Social Emotional Learning: l’apprendimento socio-emotivo per i bambini

L’apprendimento socio-emotivo per i bambini comporta l’acquisizione della conoscenza delle persone e di sé stessi, delle proprie emozioni, dei propri pensieri e punti di vista, insegna ad agire in modo responsabile e a prendersi cura degli altri.

L’apprendimento socio-emotivo per un bambino inizia (soprattutto) durante le attività scolastiche che svolge assieme ai compagni e alle maestre (la scuola è il posto di formazione e crescita).

Queste attività, oltre a sviluppare il loro lato creativo, si intrecciano in un complesso funzionamento cognitivo e socio- emotivo;  mettono sullo stesso piano l’aspetto emozionale e quello cognitivo lavorando sulla loro consapevolezza e autoregolazione emotiva in modo da  identificare, regolare e controllare le loro emozioni. Ancora, imparano a lavorare sulla loro consapevolezza sociale: provano empatia, rispetto per gli altri e imparano a valorizzare le diversità.

I sentimenti hanno forti influenze sui processi cognitivi e, di conseguenza, non c’è alcun tipo di processo di apprendimento privo di emozioni. Difatti, l’obiettivo delle maestre-educatrici, durante queste tipologie di attività di gruppo, è quello di insegnare ai bambini a riconoscere le loro emozioni proprio grazie e durante  l’attività del giorno. Per i bambini molto piccoli, uno dei lavori che aiuta loro a conoscere e gestire i sentimenti è la tecnica di colorazione di gruppo: dipingere insieme un unico disegno abbrevia i tempi per il loro apprendimento socio emotivo; sviluppano le loro emozioni, lavorano sui loro sensi, imparano il rispetto verso il prossimo, provano empatia, iniziano a riconoscere le loro passioni. Sono numerosi i momenti in cui i bambini lavorano sul loro lato socio emotivo, grazie ad ogni attività differente che svolgono ogni giorno e un’altra di queste occasioni è durante le attività culinarie: i bambini non solo imparano a manipolare nuovi oggetti, nuovi utensili per cucinare, ma lavorano soprattutto sui loro sensi. Cucinare tutti insieme provoca in loro forte interesse e curiosità nel voler scoprire nuovi sapori. Questi sono solo alcuni dei metodi per far lavorare i bambini sulle loro emozioni ma c’è una forte esigenza e fretta nel voler far approcciare i giovani alla Social Emotional Learning per dare loro un futuro migliore.

Alesssandra Federico

Riccardo Ferrazzi: Premonizioni

a premonizione indica una sensazione nella quale un individuo paia percepire informazioni circa eventi futuri prima ancora che essi accadano.

Qual è la differenza con il déjà-vu?

Il dejà-vu è la sensazione di sentirsi “a casa propria” in un luogo dove si è sicuri di non essere mai stati, oppure di stare per ripetere qualcosa che ci è già accaduto, pur sapendo che non è mai successo. È un fenomeno ben noto, sulla genesi del quale sono state avanzate diverse ipotesi, per lo più di tipo psicologico (e non neurologico), che finora non hanno trovato conferma.

Invece la premonizione è una previsione di ciò che succederà, da parte di un medium, o indovino, o sibilla (ma anche da parte del soggetto stesso, e in questo caso si parla più spesso di “presentimento”). Generalmente il medium (con diverse modalità) dice di entrare in contatto con una realtà superiore che non è regolata dalla Ragione o dal Caso, ma dal Fato, e cioè dal Destino, che segue una logica sua, inaccessibile alla ragione.

Per questo motivo i medium fanno in modo di estraniarsi da ogni logica razionale. Per esempio, le sibille delfica e cumana vaticinavano immerse nei vapori allucinogeni emanati dalle pozzolane di Cuma o all’interno dell’antro oracolare di Delfi. Alla base della premonizione c’è l’abbandono della razionalità e la preferenza per il pensiero analogico.

Mediante sogni e visioni si crede di intravedere porzioni di futuro.

Un lettore, oggi, se leggesse che Giuseppe Garibaldi intraprese la spedizione dei Mille per averla vista in sogno, forse riterrebbe il fatto nulla più che una curiosità aneddotica.

Per quale ragione il mondo antico reputa che la premonizione sia una cosa serissima?

Gli antichi cercavano un principio capace di spiegare come mai alcuni avevano successo in ciò che intraprendevano e altri no. Rifiutavano di accettare l’idea (oggi trionfante) che il mondo evolva in conseguenza di eventi casuali. Erano convinti che le persone di successo fossero favorite dagli dei (o addirittura fossero in qualche modo divine!).

Per quanto ci possa apparire strana, è una convinzione che, sotto diverse forme, sopravvive anche oggi: i calvinisti ritengono che il successo in affari sia il segno della benevolenza divina; in piena epoca illuminista Manzoni chiamò Napoleone “uom fatale”; lo stesso Napoleone, illuminista e materialista, pretendeva che i suoi marescialli non fossero soltanto esperti e abili, ma soprattutto fortunati. In materia di presunta benevolenza divina per questo o quel personaggio, si possono citare infiniti esempi, alcuni davvero sorprendenti.

