre il rischio di ri-alfabetizzare la sfera comunitaria, intersoggettiva, oltre che i propri percorsi evolutivi, solo in funzione di tastiere, algoritmi, app e click compulsivi, per non parlare di informazione manipolata e reality show a ogni pié sospinto.

Mai come oggi serve una santa alleanza di menti fervide e on omologate, capaci di offrire strumenti di decostruzione e comprensione di tutti gli “specchi” della televisione e della Rete che ci assorbono, mobilitano e “ustionano” ogni giorno, nel tentativo di riportare questi ultimi alla loro missione iniziale: creare una polifonia di voci e differenze, sapere “davvero” cosa accade nel mondo, potenziare l’Umano, risvegliare le coscienze e non affossarle nella Grande Barbarie della banalità e della ripetizione.

I suoi accurati studi fanno luce su quell’oscenità sostituitasi alla pornografia. Cos’intende per oscenità? Contro chi e cosa dirige il suo j’accuse?

L’Osceno oggi non ha più nulla a che fare con un’attribuzione di tipo morale, se per morale intendiamo il senso dello scandalo, del peccato, della riprovazione verso il “rimosso”. L’Osceno è bonifica totale del senso, cooptazione e incapsulamento del reale in una Macchina mondiale che replica i suoi effetti secondo ratio e linguaggi quasi totalmente improntati alla monetarizzazione degli automatismi e alla perdita di ogni senso critico. Baudrillard diceva: “Senza l’arbitrarietà del segno niente funzione differenziale, né linguaggio, né dimensione simbolica. Il segno, cessando di essere segno, ridiventa cosa fra le cose. Cioè di una necessità totale o di una contingenza assoluta. Senza instanziazione del senso da parte del segno, non resta che il fanatismo della lingua – quel fanatismo che Rafael Sanchez Ferlosio definisce “un’infiammazione assolutista del significante””. Ecco, noi bruciamo mediaticamente di spasmi e di flash, di ardori e fuochi fatui, ma la la contemporanea secessione delle cose dal mondo delle cose e del segno dal servigio dell’implorazione verso le cose stesse, rende il mondo granitico e non decrittabile.

Professore, come ci si può riappropriare dello spirito critico che può fungere da barriera tra l’uomo ed il nulla, considerando che, probabilmente, ci siamo già mutati in un “uomo modulare”?

Fa bene a fare un chiaro riferimento a una antropologia scheggiata, dilazionata, dilapidata. Oggi siamo di fronte a un’individualità-patchwork, sabbiosa e ultraspiata, decostruita e messa a profitto, modulare e trasferibile come una moneta vivente di volgare conio, all’interno della cui griglia corriamo il rischio non solo di rimanere impigliati permanentemente, alienandoci dal suolo reale della vita, ma di essere utili solo come data-double, come doppione di noi stessi, scaffale statistico e granulare di gusti, scelte, desideri, tendenze, informazioni private, radici etniche, pensieri scritti, da estrarre come marmo da una cava, da ricomporre nel Gran Laboratorio dei mercati incrociati, da smistare al miglior offerente – multinazionale commerciale, manipolatore dell’opinione pubblica o agenzia di Intelligence che sia. Ricomporre, evitare il naufragio particellare del nostro essere, asciugare la dispersione del senso, coagulare azioni e scopi, ritrovare fermezza e cura nel sé e nel noi: queste le coordinate di una nuova sintassi dello stare al mondo.

Moltissimi format televisivi e non solo propongono la paura quale tema trainante. Perché?

