Marzo Donna alla FoCS: Donne insieme in un impegno comune per una società più inclusiva

Nell’ambito delle iniziative di “Marzo Donna 2023 – Specchiarsi e Ri-specchiarsi…Conoscere e Ri-conoscere l’immagine di sé” dell’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Napoli, si terrà martedì 21 marzo 2023 alle ore 10.00 presso la Sala “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, la tavola rotonda  “Una nuova stagione dei diritti: Donne insieme in un impegno comune per una società più inclusiva”.

L’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”  in collaborazione con l’Associazione Culturale “Napoli è”, inoltre, è inserita nel programma di celebrazioni del centenario della nascita del fondatore Mario Borrelli.

Saluti: Dott. Isabella Bonfiglio, Consigliera di Parità Città Metropolitana di Napoli; Arch. Giovanna Farina, Presidente Consulta Associazioni e Organizzazioni di volontariato ed ETS Municipalità 2; Dott. Enrico Platone, Consigliere delegato Consulta Associazioni e Organizzazioni di volontariato ed ETS Municipalità 2; Prof. Antonio Lanzaro, Presidente Fondazione Casa dello Scugnizzo Onlus.

Interventi: Dott.ssa Bianca Desideri, Giornalista – Giurista, Direttore Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; Avv. Argia Di Donato, Presidente Associazione NomoΣ Movimento Forense; Dott.ssa Claudia Napolitano, Comitato Regionale Campania Susan G. Komen Italia; Dott. Giuseppe Palmieri, Presidente Associazione Voce di… Vento; Renato Cammarota, Poeta – Cenacolo poetico Associazione Culturale “Napoli è”; Aldo Spina, attore.

“Con questa iniziativa – evidenzia Antonio Lanzaro, presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – prosegue il nostro impegno per la tutela dei diritti delle Persone in situazione di disagio e difficoltà che, sin dalla nascita della nostra Istituzione, è elemento fondamentale dell’azione sociale, educativa e culturale. Il titolo che abbiamo scelto è significativo. E’ e vuole essere un percorso di lavoro per il futuro e un invito rivolto anche alle Istituzioni e alle Reti con le quali la Fondazione collabora fattivamente e concretamente. Da qui la presenza in questa occasione dell’Associazione Culturale “Napoli è” e dell’Associazione Voci di… Vento oltre ad altre realtà associative con le quali stiamo realizzando iniziative per il centenario della nascita di Mario Borrelli.”

“Quest’anno abbiamo voluto premettere ai titoli delle iniziative formative e alle tavole rotonde lo slogan “Una nuova stagione dei diritti” – aggiunge Bianca Desideri, direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – perché riteniamo fondamentale che oltre alla tutela dei diritti esistenti sia necessario andare verso una maggiore attenzione ad ampliare i diritti e le tutele soprattutto per le fasce più deboli della popolazione, delle persone disabili, delle donne, dei minori, degli anziani. Una nuova stagione che porti ad una società più inclusiva e a una piena attuazione, tra gli altri, dell’articolo 3 della nostra Costituzione”.

Nel corso dell’iniziativa sarà sottoscritto un accordo di collaborazione tra la Fondazione e l’Associazione Voce di… Vento che prevede l’attivazione di un laboratorio di Musicoterapia a supporto del territorio non solo di Materdei e sarà presentato un laboratorio di lettura e poesia a cura dell’Associazione Culturale “Napoli è”.

Per info e contatti: Tel 081 564 1419  e-mail fondazionecasascugnizzo@gmail.com.

Elena di Euripide a cura di Barbara Castiglioni

“E’ divino riconoscere quelli che amiamo”:  Elena riconosce  Menelao e pronuncia queste parole sublimi. Lei suggerisce l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga. Perché questo tema è tanto accarezzato dal patrimonio letterario occidentale?

Nel fr. 16 Voigt, Saffo presenta un’Elena piegata alle leggi dell’amore, che diventa exemplum della forza devastante del sentimento: quella di Saffo non è una vera e propria difesa di Elena, ma la rappresentazione dell’impossibilità – e della vanità – di opporre resistenza a un impulso inviato dalla divinità. Effettivamente, il mito di Elena, in tutte le sue riprese, è la rappresentazione di un sentimento fortissimo, quasi feroce, di un amore che piega ogni ragione. L’amore «tutto muove – e Omero e il suo mare», come scriverà Osip Mandel’štam, oppure l’«amore ebbro e disperato» di Margaret Atwood sono espressi in maniera diversa, ma descrivono lo stesso, identico sentimento che ha portato via Elena da Sparta: perché l’amore, come scriveva Keats in una meravigliosa lettera a Fanny, è una religione, ed è forse l’unica speranza di fede rimasta ad una società completamente priva di dèi come quella occidentale.

Elena, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la donna più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti. Per quali ragioni da sempre emerge quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza?

