Carla Fracci, la regina della danza classica

Carla Fracci (Carolina Fracci), ballerina italiana, nasce a Milano il 20 agosto del 1936 e, sin da piccola, dimostra il suo talento per la danza; la sua innata eleganza, il suo portamento signorile e raffinato come quello di un cigno, l’hanno portata a diventare una delle più brave ballerine al mondo. Non a caso, dal New York Times, nel 1981, fu definita la prima ballerina assoluta.

Figlia di Luigi Fracci di origine sarde, sergente maggiore degli alpini in Russia stabilito a Milano dopo il ritorno dall’unione Sovietica e di Santa Rocca, operaia alla Innocenti di Milano, Carla, con l’arrivo della guerra, assieme all’intero nucleo familiare, si trasferisce dalla madre di Santa (Argelide) nella campagna di Volongo.

Al termine della guerra, Luigi Fracci, ottenne un posto come impiegato dell’azienda tranviaria come conducente a Milano e, da lì a poco, tornò insieme con la sua famiglia, nuovamente nella loro città natale. Carla, che aveva da poco iniziato la quinta elementare, quasi ogni pomeriggio, dopo aver terminato i compiti per la scuola, andava con la sua mamma e il suo papà al circolo ricreativo dell’azienda di trasporti dove, durante una festa di ballo, alcuni colleghi di lavoro di Luigi notarono, sin da subito, la grande capacità che la bambina aveva nel seguire a ritmo la musica riuscendo, perfettamente, a stare a passo con le note. Così, pochi giorni dopo la festa, grazie a chi l’aveva notata e convinto i genitori che fosse un talento sprecato e che studiando, probabilmente, sarebbe diventata una brava ballerina, Carla riuscì a sostenere un’audizione al Teatro alla Scala. Non fu arduo superare la selezione; la giovane aspirante ballerina fu immediatamente notata per il suo immenso talento, ma, come per tutte le passioni, anche la danza ha bisogno di tempo e dedizione, sacrifici e determinazione, inoltre, la danza classica richiede una severa disciplina e rigide regole da rispettare e, anche se questo a Carla non mancava, nei primi tempi, provò molta difficoltà ad adeguarsi in una circostanza per lei totalmente nuova e soffocante: Carla era solita danzare, correre e giocare negli spazi aperti come in campagna da sua nonna e, quindi, sentiva di dover fare grande sforzo per ambientarsi in un posto chiuso senza sentire nostalgia della libertà.

Per trovare continui stimoli, incoraggiamenti e riuscire a sentirsi ugualmente a suo agio quando danzava, Carla, pensava ai momenti trascorsi con sua nonna in campagna, momenti in cui si sentiva libera come una libellula: la libellula è stata per lei il simbolo che l’ha accompagnata durante tutta la sua carriera da ballerina, perché era per lei l’emblema della leggerezza, e questi pensieri gioiosi e positivi l’hanno sostenuta nei momenti di sconforto e aiutata a risollevarsi ogni volta che crollava sia psicologicamente che fisicamente.

Un altro pilastro della sua vita, soprattutto durante la sua carriera, per Carla è stata Margot Fonteyn, sua compagna di danza nonché migliore amica.

Margot riuscì a far sentire Carla a proprio agio, ponendole un differente punto di vista nei confronti di quella disciplina tanto severa che la Fracci spesso non riusciva a reggere: la danza le avrebbe portate lontano, magari insieme, e le avrebbe fatto viaggiare, sognare, appassionare e vivere davvero, e a queste parole, Carla, si strinse forte per tutta la vita. Margot regalò a Carla una spilla d’oro a forma di libellula che quest’ultima avrebbe portato sempre con sé, come una sorta di portafortuna.

Carla aveva una forte passione per la danza classica e stava finalmente credendo fortemente nelle sue doti, e oramai il suo talento stava diventando evidente agli occhi di tutti: dopo soli due anni di studio alla Scala, la Fracci, divenne danzatrice solista (prima ballerina). Si diplomò nel 1954 e fu il giorno più emozionante della sua vita insieme al giorno del suo matrimonio: la mitica danzatrice italiana trovò tempo anche per la sfera amorosa, sposò il regista Beppe Menegatti nel 1964 e nel 1969 diede alla luce il figlio Francesco. Beppe, da quel momento in poi, gestì la regia delle creazioni interpretate da Carla.

Il London Festival Ballet, il Sadler’s Welles Ballet (ora Royal Ballet), il Balletto di Stoccarda e il Balletto reale svedese furono le compagnie con le quali la Fracci danzò tra la fine degli Anni Cinquanta e gli Anni Settanta.