Alessandro Magno, Giulio Cesare, Mosè, Gesù ed, ancora, Costantino hanno avuto premonizioni.

Qual è il tratto che li accomuna?

Non direi che in materia di premonizioni questi personaggi abbiano avuto un approccio comune.

Su Alessandro Magno non abbiamo notizie che confermino una sua fede negli oracoli (anzi: è probabile che lui stesso ci credesse a metà) ma è certo che nel corso della sua breve esistenza non mancarono presagi e fatti apparentemente inspiegabili.

Tanto Giulio Cesare quanto Costantino credevano fermamente a una realtà ultraterrena che si manifestava in diverse forme (predizioni degli aruspici, sogni, fatti strani, ecc.). La prima carica politica nella carriera di Cesare fu quella di pontefice massimo della religione pagana. Costantino, nato pagano, liberò il cristianesimo dalle catacombe in seguito a una premonizione.

Non sappiamo se Mosé ritenesse di aver avuto delle premonizioni. Certo è che sfruttò abilmente la mentalità degli ebrei antichi per far accettare l’idea che la sua azione politica era voluta da Dio.

Gesù, oltre a diverse premonizioni, ebbe dolorosissimi presagi (si pensi per esempio alla sofferenza morale e fisica che patì nell’orto di Getsemani, quando “seppe” del destino che lo aspettava e lo accettò in obbedienza al Padre).

Il convincimento che il sogno precorra la realtà è durevole e pressoché universale. Solo la cultura razionalistica tende a derubricarlo a superstizione. Un caso sempre menzionato è “sognare” i numeri al lotto, con l’annessa “manualistica” legata all’interpretazione assai nota come “Smorfia napoletana”. Quindi, l’assunto è che nel sogno siano trasmesse informazioni attraverso una cifratura simbolica che necessita di spiegazione. E’ lo stesso assunto della “Traumdeutung” freudiana?

Da un punto di vista molto generale si può anche affermare che il sogno sia un messaggio cifrato. In effetti, il sogno non fa che “mettere in scena” qualcosa che è già presente nel sognatore. Più in generale, sembra ormai accertato che il contenuto dei sogni sia una metafora di avvenimenti accaduti, o – più frequentemente – di desideri o timori di avvenimenti possibili. Quindi, anche il sogno di Costantino (En touto nikà – In hoc signo vinces) è probabilmente da considerare come la prefigurazione di un evento desiderato.

Però la Traumdeutung ha, secondo Freud, una genesi essenzialmente sessuale (cosa che non credo si possa applicare alla smorfia – salvo per il numero 77 e forse qualche altro – ma neppure ai sogni che si riferiscono a eventi di là da venire).

Personalmente ciò che mi pare davvero notevole è che il sogno descrive sempre gli avvenimenti in forma di metafora: si direbbe che nelle premonizioni il pensiero analogico si prenda la rivincita sul predominio del pensiero logico.

Caldei, etruschi, greci e romani così come Nostradamus.

Quale intimo sentire spinge l’uomo a cercare nel sogno il futuro, certo che compito arduo sia sempre “distinguer nei sogni il falso dal vero”, così come canta Guccini ne “Il vecchio e il bambino”? 

Per l’affanno degli uomini a scrutare il futuro non ci può essere altra spiegazione che l’inquietudine, per non dire la paura, di vivere un’esistenza dominata dal caso. Se accettassimo l’impostazione della scienza contemporanea, secondo la quale il caso è l’unica “legge” che governa la realtà, la nostra esistenza non sarebbe altro che “timore e tremore”, come diceva Kierkegaard. Ma, come invece diceva Heidegger, l’uomo è “progettualità”. E quando si progetta qualcosa, si vorrebbe prevedere se avrà successo e a questo scopo ci si rivolge a tutte le “tecniche” conosciute.

È un dato di fatto che uomini d’affari, politici, re e regine consultano astrologhi o prendono parte a sedute spiritiche. Sono noti gli esempi di Ronald Reagan, di Breznev e di Romano Prodi (che partecipò alla seduta spiritica in cui fu indicato che Aldo Moro era prigioniero “a Gradoli”). Possiamo liquidare tutto questo come superstizione o ignoranza? Chissà. Quando si devono prendere decisioni importanti (per sé e per altri), è umano cercare di sentire tutte le campane.

Un fatto storico ben documentato avvenne nel luglio 1632, quando il cardinale Richelieu chiese all’astrologo Morin de Villefranche una previsione sul futuro del re Gustavo Adolfo di Svezia che, in quel momento, stava conducendo una campagna così vittoriosa da compromettere le iniziative diplomatiche francesi. L’astrologo previde che il re svedese non sarebbe sopravvissuto più di qualche mese. E in effetti Gustavo Adolfo morì in battaglia il 6 novembre di quello stesso anno.

Che dire? Se questo genere di previsioni si avverasse sempre, non si prenderebbe una decisione senza consultare l’astrologo. Ma è un fatto che ogni tanto le previsioni si avverano, e ci lasciano di stucco.