Elena è in una posizione molto complicata, tra le donne della letteratura antica, perché la bellezza, che è la sua dote involontaria, determina il suo destino e la rende, contemporaneamente, vittima e carnefice: Elena è vittima, perché non ha scelto il suo dono e non può non essere bella, come dimostra molto bene l’Elena di Euripide, ma è anche carnefice, perché la sua rovinosa bellezza ha provocato la guerra di Troia. L’ambiguità di questa condizione impedisce una vera comprensione del personaggio: greca per i Troiani, troiana per i Greci, Elena è indecifrabile tanto per gli uomini, che la vogliono e la temono, quanto per le donne, che la odiano e la condannano, ed è, il più delle volte, considerata un mero oggetto di cui non sono quasi indagati i sentimenti. Ed è notevole osservare che, anche se in maniera obliqua, uno dei pochi testi che considera la sofferenza di Elena è proprio il primo e più antico in cui compare come personaggio, cioè l’Iliade. Per quel che riguarda l’essere antesignana di una ricerca individuale di un posto nell’esistenza, possiamo dire che Elena – figlia di Zeus, dea,vittima di rapimenti, seduttrice involontaria, moglie di Menelao, amante di Paride, sposa di molti mariti, madre di Ermione, ombra, fantasma, ma sempre causa di infedeltà – è contemporaneamente, moltissime donne e una «figura unica», immutabile, sempre identica a sé stessa, come la definiva meravigliosamente il Faust di Goethe, e rappresenta l’indipendenza – che è sempre temuta ma in una donna ancora di più – e continua ad essere, soprattutto, l’immagine dell’arma femminile con cui una donna può sconvolgere il mondo: la sovrana bellezza.

Elena, donna intelligente, scaltra, coraggiosa. Perché mai il teatro, il cinema, le innumerevoli riscritture la presentano come l’antesignana della vamp o della donna senza scrupoli?

Elena rappresenta l’inevitabilità della bellezza, che non concede scelta, né a chi la ammira, né, soprattutto, a chi la vive e ne subisce le conseguenze. Prima di essere una donna, prima di essere una persona, Elena è bella, e questo determina ogni aspetto della sua esistenza. La bellezza, soprattutto quella femminile, è spesso una colpa. La civiltà greca, non a caso, aveva elaborato il concetto di kalokagathìa. Questo ideale di identità tra bellezza e virtù, però, è prevalentemente maschile: non ne esiste – e non è casuale – una versione femminile della kalokagathìa. Non è impossibile, per una donna bella, essere anche virtuosa, ma si presuppone che non lo sia: l’universale positivo, implicito nell’ideale maschile, è capovolto nel caso della donna, per cui la bellezza, come esemplifica il mito di Elena, si rivela soprattutto una colpa. Questa paura della bellezza femminile, però, non è solo greca né solo antica, ma ritorna insistentemente nella letteratura e nella civiltà – non solo – occidentali: pensiamo ad autori molto diversi come Huysmans, che definiva la bellezza di Elena maledetta e irresponsabile, «che avvelena tutto quello che l’avvicina, tutto quello che tocca», o a Marina Cvetaeva, che deprecava Elena, la «bigama, predatrice, spiffero di morte».

Il primo scontro tra Occidente e Oriente, la guerra di Troia, fu combattuto soltanto per un’illusione. E’ illuminare Achille quale il più forte degli eroi il vero obiettivo della contesa?

Non è difficile immaginare come Euripide, mediante l’εἴδωλον di Elena, volesse rappresentare anche l’illusione delle guerre del Peloponneso che stavano devastando la città e la società in cui era vissuto: il fantasma di Elena è il simbolo di tutto quel che ha condotto i Greci a Troia, ma è anche, con ogni probabilità, la rappresentazione della vita umana. Per quel che riguarda l’Iliade, sicuramente Achille emerge come uno dei centri del poema, che segue, con molte, meravigliose digressioni, il suo eroe: l’Iliade inizia con l’ira di Achille, e finisce con i funerali di Ettore, ucciso proprio da Achille. Senza dubbio Achille è il più forte degli eroi, ma l’Iliade è, forse, più di ogni cosa, il ritratto dei valori della società eroica, rappresentata dall’epos omerico.

Le opere greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Penso sia difficile immaginare la letteratura europea senza la conoscenza dei classici greci e latini. Ora abbondano le riscritture e i rimaneggiamenti, che si allontanano spesso sin troppo dall’originale, deformandone il messaggio; oppure, dall’altra parte, c’è la Cancel Culture, che pretende di rimuovere quello che ora non ci piace, senza considerare il tempo, che è il motore immobile di ogni letteratura, che è, a sua volta, lo specchio di una società. Penso si debba tornare a leggere i testi; in pochi lo fanno davvero. Spesso soprattutto l’accademia si concentra su pochi versi, o poche righe o pochi capitoli, e perde il centro. In questo modo, però, si rischia di notare la pagliuzza, e perdere il messaggio a cui si deve ritornare.

 

Barbara Castiglioni, laureata in Lettere Classiche, Dottorata in Studi Umanistici presso l’Università di Torino con una tesi sull’Elena di Euripide, si occupa di tragedia antica e di ricezione del classico. Ha pubblicato vari saggi sulla tragedia greca e sul rapporto tra dramma antico e moderno.

 

Giuseppina Capone

Filosofare è da donne

Le donne sono capaci di filosofare?