Il cavallo di battaglia della Fracci era Giselle, a lei seguirono tante altre interpretazioni di ruoli drammatici e romantici come La Sylphide, Romeo e Giulietta, Coppélia, Francesca da Rimini, Medea.

La sua strada era spianata e la Fracci non poteva che godersi tutto quel successo che cresceva di giorno in giorno; Carla danzò con diversi noti ballerini come il grande Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Alexander Goduov, Gheorghe lancu, Marinel Stefanescu, e con il mitico Roberto Bolle.

La Fracci iniziò a comparire anche nelle serie televisive come quella dello sceneggiato Rai, diretto da Renato Castellani nel 1982. Mentre, alla fine degli Anni ‘80, la regina della danza diresse il corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli.

Dal 1996 al 1997 diresse il corpo di ballo dell’arena di Verona. Interpretò anche ruoli nei programmi: Il pomeriggio di fauno, Onegin, La vita di Maria, A.M.W., La bambola di Kokoschka. Furono innumerevoli le sue interpretazioni nel corso di quegli anni e tutti ruoli principali. Donna forte, caparbia e temeraria era diventata la Fracci, tanto da riuscire a coprire diversi ruoli nel corso della sua vita: dal 1994 fu membro dell’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1995 fu presidente dell’associazione ambientalista Altritalia Ambiente. Ancora, nel 2004 fu nominata Ambasciatrice di buona volontà della FAO. Anche lo Zecchino d’Oro la invitò nel 1997 come ospite alla serata finale della 40esima edizione.

Per ben 10 lunghi anni diresse il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, dal 2000 al 2010. Nel 2008 fece parte dell’album “Studentessi”, con il gruppo rock “Elio e le storie tese”. Anche non più in giovane età la suprema della danza continuava a praticare le sue passioni: dicembre 2013 pubblicò la sua prima autobiografia con Arnoldo Mondadori Editore, intitolata “Passo dopo Passo” a cura di Enrico Rotelli.

Nel giugno del 2009 fino al 2014 è stata Assessore alla Cultura della Provincia di Firenze. Nel 2015 è stata ambasciatrice di Expo. Carla Fracci è morta il 27 maggio del 2021 a 84 anni. La determinazione e l’audacia della Fracci, icona nel mondo della danza classica, sarà di grande insegnamento per chiunque abbia un sogno da realizzare.

Alessandra Federico

Non sei il tuo senso di colpa. Riflessioni contro il mito della “supermamma”

Una madre perfetta è: sorridente, organizzata, ben vestita, in carriera, attenta all’ecologia e alla cucina sana. Quanto i social media hanno contribuito all’edificazione di quest’immagine?

La costruzione dell’immaginario femminile viene da lontano, si pensi alle pubblicità degli anni ‘50 e alle rappresentazioni cinematografiche con protagoniste donne sorridenti e figli sorridenti, con il grembiulino e i capelli all’ultima moda intente a preparare la cena per il marito e i figli.

Negli ultimi decenni si sono aggiunti i social media, che hanno cambiato il linguaggio e che hanno permesso alla quotidianità di divenire modello. Da iniziale spazio di evasione stanno rischiando di trasformarsi in spazio di frustrazione. È difficile confrontarsi con i modelli che si trovano scorrendo i propri feed, spesso si incappa in modelli materni che appaiono perfetti: corpi perfetti a poche settimane dal parto, madri aggiornate su tutte le più recenti linee guide (alimentazione, sicurezza, ecologia, etc.) e pronte a metterle in pratica nella vita di tutti i giorni, tavoli ricchi di proposte educative stimolanti per i figli, famiglie sempre in viaggio o impegnate in gite fuoriporta super accattivanti, etc. Tale confronto sicuramente rischia di condurre tante madri, alle prese con le difficoltà della vita di tutti i giorni, verso un profondo senso di frustrazione, di colpa e di inadeguatezza. Ma credo che sia importante riportare l’attenzione sul verbo “apparire”: ciò che viene proposto è un montaggio di momenti felici della giornata, si ha la percezione che le stories caricate siano tutto il vissuto, ma non è così! Tutte le famiglie attraversano momenti di difficoltà, momenti di frustrazione e devono fare i conti con i litigi con i propri figli… solo che si sceglie di non mostrare questo pezzo di realtà e ciò è dannoso, perché sembra non esistere.

Preoccupazione, tristezza, frustrazione, senso di colpa, paura e rabbia: per quali ragioni l’immaginario collettivo non riesce a contemplare che la nascita di un bambino e la nascita come madre non portano solo emozioni di felicità? 