 

Riccardo Ferrazzi

Scrive romanzi e saggi; insieme a Marino Magliani traduce dallo spagnolo. In uscita presso l’editore Oligo ci sarà quest’anno anche una nuova traduzione di Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Nel 2000, insieme a Raul Montanari, pubblica due racconti in Il tempo, probabilmente (Literalia). Altrii cinque racconti compaiono in Il magazzino delle alghe (Eumeswil, 2010), antologia curata da Marino Magliani. Cipango! (Leone Editore) romanzo che mescola realtà e ipotesi sulla scoperta dell’America è del 2013; Liguria, Spagna e altre scritture nomadi (Pellegrini), viaggi e miscellanea, scritto a quattro mani con Marino Magliani, esce nel 2015; del 2016 è il saggio sul mito Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio (Fusta). Il romanzo N.B. Un teppista di successo (Arkadia – 2018) è una biografia romanzata del giovane Napoleone. Il Caravaggio scomparso (Golem Edizioni – 2021) è una parodia in forma di giallo. Premonizioni (Oligo – 2023) è un saggio sulle tecniche di previsione del futuro nell’antichità.

Giuseppina Capone

 

Mariangela Miceli: Il ragionevole dubbio sugli algoritmi in tribunale

Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?

La libertà di volere, la libertà di affermarsi che fonda e legittima il riconoscimento dell’essere umano quale essere senziente e che risponde ad impulsi emozionali. Non dimentichiamo che finché si resta nel campo delle prestazioni, forse, dico forse, l’IA potrà essere più efficiente dell’uomo.

Ma la commistione mondo reale nel mondo virtuale sta eliminando ciò che di fatto caratterizza l’uomo, ovvero: le prestazioni che mettono in gioco la persona e, segnatamente, il suo corpo, la sua libertà.

Visori, sensori, avatar. Molto viene offerto come un gioco divertente e coinvolgente. Perché mai i più non comprendono che quella che reputano la propria esperienza sensoriale, in realtà, non è più la “propria”?

Perché ciò che vivono è comunque reale, rientra in ciò che appaga i loro sensi e la loro mente. Probabilmente ricreando quella comfort zone nella quale si sentono al sicuro. Mettersi in gioco è difficile, non vi è alcun dubbio che rimanere dietro uno schermo o un avatar ammette l’esistenza di uno scudo virtuale che protegge dal mondo fuori che appare sempre più lontano da istanze sociali e immune dinnanzi alle emozioni. E’ il mondo delle performance, nel quale non è permesso arrivare terzi o quarti, figuriamoci ultimi. Se dietro ad un gioco divertente arriviamo per primi, avrò sconfitto il mondo lì fuori. Certo, il rischio, ormai concreto è di ritrovarsi con un’umanità che ha ormai ridotto l’uomo oggetto tra gli oggetti.

Lei ha dedicato un saggio alle connessioni pratiche ed etiche che le nuove tecnologie, innanzitutto l’intelligenza artificiale, cagionano in ambito processuale e giuridico. Quali sono i mutamenti più eclatanti in atto?

La giustizia penale rappresenta l’ultimo grande terreno di conquista dell’intelligenza artificiale. Non vi è dubbio che ormai, la stessa intelligenza artificiale sia diventata strumento di uso comune all’interno dei mezzi di ricerca di prova. Si può immaginare l’uso di intelligenza artificiale che possa coadiuvare i periti nominati dal giudice nella ricerca di prove e nell’assistere lo stesso nella decisione da assumere nel caso dell’accertamento della imputabilità di un imputato. L’accertamento in ordine all’imputabilità, per esempio,  è stato oggetto di approfondite analisi da parte di esperti in psichiatria e psicologia che hanno condotto a risultati interessanti.

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte è, pertanto, onere del decidente individuare l’elaborato peritale che sia contraddistinto dai caratteri di maggior completezza, accuratezza e conformità alla migliore e più recente letteratura scientifica nelle comunità di riferimento.

Le tecnologie riproducono in modo sempre più preciso le facoltà umane. Ebbene, pensa che sia possibile che in Tribunale a giudicare gli imputati vi sia un algoritmo e che si celebri “Il processo artificiale”?

In merito richiamo lo storico Caso Loomis nel quale una discussa sentenza del 2016 la Corte Suprema del Wisconsin si è pronunciata sull’appello del sig. Eric L. Loomis, la cui pena a sei anni di reclusione era stata comminata dal Tribunale circondariale di La Crosse. Nel determinare la pena, i giudici avevano tenuto conto dei risultati elaborati dal programma COMPAS (Correctional offender management profiling for alternative sanctions) di proprietà della società Northpointe (ora Equivant), secondo cui Loomis era da identificarsi quale soggetto ad alto rischio di recidiva. Ebbene lì ci si è trovati in un vero e proprio processo artificiale, nel quale è un algoritmo che ha deciso se vi fosse recidiva o meno. Vi è da precisare che il quel caso la Corte però ha individuato i limiti dell’uso del software: “1) la comminazione di misure alternative alla detenzione per gli individui a basso rischio di recidiva; 2) la valutazione della possibilità di controllare un criminale in modo sicuro all’interno della società, anche con l’affidamento in prova; 3) l’imposizione di termini e condizioni per la libertà vigilata, la supervisione e per le eventuali sanzioni alle violazioni delle regole previste dai regimi alternativi alla detenzione”.[ Supreme Court of Wisconsin, State of Wisconsin v. Eric L. Loomis, Case no. 2015AP157-CR, 5 April – 13 July 2016, in Giurisprudenza Penale]

All’IA manca il pensiero astratto e creativo (IA “forte”). Tenendo salda questa asserzione, può definire la “libertà”?