Musonio Rufo, notabile del neostoicismo romano, consigliere di molteplici antineroniani,  si pose siffatto quesito nel I secolo d.C. Per tale ragione condannato alla pena dell’esilio, rientrò a Roma subito dopo il decesso di Nerone. Delle sue lezioni permane la memoria nelle Diatribe; in una si legge: “Poiché uno gli chiese se anche le donne devono filosofare, così cominciò a dimostrare che anch’esse devono farlo:

le donne, disse, ricevono dagli dei lo stesso logos degli uomini, che noi usiamo l’uno con l’altro, e per mezzo del quale intendiamo se una cosa è buona o cattiva, bella o brutta. Allo stesso modo, la donna ha sensazioni uguali all’uomo, la vista, l’udito, l’olfatto e le altre. Inoltre, il desiderio e l’inclinazione naturale per la virtù non esistono solo nei maschi, ma anche nelle femmine. Stando così le cose, perché mai gli uomini dovrebbero cercare e studiare come vivere bene, nel che consista la filosofia e le donne no?”

Nell’estesa enumerazione delle espressioni pericolosamente tangenti la misoginia degli antichi, ecco una gradevole eccezione, valevole di menzione.

Effettivamente, la storia della filosofia non ha reso giustizia alle donne.

Eppure, si possono citare Ipazia, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Angela Davis, George Eliot, Edith Stein, Anita L. Allen, Ban Zhao, Mary Wollstonecraft.

Scorrazzando tra i secoli tra le donne-filosofo dell’antichità si segnala la nota Aspasia di Mileto che appare in alcuni degli scritti filosofici di Platone, Senofonte, Eschine Socratico, Antistene. Taluni ricercatori sostengono che Platone stesso fosse rimasto parecchio colpito dalla sua esuberante intelligenza e sottigliezza; il personaggio di Diotima di Mantinea presente nel dialogo Simposio è fondato sulla sua figura. Socrate attribuisce alla irreale, probabilmente, Diotima il suo sapere nell’arte di Eros e parrebbe che proprio lei gli avesse offerto lezioni, contribuendo all’evoluzione della sua ricerca filosofica. Le tarde opinioni platoniche verso le donne rimangono viceversa molto contraddette ma La Repubblica suggerisce che le donne sono analogamente in grado di conquistare istruzione, immaginario intellettuale e competenza organizzativa all’interno dello Stato.

La filosofia medievale è dominata dalla figura di Ipazia, esponente del Neoplatonismo, così descritta nell’Antologia palatina:

Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,/ vedendo la casa astrale della Vergine,/
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto/ Ipazia sacra, bellezza delle parole,/
astro incontaminato della sapiente cultura”.

Secondo Socrate Scolastico unica erede del platonismo interpretato da Plotino: “Era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”.

La filosofia moderna vede l’interesse delle filosofe su temi quali l’istruzione femminile con Harriet Martineau; i diritti delle donne con Charlotte Perkins Gilman, la quale sostenne che le donne fossero oppresse da una cultura pregna di “androcentrismo”; la teoria politica con Rosa Luxemburg, teorica del marxismo consiliarista.

La contemporaneità coincide con la professionalizzazione della disciplina. Tra i nomi rilevante è quello di  Simone Weil: innamorata del pensiero greco; combattente per la giustizia ed il rispetto della dignità umana, appassionata all’idea di Dio, cui corrispondere senza limiti confessionali.

A lei non dobbiamo solo la vasta mole di scritti ma i singhiozzi, scoppiati alla notizia di una catastrofe quale la guerra, tutte le guerre, l’interesse concreto per l’istruzione ed i problemi di operai, contadini e disoccupati,  la condanna dei totalitarismi di destra e di sinistra e la difesa  del pacifismo tra gli stati nazionali.

Nel mese delle donne non possiamo immaginare una filosofia ideata, scritta e creata da filosofe.

Maura Gancitano asserisce “Siamo sempre state filosofe. Lo eravamo anche prima di poter seguire un corso universitario, di poter pubblicare libri, di poter tenere conferenze pubbliche. Lo eravamo prima che iniziasse a collassare l’idea granitica secondo cui una donna che studiava fosse un abominio. Lo eravamo già, ma non potevamo dare spazio al nostro desiderio di riflessione, di studio, di dialogo, di speculazione, e per questo il mondo ha perso migliaia di filosofe che forse nei millenni avrebbero potuto imprimere un altro corso alla storia umana.”

Giuseppina Capone

Sofia: dopo l’adozione sono anche riuscita a diventare mamma

“Per ogni donna che desidera diventare mamma, non esiste notizia peggiore di scoprire che non potrà mai crescere dentro di sé una vita. Io l’ho passato questo brutto momento e posso dire con fermezza che mi è crollato il mondo addosso. Ho deciso di adottare un bambino e, dopo una lunga attesa durata anni, io e mio marito l’abbiamo ottenuto. Ma non potevo crederci che, trascorso un mese dall’adozione, sono rimasta incinta. In quel momento ho capito quanto fosse affascinante la psiche umana; la mente può davvero decidere ogni cosa senza nemmeno che tu te ne accorga”.