La paura è una scena madre della nostra condizione umana: ne son piene le tragedie greche, il teatro, la storia, le spirali millenarie del nostro pensiero e del nostro interrogarci su chi siamo e da dove veniamo, ovvero il sale della filosofia. Come le dicevo nella prima risposta, oggi più che mai la paura, l’insicurezza, la preoccupazione per la nostra incolumità, individuale e collettiva, si intersecano perfettamente con un sostrato storico che alimenta tutto questo. Se pochi decenni fa il grande attrattore era la sessualità, dopo decenni di conservatorismo e di strapotere cattolico, oggi lo è senz’altro il dubbio sul nostro futuro immediato, con un carico di ombre e di angosce senza precedenti nel recente passato. Ma il punto è “come” affrontiamo questo gorgo di fragilità e di frantumazione di vecchie rassicuranti strutture comunitarie, se con gli strumenti della razionalità e della politica trasformatrice o, non piuttosto, con una sciocca suspense televisiva usata per fini manipolatori e mercantili, che si presta come “software” editoriale alla nostra impressionabilità, ci intasa di affanni e verosimiglianze, e corse a perdifiato, corrispondendo esattamente a quello che vediamo ogni giorno in tanti programmacci televisivi che dal pomeriggio invadono le nostre case di boschetti e ammazzamenti, di donne scomparse e di mezzi teoremi giudiziari, di musichette alla Dario Argento e di fantasmi in formalina, e su cui spicca l’orrida docenza di conduttrici televisive come Barbara D’Urso e Maria De Filippi, portatrici sane, purtroppo, di uno pseudo-giornalismo e di un patetismo cenciosi e voyeuristici, ignobili e insignificanti. Io penso che la vera sfida inaggirabile sia questa.

Carmine Castoro, filosofo della comunicazione, giornalista professionista, è stato collaboratore e inviato per quotidiani e magazine nazionali. Come autore televisivo ha firmato numerosi programmi per il palinsesto notturno della RAI e per canali Sky. E’ Professore incaricato di: Media Perception Analysis alla Link Campus University di Roma; Sociologia criminale e della devianza e Antropologia filosofica a Criminologia all’Università UCM United Campus of Malta; Intelligence nelle Telecomunicazioni ai Master di Criminologia e Psicologia investigativa all’università di Foggia. Collabora con Semiotica dei media e Filosofia del Linguaggio all’università di Bari. Collabora con Estetica dei media all’università di Varese. Fra le sue opere: “Crash Tv. Filosofia dell’odio televisivo” (2009), “Maria De Filippi ti odio. Per un’ecologia dell’immaginario televisivo” (2012), “Filosofia dell’Osceno televisivo. Pratiche dell’odio contro la tv del nulla” (2013). “Clinica della tv. I dieci virus del Tele-Capitalismo” (2015). “I” (2017). E’ stato visiting professor alle università di Modena, Pontificia di Napoli, Roma La Sapienza, Roma Tre, e all’Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni ha collaborato in Cultura con il portale-tv del Messaggero e l’Unità. Si è occupato di filosofia e media per la rivistadiscienzesociali.it e per democratica.com. Attualmente per i quotidiani nazionali La Notizia e Quotidiano del Sud.

Giuseppina Capone

Maggio dei Monumenti: “Napoli è” presenta i luoghi dei Sedili di Napoli e il Candelaio di Giordano Bruno

Appuntamento oggi alle ore 19.00 sulla pagina facebook dell’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli con l’Associazione Culturale “Napoli è”, presieduta dal giornalista Giuseppe Desideri.

Anche quest’anno l’Associazione è presente nel programma del Maggio dei Monumenti e per il 2020 partecipa nella modalità “virtuale” a causa del Covid-19 con il progetto “Giordano Bruno e il Candelaio”.

Grazie a tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di questo video che ci accompagna nelle vicende e nei luoghi dei Sedili di Napoli dove Giordano Bruno ambienta il suo “Candelaio”.

Il progetto è stato realizzato dal team di giornalisti dell’Associazione Culturale Napoli è. Ideato da Bianca e Giuseppe Desideri su testo di Rossella Marchese. Voce narrante ed editing del video Alessandra Desideri. Consulenza storico-architettonica dell’arch. Laura Bourellis.

Un grazie particolare per l’attenzione al progetto va all’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli che lo ha inserito nel programma del Maggio dei Monumenti, alla Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Napoli e ai presidenti della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus e dell’AIMC Napoli Centro, alla dirigente scolastica e ai docenti dell’I.S. “G. Marconi”, al delegato regionale FIAF, alla direttrice del Museo dei Sedili di Napoli.

In attesa di poterci nuovamente incontrare, seguiteci  https://www.facebook.com/assessoratoallaculturaealturismodelcomunedinapoli/

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