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Convenzione sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati di carattere personale (adottata a Strasburgo il 28 gennaio 1981 e resa esecutiva in Italia con l. 21 febbraio 1989 n. 98), affermano che il rispetto dei diritti fondamentali si realizza assicurando che l’elaborazione e l’attuazione di strumenti e servizi di intelligenza artificiale siano compatibili con i diritti fondamentali, menzionando esplicitamente quelli concernenti l’accesso al giudice ed all’ equo processo. Pertanto, la Libertà non può mai sfociare nel sacrificio dei diritti inviolabili e fondamentali.

Le “intelligenze artificiali forti”, in  grado di pensare in modo astratto, creativo, complesso e sentire, provare emozioni, sono traguardi (o fantasmi) non ancora effettivi.

Pur non dimeno, i continui progressi tecnologici, non possono rendere la vita degli individui solo come mezzo per raggiungere un fine o uno scopo. La corrente di pensiero contemporanea definita Postumano ha come obiettivo l’abolizione del confine tra l’essere biologico – dotato di coscienza e ragione – e la macchina.

Ma se da un lato sta riscuotendo molto successo, dall’altro ci rivela quanto pericoloso sia teorizzare l’evoluzione dell’uomo solo come un cyborg.

 

 

Mariangela Miceli

Avvocato, cultrice della materia in diritto processuale penale presso l’Università degli studi di Palermo. Membro dei Giuristi per le libertà dell’associazione Luca Coscioni e contributor per il blog Econopoly24 del Sole24ore.

Giuseppina Capone

 

 

 

 

 

 

 

Agrigento capitale della cultura 2025

Ben dieci le città candidate come “Capitale della Cultura per il 2025: Agrigento, Aosta, Assisi (Perugia), Asti, Bagnoregio (Viterbo), Monte Sant’Angelo (Foggia), Orvieto (Terni), Pescina (L’Aquila), Roccasecca (Frosinone) e Spoleto (Perugia).

A superare la selezione dell’iniziativa nata nel 2014  è stata Agrigento proclamata vincitrice nel corso della cerimonia che si è tenuta a Roma nella Sala Spadolini del ministero della Cultura (Mic).

Alla proclamazione erano presenti i Sindaci delle città candidate, il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il Presidente  della giuria Davide Maria Desario e i membri della Giuria Isabella Valente, Maria Luisa Catoni, Luisa Piacentini, Salvatore Adduce, Paolo Asti, Luca Brunese.

Il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ha dichiarato: “L’Italia è un super-potenza culturale, in questo la storia ci ha baciato, dandoci un unicum di diverse civiltà che si sono sedimentate sul nostro territorio”.  Non ha mancato di ricordare quello che è il “genio italico dell’impresa” e la “cultura dei territori” sottolineando “Venezia, Firenze, la mia Napoli, Roma Milano, ma è nelle città più piccole che troviamo l’autenticità profonda dell’essere italiani”.

Dal prossimo anno, ha annunciato il Ministro Sangiuliano, accanto alla Capitale della Cultura e alla Capitale del Libro, sarà istituita una Capitale dell’Arte Contemporanea.

Un momento importante in più per il nostro Paese che vedrà la possibilità per i Comuni di candidare la loro realtà territoriale ogni anno per ospitare opere di arte contemporanea.

L’iniziativa della Capitale della Cultura ha l’obiettivo generale “di sostenere, incoraggiare e valorizzare la capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione, la creatività, l’innovazione, la crescita, lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo”.

Una grande opportunità per la città vincitrice, in questo caso Agrigento, di valorizzare le proprie peculiarità e la propria storia nell’ottica indicata dall’articolo 2 del bando.

Antonio Desideri

L’importanza delle attività educative per i bambini

I bambini sono in continua ricerca di nuovi stimoli e nuove cose da scoprire e, infatti, sono in costante apprendimento e assimilano tutto ciò che gli viene spiegato con una rapidità sorprendente. Ed è proprio mentre crescono e imparano cose nuove che iniziano a sviluppare e riconoscere i loro sensi, soprattutto durante le attività scolastiche.

Le attività creative, musicali e culinarie, durante la fase infantile, sono di fondamentale importanza poiché sollecitano, appunto, i loro sensi: l’olfatto, l’udito, la vista, il tatto, il gusto. Di attività creative educative ce ne sono tante come ad esempio dipingere (imparare ad elaborare lavori creativi con i colori e con diverse tecniche), che fa emergere il loro lato inventivo; aiuta a comprendere loro quanti metodi esistono per dare sfogo alla fantasia.