La sofferenza per una donna che non riesce ad avere figli è immensa e spesso anche sottovalutata. La scienza e la psicologia hanno fatto passi da giganti verso una più rapida quanto efficace cura per l’infertilità sia maschile che femminile, ma pare proprio che, secondo dichiarazioni di un vasto numero di donne, il metodo più efficace per quest’ultima, per riuscire a mettere al mondo un bambino, sia proprio quello di adottarne uno. Deve essere proprio quello il momento in cui le paure si fanno da parte, quando la donna scopre che l’amore verso il proprio figlio può superare qualsiasi timore e ogni freno dettato dalla propria mente. Si tratta della paura della donna di non riuscire ad essere all’altezza della situazione; di non poter essere una brava mamma. Una paura talmente forte in grado di manipolare la mente e il corpo.

Sofia è una donna di 34 anni, vive a Napoli e racconta la sua storia di come è riuscita a diventare madre solo dopo aver ottenuto in adozione un bambino.

Sofia, per quanto tempo hai tentato di avere un figlio?

Preferisco raccontare partendo dalla relazione con mia madre; ho avuto una madre poco amorevole anzi, incapace di donare affetto, ma io, d’altro canto, ho da sempre desiderato avere un figlio, magari due o anche tre. Quattro, perché no. Io e Vittorio ci siamo sposati quando entrambi avevamo 23 anni e, solo un anno dopo, abbiamo iniziato a provare a diventare genitori. La mia testa e il mio cuore mi dicevano che volevo un bambino per dargli tutto l’amore che mia madre non era riuscita a darmi. Mia madre pensava solo a sé, era una di quelle madri che non trovava mai tempo per giocare con sua figlia perché per lei, la sua carriera, venivano prima di ogni altra cosa. Questa mancanza d’amore ha creato in me dei forti blocchi psicologici anche se irrazionali, naturalmente. Perché io un figlio l’ho sempre voluto, ma la paura di poter essere come lei mi bloccava, la mia mente decideva per me. Finalmente, dopo una lunghissima ed esasperante attesa tra documenti e visite costanti a casa di assistenti sociali, io e Vittorio abbiamo ottenuto Levi in adozione e dopo un mese ho scoperto di essere in dolce attesa. Tutto ciò mi rendeva felice ma suscitava in me una forte perplessità.

Quale perplessità?

Volevo capirmi. Volevo a tutti i costi comprendere la mia mente e perché il mio corpo stesse reagendo così. Anche se ne ero già sicura che fossi finalmente rimasta incinta solo di conseguenza dell’adozione e quindi ad un mio personale sblocco mentale. E questo mi ha portata a voler andare dallo psicologo il quale, dopo diversi mesi di terapia, mi ha confermato quasi tutto ciò che io sono riuscita a capire nel momento in cui ero in dolce attesa, ovviamente con una più complessa e lunga spiegazione. Penso che a volte crediamo di volere un bambino, ma la verità è che non siamo pronte, e quindi siamo noi a non volerlo per questo motivo non arriva. L’ho provato sulla mia pelle. Non è una cosa razionale ma nel nostro inconscio crediamo di non essere in grado di crescere un’altra vita. Alle volte può accadere perché abbiamo avuto genitori poco amorevoli, (come nel mio caso), e crediamo dunque di non riuscire a dare altrettanto amore. In altri casi, al contrario, può accadere quando si ha avuto genitori opprimenti e si crede, dunque, di non essere mai adulti e di non poter crescere un bambino. (Accaduto a molte donne). E ce ne sono tante altre di motivazioni.

C’è qualcosa che vorresti dire a chi come te ha vissuto o vive questo momento?
Non perdete mai la speranza. La nostra mente è capace di tutto anche se noi razionalmente non ce ne rendiamo conto, non lo vediamo, non lo focalizziamo. E’ quindi importante che impariamo a riconoscere le nostre emozioni per far sì che siamo noi a gestire la nostra vita con sentimenti, razionalità e con consapevolezza e non le nostre paure perché spesso, senza che ce ne rendiamo conto, le paure e i timori prendono decisioni al posto nostro. Gestiscono la vita nostra al posto nostro. Dunque, non abbiate paura di conoscervi, perché non c’è cosa più bella di scoprire sé stessi e imparare a vivere la vita che desideriamo.

Alessandra Federico

Maura Chiulli: Ho amato anche la terra

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’attore della discussione politica. I movimenti femministi ispezionano i paradigmi nonché i ruoli convenzionale delle donne. E’ stata sua intenzione gettare luce, mediante il corpo di Livia, 130 kg, sullo sguardo coevo al corpo muliebre?

Il corpo è lo spazio dell’esistenza e siamo al mondo, occupiamo il tempo e la latitudine del mondo attraverso il nostro corpo. Mi pare brutale che a parlare del corpo delle donne molto spesso non siano le donne, quindi, sì, certamente ho voluto che fosse il corpo di una donna a parlare di sé stesso, a disegnare il suo perimetro e a cercare la sua posizione, il suo spazio luminoso nella contemporaneità, che spesso esclude, mistifica, rigetta soprattutto i corpi ritenuti “difformi” o “difettosi”, imperfetti.

Come si pone, tratteggiando la storia di Livia, rispetto al dualismo, concezione teorica che vede un qualche tipo di separazione tra anima e corpo, tali da collocarli in due ambiti separati?

La storia di Livia e di Corpo vuole ricucire la frattura ontologica: anima e corpo coesistono e non sono separati. Il corpo è anima che si incarna. Il corpo racconta l’anima. Non c’è corpo senza anima e viceversa.