A parer mio ci sono molteplici risposte a questa domanda: da una parte, si tema che l’associare la maternità a sentimenti contrastanti (come paure, delusioni, incertezze e molto spesso anche rabbia) possa spaventare e porterebbe così le donne a non scegliere questo percorso tanto difficile sia fisicamente che emotivamente. Dall’altra, una madre arrabbiata o triste spaventa in quanto sembra arrabbiata o triste verso il proprio figlio, verso quella creaturina per cui dovrebbe provare solo amore incondizionato. Ma dar spazio a questa differente narrazione permetterebbe di capire quanto il problema non sia nel rapporto madri-figli, quanto in quello madri-società. E ammettere che esse si trovino in difficoltà nel condurre il proprio ruolo a causa di una società che non le sostiene, ma che le mette costantemente sotto pressione, ci farebbe capire quanto il modello di vita proposto sia sbagliato e nocivo.

Elisabetta Franchi ha recentemente asserito che non assume in ruoli dirigenziali donne prima degli “anta”, “perché se poi rimangono incinte è un casino”.

Non trova che abbia dato voce ad un pensiero che è di molti, donne comprese? Come si scardina un’opinione così vetusta?

Purtroppo, ancora oggi, nel 2022, una donna che si assenta dal luogo di lavoro per maternità viene vista come una lavoratrice che porta un danno all’azienda di cui è parte.

Storicamente ci è stato insegnato che la donna è più utile all’interno delle mura domestiche e che essere madri sia una condizione che va a discapito della carriera, perché bisogna sacrificare un pezzettino di noi stesse e scegliere se avere figli felici o soddisfazioni lavorative.

Il cambio di mentalità potrà avvenire quando si riconoscerà che avere madri felici e appagate porti ad avere anche nuove generazioni più serene. Nel momento in cui un bambino riconosce i traguardi raggiunti dai propri genitori e ne condivide i successi sarà parte di una famiglia felice e potrà così essere un adulto propositivo. Infatti, il pensiero che la propria madre abbia dovuto dedicarsi alla prole in toto rinunciando a soddisfare le proprie aspirazioni non è sano nemmeno per i figli, conduce a nuovi sentimenti di colpa irrisolti.

Inoltre, una donna quando diventa madre sviluppa e affina molte capacità che saranno una risorsa preziosa anche sul luogo di lavoro, quali: il problem solving, l’essere multitasking, la capacità di rimanere lucida anche in un momento di crisi e di forte stress, l’apertura al dialogo e all’ascolto, il miglior utilizzo del tempo e così via.

Martina Borsato lo ha mostra nel suo contributo “Un’altra storia”: essere più “cose”, rivestire più ruoli nella vita non è un handicap, ma una risorsa che ci permette di migliorarci in molteplici direzioni, anche in quella lavorativa.

Molti reputano che la maternità comporti una diminuzione delle facoltà intellettive e lavorative della donna. Qual è la sua idea in merito?

Nonostante ci siano ricerche scientifiche che dimostrano quanto il cervello di una neomamma “perda pezzi” per potersi allineare ed empatizzare con più facilità con quello del proprio bambino, sono estremamente convinta, come spiegavo nella risposta precedente, che di rimando ci siano capacità che nascono e che si sviluppano e che sono risorse estremamente preziose per la famiglia, per il lavoro e per la società in generale.

Inoltre, credo che troppo spesso le donne vengano catalogate come inferiori quando poi spetta a loro l’arduo compito di accudire e crescere le nuove generazioni, ovvero gli adulti di domani.

Il libro raccoglie i contributi di diverse professioniste (alcune madri, altre no) su diversi aspetti della maternità, dalla sociologia alla sostenibilità, dal baby wearing alla pedagogia. C’è un filo rosso che le inanella?

Il filo rosso che collega i diversi saggi presenti nel volume è la volontà condivisa di far spazio a un’altra narrazione materna, diversa da quella mainstream con cui ognuna di noi ha dovuto fare i conti nel proprio privato e nella quale abbiamo fatto fatica a riconoscerci. L’esperienza della maternità è talmente personale che non dovrebbe essere racchiusa in stereotipi, ma dovrebbe tener conto delle diversità di ciascun individuo (madre o padre che sia) che la affronta.

Il senso di colpa di cui parliamo è quello causato dal non riuscire o dal non volere o ancora dal non potere soddisfare gli standard che ci sono stati proposti e che ci hanno fatto sentire sbagliate, mancanti, frustrate.

Il nostro è un racconto corale al femminile, che parte dalla nostra esperienza in quanto donne, madri e professioniste, che vuole proporre una differente visione e una narrazione autentica lontana da falsi miti. Speriamo, così, di creare momenti di condivisione e confronto per permettere a tante altre di riuscire a nominare le proprie emozioni negative, di fare i conti con la propria situazione, di chiedere aiuto quando serve e di smettere di sentirsi sbagliate solo perché è la società a farcelo credere.

