Addio a Olivia Newton – John la protagonista di Grease

Grave lutto nel mondo del cinema per la morte dell’attrice Olivia Newton – John. Da molto tempo, l’attrice stava lottando contro un cancro al seno e purtroppo lo scorso 8 agosto Olivia ha perso questa battaglia. Ricordata da tutto il mondo per la strepitosa interpretazione di Sandy nel film Grease del 1978, la Newton, recitava a fianco del celebre John Travolta che, nel corso degli anni, ha più volte incontrato sul palcoscenico di diversi show e, perfino nella vita privata, i due attori hanno mantenuto saldo il loro rapporto di amicizia.

Il film Grease è stato un vero cult che ha fatto la storia del cinema americano e, infatti, sin dalla prima uscita nel lontano 1978, è riuscito ad appassionare il mondo intero grazie soprattutto alle spassose canzoni e alle meravigliose e dinamiche coreografie eseguite dagli attori all’interno dello spettacolo ed è stato, inoltre, trasmesso ogni anno attraverso diversi canali televisivi, riuscendo così a conquistare il pubblico di tutte le età, anche delle nuove generazioni e non solo, Grease continua a vivere mediante i musical rappresentati in tutti i teatri del mondo.

Nonostante le varie reinterpretazioni di Sandy, da parte di diverse attrici nel corso degli anni, quella della Newton – John  resterà unica e inimitabile, indelebile nel cuore di tutte le persone del mondo. Olivia Newton – John nacque a Cambridge il 26 settembre il 1948 da padre britannico Brinley Newton – John e mamma tedesca Irene Helene Born. Ma quando Olivia aveva da poco compiuto 5 anni, l’intero nucleo familiare si trasferì in Australia. Sin dai tempi della scuola, Olivia, dimostrò di essere dotata di una voce strepitosa e di avere una forte passione per la musica e per il canto, e, difatti, la piccola aspirante cantante non perse tempo per impegnarsi al massimo e iniziare a costruire la sua strada: Soul Four, si chiamava la band che Olivia fondò e di cui ne faceva parte assieme ad alcuni suoi compagni di scuola. Ma non passò molto tempo quando il vero successo bussò alla sua porta; vinse un concorso come solista il cui premio prometteva un viaggio in Inghilterra.

Nel 1966 incise, per la Decca Records, il suo primo singolo Till You Say Be Mine. Veloce come il vento, da quel momento in poi, la carriera da cantante per la Newton – John: nel 1970 fece parte di una band di nome Tomorrow, poco dopo iniziò la collaborazione con Bruce Welch e John Farrar. Ancora, la conoscenza con Cliff Richard fu di grande aiuto per la visibilità della Newton – John e di grande contributo per crescere e  maturare nel campo sia come cantante che come attrice. Have You Never Been Mellow è il singolo che arrivò in prima posizione nella Billboard Hot 100 e in Canada e in decima in Australia (1975).

La popolarità per Olivia arrivò alle stelle, fino ad ottenere la parte principale nel film di Grease nel 1978, riscuotendo il massimo del successo in tutto il mondo. Ed è proprio grazie al ruolo di Sandy che la star non smise mai di brillare, continuando nel mondo del cinema e del canto, incidendo tanti altri brani e recitando in tanti altri celebri film fino a qualche anno prima della sua morte.

Olivia Newton – John non ha mai abbandonato la sua vera passione bensì, il canto e la recitazione, sono stati per lei, inevitabilmente, l’unica ragione per continuare a combattere contro la malattia. L’unica fonte da cui estrarre ancora energia.

Alessandra Federico

Giovanna Cristina Vivinetto: Dolore minimo

 Quando nacqui mia madre / mi fece un dono antichissimo. / Il dono dell’indovino Tiresia: /mutare sesso una volta nella vita.

Dolore minimo” è un diario in versi, una dolcissima raccolta in cui la poesia si fa dispositivo d’esistenza e ci pone in grado di renderci gioiosi, allegri, sofferenti, mutando i mali più intimi in astri scintillanti ed in luminosi pensieri appaganti. La poesia come volano di profondi contenuti sociali, esistenziali ed umani. 

Qual è la ragione che l’ha indotta a scegliere il versificare per dar voce al suo vissuto?

Sin dall’adolescenza sono sempre stata affascinata dal mezzo poetico per la sua capacità di condensare significati profondissimi, spesso dirompenti e necessari, in uno spazio limitato, fatto anche di pochi versi. Per questo motivo, per la sua intrinseca essenzialità, nella stesura di Dolore minimo mi è venuto naturale utilizzare la poesia, perché con essa mi è stato più semplice arrivare al cuore della “questione”, centrare con efficacia l’obiettivo che mi ero prefissata. La transizione mi ha dato la possibilità di riflettere molto e a lungo sulla scrittura poetica, e lo stesso vale per il contrario: la poesia è stata per molti versi quasi una forma di “psicoterapia della parola scritta”, permettendomi di capire e dare un valore aggiunto all’esperienza di vita che mi son trovata ad affrontare. Oggi si parla della poesia come “bene inutile”, “non necessario”; e invece, anche con la testimonianza racchiusa in Dolore minimo, voglio ribadire esattamente il contrario: l’assoluta necessità della poesia come mezzo che, oggi più che mai, si fa interprete (e, talvolta, risolutore) in sommo grado dei conflitti del reale.