Lei ha dichiarato di esser stata ispirata da Ana Mendieta. la quale conferisce primaria importanza alla visione del proprio corpo umano immerso in una natura primordiale. Ebbene, qual è il legame tra Mendieta ed il corpo di Livia?

Entrambi i corpi, quello di Ana Mendieta e quello di Livia cercano un posto nel mondo, nello spazio e vogliono le radici, le foglie, la terra e le nuvole. Vogliono sentirsi parte di tutto, vogliono uno spazio e cercano un legame. Nell’arte come nella vita, i loro corpi cercano di confondersi, di farsi mondo, ma non per nascondersi. Solo per rivelarsi.

Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa.

Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Esistiamo noi, con la nostra storia e le nostre infinite e diverse sensibilità, noi che siamo fatti di pensiero. Pensiero che talvolta per quanto è forte e radicato si fa carne e ossa, materia vivente. Il balsamo è la carezza, la presenza, l’avvicinamento, lo sfioro dei nostri mondi coi mondi degli altri. La cura al dolore non è nella solitudine, ma solo nella condivisione.

Le sue pagine illuminano le piccole increspature dell’anima.

Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Si parla molto, per esempio lo fanno tanto bene alcuni poeti, di ferite come feritoie, come segni insanguinati, ma anche aperture attraverso le quali guardare il mondo, magari con sguardo diverso. Non lo so se è davvero così: le ferite fanno male fin quando sono aperte. Questo lo so sulla mia pelle. Alle ferite, preferisco le cicatrici: segni chiusi, mappe dei nostri giardini segreti.

 

Maura Chiulli

Scrittrice, mangiafuoco. Si interessa di body art e arte performativa. Esordisce con il romanzo Piacere Maria (Editrice Socialmente, Bologna, 2010), cui sono seguiti i saggi Maledetti Froci & Maledette Lesbiche (Ed. Aliberti Castelvecchi, Roma, 2011) e Out. La discriminazione degli omosessuali (Ed. Internazionali Riuniti, Roma, 2012), e il romanzo Dieci giorni (Hacca, 2013). A novembre 2018 torna in libreria con il romanzo “Nel nostro fuoco” (Hacca). Selezionato al Premio Campiello, ottiene una menzione speciale al premio Grotte della Gurfa e finisce nella cinquina finalista del Premio Segafredo-Zanetti Città di Asolo “Un libro un film”.

Giuseppina Capone

La storia di una donna tenace

“Un’emozione grandissima, un obiettivo inseguito con grande impegno e passione. Fin da bambina ho avuto modo di confrontarmi con figure educative e questo ha fatto scaturire il desiderio di diventare pedagogista”. Margherita Campanelli  (Fano) è una giovane donna di 30 anni affetta dalla sindrome di Down.

Margherita, lo scorso 25 novembre, ha finalmente realizzato il suo sogno: conseguire la laurea magistrale in Scienze pedagogiche all’Università di Macerata. “Il gioco come strumento e pratica inclusiva al nido. Le prospettive e dinamiche educative nello spazio 0-6”. Questo è il titolo della tesi con cui la giovane ha ottenuto 110 e lode. Una giornata ricca di soddisfazioni per Margherita e per la sua famiglia che, nonostante abbiano incontrato diversi impedimenti e ingiustizie nella vita da parte della società (atti di bullismo e discriminazioni), non si è mai persa d’animo ed è da sempre pronta a sostenerla e a spronarla in qualsiasi circostanza. La ragazza ha sempre dimostrato di essere dotata di grande coraggio, di un’intelligenza acuta e grande forza di volontà tanto da riuscire a lavorare in un asilo nido (dopo la laurea triennale come educatore) nonostante stesse studiando all’università.  Francesca Salis è la relatrice, nonché professore della cattedra di Pedagogia delle disabilità di Macerata, che ha seguito Margherita per tutto il percorso di studi. La professoressa nutre una forte stima nei confronti della neo laureata e le sue parole  sono di grande incoraggiamento e arrivano dritte al cuore di quest’ultima: “è riuscita ad andare oltre i luoghi comuni e non ha permesso alla disabilità di prendere il sopravvento e compromettere il suo progetto di vita. Quella di Margherita è una storia straordinaria, generata da una parte da una personale determinazione, dall’altra dalla forza dell’interazione sociale inclusiva. Ora potrà trasmettere a bambini e bambine i valori dell’inclusione in maniera diretta, non solo con la teoria ma attraverso la sua esperienza incarnata in modo emozionale ed esperienziale”. “Nell’ambito dell’approccio narrativo, – aggiunge la professoressa Salis – pedagogico inclusivo, che io insegno ai futuri pedagogisti, Margherita è una testimone validissima, capace di trasmettere con efficacia la sua storia, gli elementi educativi che l’hanno caratterizzata, la necessità di superare i pregiudizi. Margherita, continuerà a collaborare con me. Adesso da stimata collega”.

Margherita è da sempre stata molto determinata e ha da sempre avuto le idee ben chiare riguardo il suo futuro e chi sarebbe voluta diventare; il suo sogno più grande è quello di aprire un “agrinido” per dare l’opportunità ai bambini di crescere approcciando alla natura. La storia di Margherita non può che essere di grande insegnamento per tutti coloro che rincorrono i propri sogni; insegna che per raggiungere un obiettivo e poterlo concretizzare c’è bisogno di costanza, tenacia e volontà.