 

Alice Brioschi è laureata in Cultura e storia del sistema editoriale, ha lavorato per anni come organizzatrice di eventi culturali per poi approdare in una casa editrice indipendente.

Oggi gestisce una libreria a Milano. È specializzata nel settore degli albi illustrati e alla letteratura per l’infanzia.

Giuseppina Capone

 

Eliana Di Caro: Le Madri della Costituzione

Il 2 giugno del 1946 gli italiani scelsero la Repubblica e il 25 giugno si insediò l’Assemblea Costituente, composta da 556 membri. Quali sono le peculiarità della componente muliebre?

Sono 21 donne di diverse generazioni (la più anziana era Lina Merlin, nata nel 1887, la più giovane Teresa Mattei, nata nel 1921), di diversa estrazione sociale (alcune provenivano da famiglie borghesi – per esempio Elsa Conci, la stessa Mattei, Maria de Unterrichter – e altre da un contesto molto umile, come Teresa Noce, Adele Bei, Filomena Delli Castelli), di diverso colore politico: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, un’eletta nel Fronte dell’Uomo Qualunque. Eppure, nonostante le differenze, furono capaci di fare sintesi nel nome del bene comune.

Lei ha affermato: “Senza le loro battaglie, diversi articoli della Costituzione, compresi i principi fondamentali, non sarebbero gli stessi”. Ventuno donne pressoché dimenticate dai più. Penso a Teresa Mattei. Un’avanguardia modesta, solo il 3,7 per cento. Quale fu il loro contributo nella modernizzazione dell’Italia?

Fu un contributo fondamentale, perché lottarono per il principio di parità sancito dall’articolo 3 e dagli altri articoli della Costituzione che riguardano la famiglia e il lavoro: senza il loro apporto, il loro “sguardo”, probabilmente non si sarebbe arrivati a un risultato che migliorava non solo la condizione della donna ma dell’intera società.

I Costituenti furono filosofi, giuristi, personalità della cultura e della vita politica antecedente il fascismo. Quali ostacoli dovettero saltare le 21 Costituenti rispetto al rapporto con la componente maschile? In fondo, Giovanni Leone aveva asserito: “La femminilità e la sensibilità sono antitetiche alla razionalità”.

Va ricordato che la donna, al tempo, era in una condizione di subalternità totale, non aveva alcuna voce nello spazio pubblico ma neanche all’interno della famiglia (vigevano la potestà maritale e la patria potestà, l’adulterio femminile era sanzionato, a differenza di quello maschile, ecc.). Nonostante questo humus culturale e sociale (o forse proprio per questo!) le ventuno elette, reduci dalla determinante conquista del diritto al voto, seppero far valere le loro ragioni. E anche laddove persero le loro battaglie, come accadde per l’accesso delle donne al concorso in magistratura (che fu consentito solo con la legge del 1963), aprirono una strada.

Le Madri della Costituzione, scattando una fotografia di gruppo, sono davvero differenti tra loro: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste ed una proveniente dalle file dell’Uomo Qualunque. Diverse quanto a formazione politico-ideologica ma tutte antifasciste e resistenti. Ebbene, riuscirono a tessere una relazione efficace?

Come accennato prima, sì, perché avevano chiaro il loro obiettivo e agirono unite per conquistarlo. Certamente la comune lotta antifascista, la spinta alla costruzione della democrazia e alla rinascita del Paese cementò la loro azione all’Assemblea Costituente.

Quale fu la loro sorte a lavori terminati e conclusi?

Alcune proseguirono il loro percorso in Parlamento, nelle successive legislature (Nilde Iotti è stata la prima presidente della Camera dei deputati, nel 1979), diverse diventarono sindache, altre invece furono emarginate dai loro stessi partiti. Nel tempo, quasi tutte loro sono state dimenticate, nonostante la loro lezione e il segno che hanno lasciato nella Carta. Per questo, nel mio piccolo, ho voluto dare un contributo di conoscenza con Le Madri della Costituzione, anche andando alla ricerca dei discendenti, di cui ho riportato le testimonianze.

 

Eliana Di Caro è giornalista al Sole 24 Ore dal 2000: dopo aver lavorato al mensile Ventiquattro e alla redazione Esteri del quotidiano, dal 2012 è al supplemento della Cultura “Domenica”, nel ruolo di vice caposervizio e curatrice delle sezioni di Storia ed Economia e società. È tra le autrici di Donne della Repubblica (il Mulino, 2016), Basilicata d’autore (Manni, 2017), Donne nel 68 (il Mulino, 2018), Donne al futuro (il Mulino, 2021). Ha pubblicato Andare per Matera e la Basilicata (il Mulino, 2019) e Le vittoriose (Il Sole 24 Ore, 2020). Scrive dei temi legati alle donne – dei loro diritti e dell’emancipazione femminile – e della terra lucana. Appassionata di tennis, ogni tanto recensisce qualche libro sull’argomento.