Uno dei metodi spesso utilizzati dai più piccoli, soprattutto negli asili, è  la tecnica di colorazione con le loro mani senza l’utilizzo dei pennelli. Questo metodo suscita in loro grande curiosità nello scoprire quante cose possono essere in grado di creare da soli con il proprio corpo. Maneggiare i  pennelli o pennarelli, invece,  aiuta loro a comprendere che si possono utilizzare diversi strumenti per dipingere e suscita in loro forte interesse e desiderio di imparare cose nuove, termini nuovi e padroneggiare oggetti nuovi da soli ed è soprattutto fondamentale per insegnare loro l’importanza della precisione, della disciplina e della concentrazione. Inoltre, queste attività sviluppano il loro lato empatico poiché imparano l’importanza del lavoro di gruppo e del rispetto verso il prossimo. Per di più, i colori sono potenti attivatori di sensazioni, fantasie e immaginazioni, in particolare i colori pastello (più utilizzati nelle scuole) sono simbolo di amore, eleganza e dolcezza. Dunque, lo stato emozionale che vivono i bambini quando sperimentano questi colori è il senso di gioia, amore e uno stato personale di serenità. Passando invece all’arte culinaria è solito, durante le attività scolastiche infantili, cercare di creare un connubio tra cibo e creatività. Ad esempio, formare il volto di un orso utilizzando diversi alimenti stimola nei bambini estrema immaginazione, e poi lavorano, anche in questo caso, sui loro sensi. Ancora, il profumo della frutta si fonde perfettamente con il mondo degli animali, quindi, il loro lato empatico viene fortemente stimolato in quanto questa attività è un ottimo riferimento all’ambiente e al mondo animale.

Anche la musica, per i bambini, fa parte delle attività educative perché non è solo divertimento, bensì dona loro l’opportunità di conoscere nuove forme di comunicazione, migliora la loro capacità di ascolto, la loro attenzione, la loro memoria, e stimola l’espressione corporea e la coordinazione. Difatti, l’educazione musicale, è appunto considerata appartenente al ramo della comunicazione. Un altro basilare insegnamento da parte della musica per i bambini è la conoscenza culturale. Insomma, la musica è un’altra fondamentale disciplina completa imprescindibile per una sana crescita dei bambini.

Alessandra Federico

Museo e Real Bosco di Capodimonte, ingresso gratuito domenica 2 aprile

Una domenica tutta da vivere, quella del 2 aprile, al Museo e Real Bosco di Capodimonte visitabili con ingresso gratuito senza necessità di prenotazione.

Prosegue quindi l’appuntamento con la #domenicalmuseo, iniziativa del Ministero della Cultura che consente l’ingresso gratuito, ogni prima domenica del mese, nei musei italiani e nei parchi archeologici statali.

Sarà possibile accedere e visitare: il primo piano con la Collezione Farnese, la Collezione De Ciccio, la sezione dell’Armeria Reale, le sale dell’Appartamento Reale dalle 8.30 alle 19.30 con ultimo ingresso alle 18.30; nella sala Causa, dalle 10 alle 17.30, la mostra “Gli spagnoli a Napoli. Il Rinascimento meridionale” con l’eccezionale prestito dal Museo del Prado della Madonna del pesce di Raffaello che torna a Napoli dopo 400 anni.

Restano, invece chiusi al pubblico, il terzo piano e il Cellaio per disallestimento della mostra Emblema e la Chiesa di San Gennaro nel Real Bosco di Capodimonte.

Sarà non solo possibile ammirare i capolavori custoditi nel Museo o ammirare e passeggiare nel Real Bosco ma anche poter  ascoltare nel Salone delle Feste l’eccellente e virtuoso Maestro Rosario Ruggiero al pianoforte in una lezione-concerto e gli attori della Compagnia Arcoscenico, entrambe le iniziative a cura dell’Associazione MusiCapodimonte.

Antonio Desideri

XXIII Raduno di Primavera. Il Classic Car Club Napoli inaugura alla grande la 40° stagione

La festa del sodalizio partenopeo, sul porto di Baia a Bacoli, ha attirato una gran folla di appassionati.

Una splendida domenica di sole ha aperto le braccia al XXIII Raduno di Primavera, la kermesse con cui il Classic Car Club Napoli inaugura la sua quarantesima stagione di vita. Nell’area riservata del porto di Baia erano cinquanta le vetture iscritte alla manifestazione accolte dal comandante della Capitaneria di porto Luogotenente Paolo Rinaldi, che non ha nascosto la sua emozione: “sono contento che il Classic Car Club Napoli abbia reinserito a calendario, dopo la pandemia, il Raduno di Primavera – afferma l’ufficiale – è l’occasione per far vivere il nostro porto, ricco di storia e di tesori nascosti. Vorrei proporre al presidente Giuseppe Cannella, per il prossimo anno, una escursione alla scoperta del Parco sommerso di Baia: un sito archeologico che merita grande attenzione”.