Alessandra Federico

IV edizione de “Le Voci Celate”: Oltre il confine. Contro il fenomeno della violenza di genere

La triste condizione delle donne nei paesi del Medio oriente, vittime di violenza e limitazione dei principali diritti sanciti dalle moderne democrazie. Questo, il leit motiv della IV edizione de “Le Voci Celate”, manifestazione di riflessione sul fenomeno della violenza “di genere”, che vuole focalizzare, per quest’anno, l’attenzione alla condizione della donna nei paesi del medio oriente, rispetto agli ultimi accadimenti che hanno visto le donne dell’Afganistan e dell’Iran al centro di proteste per l’affermazione dei propri diritti.

L’evento è un momento di confronto che mira a creare una rete che, oltre a favorire lo scambio di conoscenze e la collaborazione tra le scuole e l’ente locale con le Associazioni attive sul territorio, si fa promotrice di buone pratiche di solidarietà e di contrasto alla discriminazione e alla violenza, attraverso nuovi linguaggi più efficaci e di maggiore appeal per le nuove generazioni. Con l’informazione e il dialogo, arricchiti dal contributo di esperti del settore forense, del giornalismo, della psicologia e pedagogia, della musica, del teatro e dell’arte, è possibile costruire un nuovo percorso culturale che porti i ragazzi a riflettere diversamente sulla figura e sul ruolo femminile all’interno della società a livello globale.

Da un’idea di NomoΣ Movimento Forense, la Consulta delle Associazioni, delle Organizzazioni di Volontariato e degli altri Enti del Terzo Settore Municipalità 2 Napoli presenta la IV edizione di “Voci Celate. Oltre il confine”. L’evento, aperto alla cittadinanza, patrocinato dalla Municipalità 2 del Comune di Napoli, si svolgerà lunedì 28 novembre, dalle ore 10:30 alle ore 13:00, presso l’Aula Magna del 31° I.C. Paolo Borsellino (Via E. Cosenz, 47 – Napoli, nei pressi di Piazza Garibaldi) e vedrà gli studenti del 31 I.C. P. Borsellino, protagonisti nel dialogo-confronto con i rappresentanti delle associazioni della Consulta delle Associazioni, delle Organizzazioni di Volontariato e degli altri Enti del Terzo Settore Municipalità 2 Napoli e le istituzioni locali nonché con professionisti, artisti e con la cittadinanza.

Sensibilizzare e condividere, quindi, trasferire informazioni ma anche comunicare le proprie esperienze riguardanti il fenomeno della violenza, nelle sue varie manifestazioni.

Dopo la prima edizione del 30 novembre 2017 (presso il Liceo A. Genovesi) la seconda edizione del 28 novembre (presso l’I.C. Cuoco – Schipa), la terza edizione del 29 novembre 2019 (presso il 31 I.C. P. Borsellino) Le Voci Celate – per quest’anno – ritornano a gridare il proprio dissenso in riferimento alla repressioni delle libertà fondamentali e dei diritti umani.

Programma

Porteranno i saluti agli studenti, Valentina Bertocco, Assessore Pari Opportunità, Sport e Attività scolastiche della Municipalità 2 eLuciano Maria Monaco, Dirigente scolastico 31 I.C. Paolo Borsellino.

Introdurranno agli interventi Giovanna Farina, Presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2 e Argia di Donato, Presidente di NomoΣ Movimento Forense.

Apriranno la manifestazione gli studenti delle classi 1B, 2D, 3A, 3B e le docenti del 31° IC Borsellino con “Riflessioni e pensieri sulla violenza di genere” a cura di Carmela Gargano, professoressa e referente Funzione Strumentale delegata ai rapporti con gli enti esternidel 31°IC Borsellino.

Seguiranno “Alla ricerca di altre strade”, a cura dell’associazione Donne Architetto, con Giovanna Farina e Rossella Russo, architetti, e “Noi e loro: oltre il confine”, confronto dialettico con gli studenti a cura di NomoΣ Movimento Forense, con Argia di Donato, avvocato e Presidente.

Sarà la volta poi di “Tutela dei diritti umani”, excursus dei principali diritti a cura della Fondazione Casa dello Scugnizzo, con il presidente Antonio Lanzaro, già docente di diritto internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza Università degli Studi di Napoli “Parthenope” e Bianca Desideri, giornalista e giurista, direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”della Fondazione.

A seguire “Cultura e informazione per andare “oltre il confine” a cura dell’Associazione culturale Napoli è con Bianca Desideri, giornalista e vicepresidente.

Gli spunti di riflessione continuano con “Ali spezzate. Dalla morte alla rigenerazione”, dell’Associazione Annalisa Durante e con Salvatore Avallone e Nunzia Pastorini e con “Testimonianza di Diba Abdollahi” a cura di Less Società Cooperativa Sociale.

Ulteriori contributi saranno offerti da Psicologi in Contatto Onlus con “Tra Limiti e Confini: Lo spazio Meta della Realtà odierna” con  Salvatore Rotondi, psicologo, e da ENS APS di Napoli con “Violenza di genere e Sordità” con Elvira Sepe.