Giuseppina Capone

“Napoli è” partecipa alla Race for the Cure

L’Associazione Culturale Napoli è, nata nel 1994, dall’idea di un gruppo di giornalisti, professionisti, esperti e operatori culturali napoletani, che opera in Campania e sul territorio nazionale, anche quest’anno partecipa con una sua squadra alla Race for the Cure organizzata da Komen Italia che dal 20 al 22 maggio è presente a Napoli in piazza del Plebiscito con il Villaggio della Salute per sostenere le “donne in rosa”.

La sensibilizzazione alla lotta contro i tumori al seno, ritiene l’Associazione, è importante per la prevenzione e per la salute delle donne.

La scomparsa di Catherine Spaak ha lasciato un vuoto nel mondo del cinema e della tv

Il cinema italiano e la tv hanno19 perso una delle sue brillanti stelle: Catherine Spaak è morta lo scorso diciassette aprile a settantasette anni, era nata a Boulogne- Billancourt (Francia) il 3 aprile del 1945. Figlia di madre attrice, Claudie Clèves, e padre sceneggiatore cinematografico, Charles Spaak, anche sua sorella Agnès è stata un’attrice prima di diventare fotografa. Sua zia, invece, era Suzanne Spaak (partigiana belga, salvò centinaia di ebrei durante l’olocausto). Ancora, lo zio Paul-Henri ricoprì il ruolo di primo ministro del Belgio.

Bella, affascinante e temeraria, la Spaak iniziò molto presto ad intraprendere la strada del cinema; a soli quattordici anni recitò una piccola parte nel film “Il buco” di Jacques Becker. Nel 1960, in Italia, debuttò con “Dolci inganni” di Alberto Lattuada. E fu proprio grazie al ruolo da adolescente spregiudicata che interpretò nel film di Lattuada, la carriera da attrice per Catherine fu rapida e in ascesa, di fatti, sempre nelle vesti di adolescente spregiudicata, nella prima metà degli Anni ‘60,  apparve in diversi film: “Diciottenni al sole”, “La noia”, “La parmigiana”, “Il sorpasso”, “La calda vita”, “La voglia matta”, “La bugiarda”.

Nel 1964 vennero pubblicati i suoi primi 45 giri in seguito ad un contratto offerto dalla casa discografica italiana “Dischi Ricordi”. In poco tempo diventarono successi da Hit parade. Da li a poco riuscì a diventare una presenza ricorrente nella commedia all’italiana e a continuò a lavorare con i più celebri registi e autori e, nel 1964, le venne attribuita la Targa d’oro ai David di Donatello. Nel musical televisivo tratto dall’omonima operetta, la Spaak interpretò nel 1968 la “Vedova allegra” per la regia di Antonello Falqui, mentre nel 1978-79, interpretò il ruolo di Rossana nella commedia musicale “Cyrano” di Domenico Modugno e Riccardo Pazzaglia con la regia di Daniele D’Anza.

La star del cinema italiano, dal 1970, ha anche collaborato per alcune testate giornalistiche come Amica, il Corriere della sera,  TV Sorrisi e Canzoni, Il Mattino, Marie Claire. Ma il suo curriculum nel mondo dello spettacolo si arricchì della presenza televisiva: condusse, per tre edizioni di fila, dal 1985 al 1988 “Forum” all’interno di “Buona Domenica”. La stima del pubblico nei confronti della Spaak era ormai arrivata all’apice, soprattutto come autrice e conduttrice di talk show.

Nella vita privata, Catherine è stata sposata 4 volte; il suo primo amore nacque sul set del film “La voglia matta” dove incontrò,  per la prima volta, Fabrizio Capucci negli anni sessanta. I due attori si innamorarono e si sposarono e poco tempo dopo diedero alla luce Sabrina, la quale è diventata  attrice di teatro, mentre Gabriele è il secondo figlio della Spaak nato dal matrimonio con Johnny Dorelli (1972 – 1979).  Dopo la fine del suo secondo matrimonio è stata sentimentalmente legata all’attore italiano Paolo Malco. Con l’architetto Daniel Rey è stata sposata dal 1993 al 2010, e con Vladimiro Tuselli dal 2013 al 2020.

Alessandra Federico

Alla FoCS giornate formative ed informative sulla violenza di genere

Nell’ambito delle iniziative per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne l’11 e il 25 novembre, nella Sala “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus (FoCS), si sono tenuti due incontri sul tema della violenza di genere rispettivamente sulle relazioni abusanti e sulla pubblicità sessista.