Alle 9,30, come da programma, cominciano ad arrivare le prime vetture storiche e le prime Ferrari. Dopo un’ora il piazzale è gremito e cominciano ad affollarsi numerosi visitatori. Fra le più interessanti auto esposte sul porto di Baia spicca la Fiat 1400 di Giuseppe Scudieri del 1951 reduce da un lunghissimo ed accurato restauro. Degna di nota anche la Fiat 508 “Balilla” del 1936 di Vincenzo Riccio e le Fiat Topolino di Luciano Desio e Alessandro Sollo. Tantissime le spider inglesi: MG, Austin Healey, Triumph , che hanno festeggiato il primo sole a capote aperta insieme alle italianissime Alfa Romeo Duetto e Fiat 850 Spider. Tante “Young Timer” con le tedesche BMW Z3 e Z4 a farla da padrone, Merceds SLK e Fiat Barchetta, e tantissimi i giovani presenti, pronti a cogliere il testimone della cultura automobilistica che tanto lustro ha dato all’Italia sia dal punto di vista tecnologico che di stile. E non si può nascondere l’ammirazione dei numerosi appassionati giunti sul Porto di Baia per le Rosse: su tutte, la più ammirata è stata la Ferrari Testa Rossa, incorniciata dalle 360 Modena, dalle Mondial e dalla Dino GT4. Ovazioni anche per la Lancia Delta Integrale nella colorazione corsaiola “Martini” del veterano Teodoro Cotumaccio.

Alle 12,30 ha avuto luogo la prova di abilità sotto l’attenta direzione della sezione napoletana della Federazione Cronometristi. Su tutti si erge Francesco Galletta con la Ferrari Dino GT4 vincitore della classifica assoluta avanti alla Topolino di Luciano Desio e alla Giulia di Gennaro Tortora, racchiusi in pochissimi centesimi di secondo. A Desio va anche la categoria Classic sull’Austin Healey Sprite di Gianluca Spedaliere e alla MG A di Mariano Piccolo. Fra le Ferrari alle spalle del dominatore assoluto Francesco Galletta, giungono l F360 Modena di Antonio Guida e la Testarossa di Guido Cautiero. Nella categoria Modern grandissima lotta con l’Alfa Romeo Giulia di Gennaro Tortora che vince sulla Fiat 850 Spider di Paolo Henke e la Volkswagen Pescaccia di Carlo Grassi. Bellissima sfida nella Post-Classic con Bruno Pignalosa con l’Austin Healey 3000 Mark II che stacca di appena 4 centesimi l’agguerrito Lorenzo Galletta, questa volta al volante di una rarissima Fiat 1500 Cabriolet mentre il podio è completato da Lorenzo Fiaschi su Fiat 500F. la categoria più numerosa, la Post-Modern, è stata appannaggio della Mercedes SLK di Carlo d’Aulisio, che ha preceduto la BMW Z4 di Mario Bonanno e la BMW Z3 di Cosimo Corrado Casilli, mentre corre in solitario Vincenzo Riccio nella Post-Vintage con la Balilla segnando comunque un tempo di tutto rispetto.

Al termine della prova la carovana del Classic Car Club Napoli si è spostata all’Hotel Serapide a Pozzuoli per il pranzo e la premiazione del Raduno: “una giornata spettacolare ha accolto il XXIII Raduno di Primavera – afferma Giuseppe Cannella, preidente del Classic Car Club Napoli – questa manifestazione rappresenta un po’ la storia del nostro sodalizio ed è particolarmente amata dai soci. Credo ch sia stato il degno inizio del nostro quarantesimo anno di vita”. Gli fa eco il vicepresidente Raffaele Cocozza: “siamo arrivati un po’ in affanno per impegni istituzionali, ma fortunatamente il club ha uno staff meraviglioso ed è andato tutto benissimo, tanto che abbiamo potuto rilassarci e goderci questa magnifica festa. Ora diamo appuntamento alla XXVI Rievocazione storica del Gran Premio di Napoli – Circuito di Posillipo il 7 maggio sul Viale Virgilio e siamo certi di regalare ai soci e agli appassionati un’altra splendida festa”

Ilio Ascione

 

Al Ridotto del Mercadante Galatea Ranzi: “La mia Madonna contro il perbenismo”

Dal 29 marzo al 2 aprile il Ridotto del Mercadante offre al suo pubblico uno spettacolo di grande interesse e coinvolgimento “In nome della madre” con una protagonista d’eccezione l’attrice romana Galatea Ranzi, con la regia di Gianluca Barbadori, un lavoro tratto dall’omonimo romanzo di Erri De Luca.

Si tratta della storia che viene narrata in prima persona, di Miriàm/Maria, giovane donna della Galilea alla quale, in una visione, un angelo annuncia che avrà un figlio e le profetizza per lui un destino di grandezza. Subito dopo, la giovane scopre di essere incinta e ne parla con Iosef, il suo promesso sposo. Miriàm/Maria è consapevole del fatto che rischia di essere lapidata, ma rivendica “il mistero della sua gravidanza e la sua assoluta buona fede”. Iosef, dopo un sogno premonitore, decide comunque di sposare la giovane. I due sposi saranno costretti però ad un lungo viaggio a causa del censimento organizzato dai Romani.

Erri De Luca racconta facendo ricorso al “linguaggio semplice e terso della poesia la gravidanza di Miriàm/Maria e la nascita di Gesù in chiave laica e contemporanea”.

“È magistrale – dichiara Galatea Ranzi – il linguaggio che l’autore ci ha fornito, osservando i fatti col coinvolgimento di una testimonianza, mettendo a fuoco dettagli inediti, come ad esempio il rapporto con un Giuseppe uomo mansueto e allo stesso tempo rivoluzionario”.