Chiudono l’incontro “Specchio Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame” di Nea Mood, con dott.ssa Maria Soria e dott.ssa Francesca Buono e “Le attività di Cidis: costruire ponti per l’inclusione dei cittadini stranieri”  di CIDIS Onlus, con Giordana Curati e Sara Cotugno.

Intervengono, con riflessioni e testimonianze, Francesco Grandullo, vice presidente Commissione Scuola Municipalità 2, Lorenzo Iorio assessore Attività produttive, Turismo e Legalità  Municipalità 2 e Enrico Platone consigliere Municipalità 2.  Comitato organizzatore: Direttivo della Consulta delle Associazioni, ODV e ETS della Municipalità 2 di Napoli

Incontro alla Casa dello Scugnizzo “Una nuova stagione di diritti: contro ogni violenza”

 Oggi alle ore 10.30, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”, in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, organizza un incontro di informazione e formazione dal titolo “Una nuova stagione di diritti: contro ogni violenza”.

“L’incontro – evidenzia Antonio Lanzaro, presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – si inserisce nel programma di iniziative celebrative per il centenario della nascita di Mario Borrelli, fondatore della Casa dello Scugnizzo, il quale ha speso tutta la sua vita in difesa e supporto dei diritti dei più deboli, dei bambini, delle donne, e della pace”.

Un momento di riflessione che non si esaurisce con l’incontro previsto per il 25 novembre ma che vuole essere un appuntamento costante per parlare di diritti e di concreta tutela degli stessi in un periodo di particolare complessità quale quello che stiamo vivendo.

A portare i saluti il Presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus Prof. Antonio Lanzaro e dell’Arch. Giovanna Farina, Presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2 del Comune di Napoli.

Interverranno: Dott.ssa Bianca Desideri, Giornalista-Giurista, Direttore “Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, condirettore della nostra testata giornalistica; Avv. Gelsomina La Gatta, esperta di diritto dell’immigrazione; Dott.ssa Assunta Landri, Psicologa-Psicoterapeuta, Consulente alla Procura presso il Tribunale di Napoli, Sportello d’ascolto psicologico ”FocsAscolto”; Dott.ssa Matilde Colombrino, assistente sociale, Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus.

Storie di grandi donne: Maria Montessori

Chi non ha mai sentito parlare di Maria Montessori? Una donna che, nonostante sia vissuta in un’epoca in cui l’università non era un luogo per le donne è diventata una scienziata e un’umanista eccezionale, nota in tutto il mondo.

Una donna, una delle prime a laurearsi in medicina in Italia, ha introdotto con il suo “metodo” per l’insegnamento definito tutt’oggi “metodo Montessori”, una vera e propria rivoluzione nell’educazione prescolare e primaria dei bambini di ogni classe sociale.

Nella presentazione della biografia uscita in edicola nella collana “Grandi donne” edita da RBA ci ha colpito il punto dove parlando dei suoi molteplici interessi e impegni come medico, scienziato, antropologa, femminista, educatrice, pacifista, viaggiatrice, viene sottolineato che Maria Montessori ebbe il coraggio di incarnarli tutti senza timore in un’epoca in cui alla donna veniva riconosciuto quasi come esclusivo il ruolo di angelo del focolare. E in un tale contesto la Montessori fu capace di essere protagonista e brillare di una luce che ancora oggi illumina la storia del progresso delle donne e dell’educazione scolastica. Il suo metodo si basava e si basa “sul potenziamento della creatività, sull’autonomia didattica dell’alunno e sull’apprendimento significativo” che nulla avevano a che fare con i metodi didattici allora seguiti. Una nuova stagione per tantissimi bambini ed educatori.

Alessandra Desideri

Maschilismo: necessario un cambio di mentalità

La donna lotta da sempre per ottenere diritti alla pari di quelli degli uomini e, nonostante sia riuscita a conquistare alcuni diritti, non gode ugualmente di tutti quelli di cui  beneficia il genere maschile. Nei paesi orientali, ad esempio, la donna è ancora totalmente sottomessa all’uomo, (prima dal padre e poi dal marito). Nei paesi occidentali, invece, con la democrazia la donna può vivere in uno stato di libertà. Questa libertà, però, pare celarsi dietro ad una realtà fatta ancora di mentalità profondamente maschilista: al lavoro, ad esempio, le donne non ricevono lo stesso stipendio degli uomini. A quanto pare, tale mentalità, consiste sempre in una sorta di prevaricazione sulla donna, basta pensare che gli incarichi più importanti sono da sempre stati ricoperti dai maschi; le prime riviste di moda erano scritte da uomini con pseudonimi femminili per poter dettare leggi sull’abbigliamento e sull’aspetto estetico delle donne. Viene perfino considerata di facili costumi colei che decide di vivere relazioni non costanti, a differenza dell’uomo che, anche se sposato, al quale è sempre stata concessa completa libertà.

La donna viene tuttora considerata quasi un oggetto, viene ancora costretta a concentrarsi eccessivamente sul suo aspetto estetico e indotta a rassegnarsi che sia questo l’unico obiettivo da perseguire. Sembra, pertanto, che la donna debba ancora combattere per conquistare gli stessi diritti, lo stesso rispetto, e la stessa considerazione che ha l’uomo.