Nel primo incontro organizzato dalla FoCS il focus è stato centrato sulle possibili forme di relazione che si strutturano tra la persona violenta e quella oggetto della violenza; troppo spesso si cercano semplificazioni che non sono corrispondenti se non ad una parte molto esigua della realtà: come quella, ad esempio, in cui c’è una donna che vuole lasciarsi alle spalle una relazione che sente finita e un uomo che non accetta la fine del rapporto e reagisce in modo più o meno aggressivo. Nella realtà le forme di violenza e di prevaricazione sono molteplici e non si manifestano purtroppo solo con l’aggressione fisica; se la violenza espressa con le percosse è grave e può nella sua forma più estrema esitare nella deturpazione del corpo o nel femminicidio, la violenza psicologica (stalking, revenge porn, gaslighting) non è meno grave e può comportare conseguenze molto gravi sia in termini di disturbi mentali che di condotte suicidarie. La legge c.d. “Codice Rosso”, entrata in vigore il 9 agosto 2019, è un provvedimento volto a rafforzare la tutela delle vittime dei reati di violenza domestica e di genere, inasprendone la repressione tramite interventi sul Codice Penale e sul Codice di Procedura Penale.

Nel secondo incontro, il 25 novembre, sono state proiettate delle immagini relative alla figura e alla narrazione della donna nell’arte: dalla rappresentazione della donna associata alla fecondità come la Venere di Willendorf attraverso le madonne del Medioevo e all’esaltazione della bellezza femminile del rinascimento fino al femminino “pericoloso” di Munch o di Klimt del Novecento, la figura della donna è incasellata in ruoli predefiniti precisi. La parte relativa all’immagine della donna nella pubblicità dagli anni ‘50 ad oggi, è stato un momento forte: dalle immagini di donne casalinghe circondate da elettrodomestici, tipica delle pubblicità di 70/60 anni fa, i “creativi” sono passati ad un uso sempre più esplicito del corpo femminile, denudato e parcellizzato per vendere prodotti, fino alle immagini scioccanti di donne stuprate in gruppo o assassinate per reclamizzare uno strofinaccio che “cancella ogni traccia”. Il 4 novembre 2021 il Senato ha approvato la legge che finalmente vieta “sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi …”. Ora si tratta di applicarla.

Assunta Landri

Sara Jessica Parker: “pelle flaccida” critiche e insulti per il suo aspetto 

29“Sembra che le persone non vogliano vederci a posto con noi stesse, preferiscono che soffriamo un po’ per quello che siamo oggi, sia che decidiamo di invecchiare in maniera naturale o che proviamo a fare qualcosa per sentirci meglio. Sono come sono. Non ho scelta. Cosa ci posso fare? Smettere di invecchiare? Scomparire?”.

Si difende così, in una pagina Vogue dedicata interamente  a lei, Sara Jessica Parker, (attrice famosa di sex and city)  contro le offese spietate sui social da parte di altre donne: “Troppo vecchia”, “un frutto avvizzito”, “pelle flaccida”. Tanti sono stati i perfidi commenti alle foto della Parker in cui mostra qualche ruga e qualche capello bianco: “sei invecchiata male, dovresti ritirarti”.

Ma per quale motivo alcune donne giudicano altre donne per l’aspetto estetico?

Probabilmente, la difficoltà nell’abolire la mentalità maschilista, sta proprio nella forma mentis sbagliata della  donna stessa; finché sarà anche la donna a credere che ci siano dei ruoli da rispettare a seconda del sesso della persona (è compito dell’uomo pagare in qualunque occasione, l’uomo guida l’automobile, la donna porta la spesa e si occupa delle faccende domestiche, insomma, per alcune tutto ciò è sinonimo di gentiluomo) sarà complicato uscire da questo modo di pensare rigido e retrogrado. In poche parole, purtroppo e spesso, è proprio la donna ad utilizzare stereotipi propri della cultura maschilista soprattutto quando insulta un’altra donna proprio come farebbe un uomo. E forse, tale atteggiamento, condurrà sempre l’uomo a comportarsi da padre padrone e non avrà mai l’opportunità di evolversi in una visione della vita più ampia in cui potrebbe riuscire a convincersi che siamo tutti uguali. Eppure la galanteria è sinonimo di gentilezza, cortesia, premura e non di prevaricazione e prepotenza. Se è vero che la donna è riuscita ad evolversi, a ribellarsi, e a capire che però deve ancora continuare a lottare per ottenere ogni diritto che le spetta,  allora sarà anche in grado di comprendere qual è il modo opportuno per farlo; diffamare altre donne non è di certo la strada giusta. Ci sarebbe una grande svolta se ogni donna mandasse un messaggio istruttivo proprio come quello della Parker: “siamo come siamo, e la donna deve accettarsi per com’è e non essere schiava della chirurgia plastica e dei Botox come la maggior parte delle donne”. Il messaggio della star arriva chiaro e diretto: le donne devono imparare ad accettare sé stesse al contrario di chi le vorrebbe tutte uguali cercando solo di abbassare la loro autostima.