“La mia Miriàm – continua l’attrice – riferisce a sua volta la sua condizione di ragazza di un piccolo villaggio, priva di contatti e affetta da riservatezza e pudore, ma capace anche di una visione critica rispetto alla chiusura del mondo in cui vive, infastidita dalle regole e dal perbenismo di chi la circonda. Il testo mostra l’assoluta ricerca di libertà di lei e di lui. Una prova d’amore”.

“La scrittura di Erri De Luca discende dalla sua passione per la cultura ebraica, pur senza appartenenza religiosa, da cultore di un’area spirituale storica e letteraria, ed è stupefacente – sottolinea Galatea Ranzi – la sua confidenza e la sua sottigliezza nel ritrarre i caratteri femminili arcaici, qui un profilo che però senti anche rapportato ai nostri giorni, scandito in quattro stanze. Che dire? Dopo tanti anni sentirsi vergini è bellissimo e terribile, e avverto adesione col personaggio sia nelle frasi acute e tenere, sia nelle osservazioni spiritose e affettuose. È un’affabulazione, meritevole di collocarsi pure in luoghi non teatrali”.

Il costume di scena è di Lia Francesca Morandini e la produzione dello spettacolo è a cura del Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con soc. coop. Ponte tra Culture/ AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali, con il patrocinio di Regione Marche.

Uno spettacolo che da vedere e vivere con la necessaria attenzione per meglio calarsi nella storia e nel linguaggio del racconto di Erri De Luca.

Antonio Desideri

 

 

Dantedì: Eleonora Lizzul e “Dante e la critica esoterica. Ediz. Critica”

La lingua dantesca nelle sue peculiarità fonomorfologiche, in assenza di documenti autografi, va ricreata. Giudica che il testo dell’opera così come lo leggiamo oggidì sia realmente corrispondente alla lingua del Sommo Poeta?

Un po’ come è accaduto, nello scorrere dei secoli, per la tradizione omerica, è importante sottolineare innanzitutto come Dante sia divenuto nel tempo una sorta di leggenda, un insieme di ricordi, di usanze e testimonianze indirette, di personaggi che gravitano intorno alla sua aura di grandezza; tutti i visionari del passato riportano lo stesso problema di mancanza di documenti autografi, ed è forse per questo che rimangono tali. Per quanto riguarda Dante, più che definire la lingua come quella del Sommo Poeta, mi verrebbe da giudicarla come la lingua dell’Italia intera: a parte i famosissimi neologismi creati appositamente dall’autore (si veda, ad esempio, indiarsi) e diversi modi di dire che, successivamente, sono entrati a far parte dell’uso comune (senza infamia e senza lode), il linguaggio della Commedia, o addirittura dell’intero corpus dantesco, è possibile che sia un insieme di testo e conoscenza “a più mani”, magari un gruppo di poeti e scrittori, nonché amici del Sommo, che ha agito su una base – pre-costituita da un unico uomo – per ampliarla.

È una questione spinosa, che sicuramente ha ancora oggi delle grandi lacune a livello conoscitivo, ma per analizzare un testo dantesco è necessario avere una mente aperta a centinaia di possibilità; senza dimenticarci, poi, di tutti i compagni che si muovevano intorno alla sua persona.

Rassegnazione, meraviglia e mistero coabitano, s’annodano e si arruffano. La modernità di Dante sta nel concedere al lettore di scoprirsi tra le terzine delle Cantiche?

Credo che la risposta più completa in assoluto sia una sola: la modernità di Dante sta nel concedersi, punto. Non tutti i poeti hanno avuto l’ardire di mostrare la propria storia, il proprio pensiero e le proprie azioni, in un modo così schietto e sincero come quello di Dante. E dirò di più: non solo il Sommo ha avuto il coraggio di scoprirsi Cantica dopo Cantica, ma l’ha fatto tramite altri, dando la diretta parola ai personaggi della Commedia. Perché mostrarsi al lettore in maniera egoistica quando è possibile creare un gioco di rimandi e referenze? Dante ha sempre sottolineato l’importanza delle compagnie, vuoi per la cattiveria del suo esilio, vuoi per le sue capacità comunicative, e non ha mai smesso – in tutto il corpus di opere – di svelarsi a poco a poco tramite gli occhi e la bocca dell’altro.

Si è convinti che le parole celino significati inesplorati. “Sotto il velame delle parole oscure” quale Dante Alighieri emerge?

Sotto ‘l velame emerge un Dante tutto nuovo, vicino al sentire umano e alla percezione che tutti abbiamo del mondo: è sempre un errore banale innalzare i poeti a super-uomini o creature divine. Dante era un uomo come lo siamo noi, fatto di vizi e virtù, di pessime decisioni e di intuizioni brillanti, sicuramente con una sensibilità artistica più alta della nostra. Ciò che emerge dalle sue parole è la volontà di ribellione: Dante, da sempre inserito nel gruppo dei Guelfi, è in realtà un grande sostenitore Ghibellino, un dissidente nei confronti delle istituzioni, prima tra le quali la Chiesa cattolica. Sotto le sue parole si cela quindi una volontà tutta nuova, ovvero quella di cambiare il normale corso della storia italiana insieme ad altri compagni. La sua simpatia per il catarismo o il templarismo – si pensi appunto alla sua partecipazione attiva alla setta dei Fedeli d’Amore – non fa che incrementare la possibilità che ci sia altro ancora sotto le terzine della Commedia.