Ma cos’è che ostacola la fine della mentalità maschilista? Forse anche alcuni comportamenti a volte agiti dalle donne possono favorire la persistenza di questa scorretta mentalità. Sembra che a volte la donna stessa, un minoranza, esiga ancora che ci siano ruoli da rispettare, soprattutto nel momento in cui pretende che sia sempre l’uomo, in qualsiasi occasione, quello che deve pagare. D’altronde, questo potrebbe essere uno dei motivi che autorizza l’uomo ad avere sempre il dominio sulla donna e a convincersi che chi ha i soldi possiede anche il potere. Ma non solo, a volte la donna dimostra di sottomettersi ad un uomo anche quando cerca continue approvazioni da parte sua (quando si sottopone addirittura a chirurgie plastiche pur di compiacere loro) sottovalutando che, in questo modo, non diventa  altro che un burattino nelle sue mani. Ragion per cui, se la donna vuole ottenere ogni diritto alla pari di quello di un uomo, deve continuare a combattere per i propri diritti e per un cambio complessivo di mentalità di entrambi i sessi.

“Ho trascorso gran parte della mia vita credendo che ciò che mi diceva mio padre fosse la verità assoluta. Ora credo sia arrivato il momento di ragionare con la mia testa perché una donna maschilista non può che essere deleteria per una società ancora retrograda. Bisogna completamente rinnovare la propria struttura mentale, le proprie consuetudini di pensiero, le proprie abitudini, le tradizioni, la cultura.”

Marisa, donna di trentaquattro anni, racconta la sua storia e come ha lottato per ribellarsi alla mentalità maschilista.

Marisa, cos’è che ti ha insegnato tuo padre?

Sin da quando ero molto piccola amavo studiare, leggere ed acculturarmi. Mio padre, invece, pensava che sarebbe stato inutile perché diceva che quello che soddisfa una donna è trovare un buon marito (un buon partito). Mi sono quindi sposata all’età di ventitre anni, naturalmente con un uomo benestante. Il mio coniuge si chiama Franco ed è un architetto. Mio padre, con tanta prepotenza, mi ha imposto (più che insegnato) ad avere una mentalità maschilista come la sua. Dunque, per anni e anni, mi sono convinta che tutto ciò di cui io avessi bisogno è di un uomo accanto che si prendesse cura di me.

Tu volevi lavorare?

Il mio sogno era quello di diventare medico pediatra. Sono però cresciuta con il pensiero che un uomo doveva fare tutto al mio posto e quindi anche pagare ogni volta che uscivamo a cena, quindi anche guidare la macchina e tanto altro. Mi sono resa conto, ad un certo punto, che la prima ad avere una mentalità maschilista ero proprio io, conseguenza di tutto ciò che mi aveva inculcato mio padre.

Cosa hai fatto per ribellarti?

Ho detto a mio marito che voglio studiare e lavorare e così sto facendo: un paio di sere a settimana lavoro in un pub (giusto per essere indipendente su alcune cose, anche se gli studi me li paga lui per adesso) e di mattina seguo i corsi all’università. Sono rinata. Abbiamo anche tre splendidi bambini io e Franco: Damiano, Massimiliano e Penelope.

Come l’ha presa tuo marito al riguardo?

Non benissimo ma non può impedirmelo. Mi ha ribadito che inizialmente i patti erano altri: lui avrebbe lavorato e io badato ai bambini. Ma io non ero felice, nonostante i miei figli siano stati la gioia più grande della mia vita, sento il bisogno di sentirmi appagata, fiera di me, come donna e poi come mamma, soprattutto per poter crescere i miei figli nel modo migliore possibile e potergli dare amore, senza rimpianti personali. Ma Franco, purtroppo, è quel tipo di uomo che si spaventa al pensiero che la moglie potrebbe diventare una donna in carriera, o peggio ancora guadagnare più soldi di lui. Per me deve farci l’abitudine, perché potrebbe accadere.

Riuscite a seguire i vostri figli così?

Certamente, per me una cosa non esclude l’altra; posso riuscire a concretizzare i miei sogni ed essere una mamma presente e amorevole. Mentre i piccoli sono a scuola io seguo i corsi all’università. Nel pomeriggio, invece, mentre loro eseguono i compiti io studio per gli esami, e nel tempo libero facciamo tante attività  insieme. E poi per fortuna c’è Lara, una meravigliosa donna che ci aiuta con le faccende domestiche. Quando le due sere a settimana lavoro, Franco si occupa dei bambini, è giusto così. Penso che tutte le donne abbiano il diritto di fare quello che desiderano, di sentirsi libere di essere. Oramai, al giorno d’oggi, per alcune è stato più facile raggiungere i propri obiettivi, ma posso confermare con certezza che non per tutte è così, almeno non lo è per chi nasce in una famiglia all’antica che ti annulla la personalità. In una famiglia in cui ti convincono che da sola non puoi farcela, e invece fuori c’è un mondo che ti aspetta e tutte noi donne dobbiamo essere pronte a conquistarlo.

Alessandra Federico

 

 

 

 

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