“Ci sono così tante chiacchiere misogine intorno a noi, e pensare che su un uomo non sarebbero mai state fatte” –  afferma l’attrice – tuttavia, la frase “ l’uomo invecchia meglio della donna”  non può che essere stata inventata da una donna. Forse una donna in conflitto con altre?

Ma intendiamoci meglio: forse la donna è in cerca di continua approvazione dell’uomo, e chissà se è addirittura rassegnata al fatto che, così facendo, diventa l’oggetto di quest’ultimo. Forse è  questo che la porta addirittura anche a rischiare la vita con chirurgie plastiche pur di piacergli. Se così fosse diventa semplice captare da cosa deriva tutto questo astio tra donne. Ragion per cui alcuni quesiti saltano facilmente alla nostra mente: chissà che vita conducono, che passato hanno avuto e che tipo di uomo hanno accanto coloro che passano il loro tempo a sminuire le altre, quelle che disprezzano altre donne per l’aspetto estetico. Ci piacerebbe saperlo, sarebbe interessante per tutti.

 Alessandra Federico

 

 

L’immagine della donna nella pubblicità e nell’arte: stereotipi di genere e sessismo

Giovedì 25 novembre 2021 alle ore 10.30, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, presso la Sala “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus (FoCS), in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3 – Napoli, si terrà l’incontro di informazione e formazione  dal titolo “L’immagine della donna nella pubblicità e nell’arte: stereotipi di genere e sessismo”.

L’iniziativa è promossa dallo Sportello “FocsAscolto” operativo dal 2019 e attivo online durante la pandemia e dallo “Spazio Donne a confronto” della FoCS.

“L’incontro – evidenzia Antonio Lanzaro, presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – raccoglie e rilancia le istanze emerse dal lavoro che lo Sportello ‘FocsAscolto’ e lo ‘Spazio Donne a confronto’ hanno portato avanti nel corso delle loro attività sulle varie forme in cui si concretizza la violenza sulle donne”.

Un momento di riflessione, dunque, su come la rappresentazione del femminile veicoli messaggi discriminatori e spesso mercificatori lesivi della dignità della donna.

Dopo i saluti del presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus prof. Antonio Lanzaro e dell’arch. Giovanna Farina, già presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2 – Comune di Napoli, interverranno la dott.ssa Bianca Desideri, giornalista, giurista, direttore del “Centro Studi Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; l’arch. Laura Bourellis, esperta di Beni Culturali, consigliera della FoCS; la dott.ssa Assunta Landri, psicologa-psicoterapeuta, consulente della Procura presso il Tribunale di Napoli, Sportello d’ascolto psicologico ”FocsAscolto”; la dott.ssa Barbara Guercia, esperta in scienze e tecniche psicologiche alla persona e alle comunità. Modera l’incontro A.S. Matilde Colombrino.

 

Loredana Bertè e i tabù della sua vita privata

In un’intervista Loredana Bertè ha parlato di sé, della sua carriera da cantante,  del motivo per cui non ha mai avuto figli facendo rivelazioni sul comportamento dei genitori ed esprimendo  le sue perplessità sulla morte della sorella Mimì.

Loredana Carmela Rosaria Bertè ha rivelato il motivo per il quale non ha mai avuto figli e quanto la questione le porti ancora oggi tanto strazio, angoscia e  rimpianto; dopo la fine del primo matrimonio con il miliardario Roberto Berger, Loredana, avrebbe tanto desiderato avere una famiglia con l’ex tennista svedese Björn Borg con il quale è stata sposata dal 1989 al 1993. Borg avrebbe voluto dei bambini ma il suo più grande sogno era quello di mettere al mondo un figlio dal sangue svedese al 100%. Tutto questo ha condotto la coppia alla rottura definitiva recando, inevitabilmente, un profondo dispiacere a Loredana oramai non più, da quel momento in poi, intenzionata né speranzosa di poter concretizzare uno dei suoi più grandi sogni come quello di diventare mamma.

Intraprendente, forte e temeraria, Loredana non si è mai persa d’animo, non si è lasciata sconfiggere  dalle avversità della vita e dalle meschinità subite, ma ha sempre combattuto per ottenere ciò che desiderava: “Non so se non avessi avuto la fortuna che ho avuto, cosa avrei fatto. Chi può saperlo? Mi sarebbe piaciuto, per esempio, fare l’archeologa o l’architetto” – afferma la star durante l’intervista.