La scrittura quale mezzo di comunicazione occulta. Perché la tradizione ha preferito sancire altro rispetto alle risultanze della critica esoterica?

Essenzialmente perché la tradizione non la fanno i dissidenti. È sempre un problema mostrare la vera faccia di una situazione – poetica o scientifica che sia – e portare avanti una tradizione “difficile” nell’interpretazione probabilmente non è mai la prima scelta. Oltre alla difficoltà d’interpretazione e di analisi del testo, ci si aggiunga anche un vero e proprio problema politico: parlare di dissidenza nei confronti della Chiesa e della politica del tempo (con forti rimandi anche a quella odierna, proprio perché Dante sa parlare a qualsiasi epoca) poteva avere delle ripercussioni gravissime, sia per la persona singola sia per la famiglia o per le compagnie intorno alla stessa.

Scegliere la tradizione positivista è stata, molto probabilmente, una scelta di convenienza, per quanto i sostenitori siano personalità di altissimo intelletto.

Morale, religione, politica, amore, odio, passioni, vizi, virtù: come far coesistere il messaggio e la visione dantesche con l’umanità divisa e fragile del Terzo Millennio?

Anche in questo caso mi verrebbe da dire che coesiste già il messaggio dantesco con l’umanità odierna: essenzialmente, noi siamo il messaggio dantesco. Siamo fragili, incoerenti, passionali e pronti a tentare la rivoluzione. Siamo un popolo tratteggiato già nel 1300 e rimasto uguale nelle intenzioni – un po’ meno nelle azioni, fortunatamente. È per questo che Dante va riletto in qualsiasi epoca: perché ribellione e dissidenza, amore e religione, politica e virtù sono binomi che ogni uomo ha sviluppato dentro di sé. È un co-esistere nel vero senso dell’espressione, è “esistere insieme con gli altri”: la tradizione a cui Dante ha dato inizio, tralasciando per un attimo quella poetica, è quella di una nazione, un gruppo definito di uomini mossi da sentimenti contrastanti, che cercano una via di fuga dalla realtà.

Il Terzo Millennio è la naturale conseguenza del messaggio dantesco ed è altrettanto naturale pensare che la tradizione dantesca non debba andare persa, perché ha forgiato la nostra sensibilità e il nostro sentirci parte di un tutto.

 

Eleonora Lizzul 

Dopo aver terminato gli stui scientifici, si laurea in Lettere Moderne e poi Filologia Moderna presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio (Chieti). Frequenta un master in Editoria e ha pubblicato, per la casa editrice Divergenze, un saggio di critica dantesca: Dante e la critica esoterica (2022).

Attualmente lavora nell’ambito dell’editoria per bambini per la casa editrice Prometeica.

Giuseppina Capone

Il Classic Car Club Napoli torna sul porto di Baia con il XXIII Raduno di Primavera

Ritorna domenica 26 marzo, dopo lo stop forzato per la pandemia, il Raduno di Primavera, l’evento di apertura della stagione del Classic Car Club Napoli giunto alla XXIII edizione, dedicato alle auto e moto storiche e Ferrari. Il sodalizio partenopeo prepara i festeggiamenti per il suo 40esimo anno di attività tornando a schierare le sue auto storiche sul porto di Baia. Per l’evento 2023 c’è stata grande collaborazione da parte del sindaco del Comune di Bacoli Josi Gerardo della Ragione e dell’assessore alla Cultura Mariano Scotto di Vetta, e dell’ufficio locale marittimo di Baia, comandato dal 1° Luogotenente NP Paolo Rinaldi, che hanno accolto il Classic Car Club Napoli con la consueta affabilità e collaborazione.

La concentrazione di veicoli storici e vetture del Cavallino comincerà alle ore 9,30 nel piazzale antistante la capitaneria di porto del porto di Baia dove le vetture verranno schierate in bella mostra fino alle 13,00. Al termine della mostra statica e della attesissima prova di abilità, la carovana del Classic Car Club Napoli si sposterà presso il Grand Hotel Serapide a Pozzuoli, nei pressi dell’Accademia Aeronautica dove si terrà il pranzo sociale e la premiazione della XXIII edizione del Raduno di Primavera.

“Insieme alla commemorazione storica del Gran Premio di Napoli, che si terrà il 7 maggio, il Raduno di Primavera è molto sentito dai soci del Club, che sono sempre pronti a tirar fuori i loro gioielli per dare spettacolo sullo storico porto di Baia” – racconta il presidente del Classic Car Club Napoli Giuseppe Cannella – “Quest’anno, in particolar modo, ricorrono i 40 anni della nostra “famiglia” e sono certo che ci sarà una grandissima risposta da parte di tutti i nostri adepti. Sarà l’inizio di una stagione importantissima per noi che festeggeremo ad ogni evento di quest’anno”.

Il Classic Car Club Napoli ribadisce il suo predominio nazionale con il numero più alto di soci fra i club federati (oltre 5000) e la qualità dei suoi eventi premiati dall’A.S.I. (Automotoclub Storico Italiano) con ben 18 Manovelle d’Oro.

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