Amata in Italia come in tutto il mondo, ad oggi settantunenne, la raggiante Bertè ha una lunga carriera musicale alle spalle: ha pubblicato diciassette album in studio, cinque dal vivo, 2EP e 4 raccolte ufficiali con un totale di 7 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. La Bertè è, inoltre, nota come showgirl, cantautrice e attrice. E ancora, ha collaborato con alcuni migliori artisti e produttori italiani come Mario Lavezzi, Pino Daniele, Corrado Rustici, Fiorella Mannoia, Luca Chiaravalli, Alberto Radius e Ivano Fossati; mentre alcuni dei più stimati cantautori italiani come Renato Zero, Edoardo Bennato, Biagio Antonacci, Gaetano Curreri, Luciano Ligabue, Mango, Ron, Enrico Ruggeri,  Ivan Graziani, Gianni Bell, Bruno Lauzi, Mariella Nava, hanno scritto per lei brani meravigliosi. Ma non finisce qui perché la stella della musica italiana ha vinto perfino numerosi premi: uno assegnato da Lunezia Rock e due RTL Power Hits Awards, cinque da Vota la voce, uno da Un disco per l’estate, tre Wind Music Awards e uno dal Festivalbar.

L’infanzia di Loredana

Loredana è Nata a Bagnara in Calabria il 20 settembre del 1950. Figlia di madre e padre insegnanti (la madre Maria Salvina era maestra elementare e il padre Giuseppe Radames Bertè era professore di latino e greco e preside di liceo), Loredana era la terza di quattro bambine: Mia (20 settembre 1947); Leda (1 gennaio 1946); Olivia (28 gennaio 1958) nate tutte nel paese natale dei genitori ma trasferitesi, poi, assieme all’intero nucleo familiare a Porto Recanati e in fine ad Ancona. Apparentemente amorevole la famiglia Bertè, secondo il suo racconto, celava tanta sofferenza: poco tempo dopo la morte di sua sorella Mia (12 maggio 1995), Loredana, per la prima volta e attraverso le pagine del settimanale Oggi, ha raccontato la verità sulla situazione reale all’interno del nucleo familiare: padre violento e madre assente, genitori manchevoli d’amore, che non manifestavano alcun segno d’affetto alle proprie figlie ma erano solo intenti nell’insegnare loro una severa educazione. In un’intervista nel 2009, Loredana aveva sostenuto che la fonte dei problemi psicologici di Mimì era la sua famiglia: il comportamento violento dei genitori le avevano causato forti traumi che col tempo l’avrebbero condotta alla morte.

Non possiamo non dedicare anche poche parole alla mitica Mia Martini, una delle voci più penetranti, profonde, intense e allo stesso tempo commoventi della musica italiana,  venuta  a mancare, purtroppo, a soli quarantotto anni. Mia sarà ricordata per sempre per la sua appassionante voce capace di far emozionare il mondo intero.

Alessandra Federico

Al Consiglio Regionale della Campania incontro sulle “buone prassi” anti-violenza

“Un confronto sulle buone prassi anti-violenza”: è il tema dell’iniziativa che si tiene oggi mercoledì 29 settembre 2021 alle ore 10,00 nella sala “Caduti di Nassiriya” al ventunesimo piano della sede del Consiglio Regionale della Campania, al Centro Direzionale di Napoli isola F13.

Si discuterà, tra l’altro, del referto psicologico e delle buone prassi sanitarie della Regione Campania sulla violenza contro le donne, di ampliamento della formazione e della costruzione della rete dell’emergenza. Introdurranno i lavori il Presidente del Consiglio Regionale della Campania, Gennaro Oliviero, la Consigliera delegata alle Pari Opportunità, Rosetta D’Amelio, la Presidente della VI Commissione consiliare permanente, Bruna Fiola. Interverranno la Responsabile del Centro “Dafne” dell’Azienda Ospedaliera “Antonio Cardarelli”, Elvira Reale, il Responsabile del Pronto Soccorso dell’ospedale C.T.O. dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Mario Guarino, il Giudice della I Sezione Civile del Tribunale di Napoli, Valeria Rosetti, il Procuratore aggiunto della IV Sezione Violenza di genere e fasce deboli del Tribunale di Napoli, Raffaello Falcone, la Dirigente della Divisione Anticrimine della Questura di Napoli, Nunzia Brancati, la Responsabile del Centro anti violenza “Aurora” di Napoli, Rosa Di Matteo. Modererà la dirigente dell’Asl Napoli 1 Centro, Antonella Bozzaotra.

1 2 3 4 5 7
seers cmp badge