La raccolta è divisa in tre sezioni, Cespugli d’infanziaLa traccia del passaggio e Dolore minimo. Nella prima sezione si leggono liriche su una fanciullezza spesa a Siracusa tra una forma di religiosità cupa, zeppa di tabù e la tenerezza d’una madre sempre tesa a profundere dolcezza e compassione.

Può fornirci la chiave di lettura di parole come “Nella quiete di quelle strade la malattia giunse d’agosto. Travolse le madonne e gli occhielli…” ma anche di “La prima scoperta furono le mani”?

Le poesie a cui fai riferimento fanno parte della prima sezione, in cui la consapevolezza di “essere in un certo modo” viene reinterpretata alla luce dei ricordi e delle movenze dell’infanzia. La prima citazione è collegata a due elementi caratterizzanti il “dramma” della transizione e di per sé antitetici (eppure poi conciliati nella chiusa della poesia a cui ti riferisci): quello della “malattia”, cioè della “scoperta” della disforia di genere, quindi di una diversità assoluta e spaventosa, e quello di una fede ancestrale tipica di molti piccoli paesi del Sud e di per sé indiscutibile, quasi cieca a manifestazioni “altre” che avvengono nella stessa immobile circoscritta realtà. La seconda citazione fa riferimento a un ciclo di tre poesie in cui centrale è il processo di perdita e di scoperta: come se la raggiunta contezza della transessualità avesse fatto perdere qualcosa ma, al tempo stesso, scoprir qualcos’altro di nuovo (ma che in realtà già c’era) e di profondamente unico e prezioso. La transizione, insomma, come processo intimo e fondamentale di “messa a fuoco” dell’esistenza in tutta la sua complessità.

Lei ci insegna come il corpo “Transessuale”(il cui simbolo è la pillola “Quella che serve a riempire i fianchi, abbozzare i seni…”) sia un corpo di singolare incanto; un corpo che riproduce la compiuta evoluzione e realizzazione del corpo femminile e che decreterà la “fine” di Giovanni.

La transizione, si deduce dai versi, ha lasciato delle ferite. Lei quale balsamo ha adoperato per curarle?

Sicuramente d’aiuto mi è stata in generale la mia famiglia, essenziale nel supporto a questo nuovo percorso di vita che mi sono trovata a intraprendere. È grazie all’amore dei miei parenti, alla loro intelligenza e alla loro sensibilità che oggi io sono una donna serena. Avere alle spalle una famiglia che accetta e ama senza riserve è importantissimo, fondamentale. E questo vale indubbiamente per tutti, ma soprattutto per le persone transessuali, socialmente più fragili ed esposte. All’affetto di chi ti sta vicino va poi ad aggiungersi il potere “terapeutico” della letteratura e della scrittura. Esse, infatti, hanno costituito per me quel mezzo che permette di ricucire gli strappi, conciliare le contraddizioni, interpretare in sommo grado, sublimandole, le ambiguità del reale. La poesia è stata l’occasione per scendere a patti con una me che non riuscivo a capire in pieno  o meglio che credevo di capire ma, in verità, non conoscevo affatto. Nel momento in cui ho nominato quel “male” in poesia, esso ha cessato di essere “male”: nella chiusa dell’ultima poesia della prima sezione scrivo che “…quel mostro che in tanti anni / avevo allontanato, fu assai più / docile quando, abolite le catene, / lo presi in fine per mano”. La poesia concede questo miracolo.

Una parte considerevole dell’ultima sezione è occupata dai ricordi, tra cui si stagliano anche quelli di una sessualità schiavizzata ed oltraggiata. Il sesso sembra profilarsi come un’ombra scura.

Come ha valicato il filo spinato di un ricordo che appare come motivo di turbamento?

Attraverso il distanziamento che solo il tempo può dare. La distanza dagli eventi inevitabilmente comporta una loro sublimazione e, di conseguenza, una focalizzazione maggiore e certamente più oggettiva nel momento in cui si decide di parlarne o scriverne. Per questo motivo, ad esempio, la storia narrata in Dolore minimo non è stata scritta “a caldo” bensì a distanza di diversi anni proprio perché, come dicevo, solamente la durata del tempo consente di “raffreddare” (e accettare consapevolmente) tutte quelle cose che magari sul momento ci sconvolgevano a tal punto da non riuscire ad esternarle in alcun modo.

Ovidio, Tiresia, Kafka, Ermafrodito, Ifi, Ceni narrano o sono essi stessi casi di “metamorfosi” che minano e demoliscono ciò che è la certezza, l’edificio stabile su cui si accomodano gli esseri umani.

La precarietà e lo spaesamento su cui c’invita a riflettere le hanno procurato critiche asperrime. Lei è giovanissima. Come ha reagito?

Immediatamente dopo la pubblicazione di Dolore minimo, ho iniziato a ricevere alcuni attacchi personali. A rivolgermeli, gli esponenti della pagina Facebook “Pro Vita Onlus”, i quali, considerando la transessualità il “vuoto assoluto”, hanno a più riprese sostenuto che l’autrice di questo libro avrebbe fatto meglio a curarsi invece di diffondere un simile male spacciandolo come una cosa “normale”. I social, purtroppo, sono un’arma a doppio taglio. Se, infatti, da un lato consentono il confronto e la diffusione di idee positive, dall’altro lato – e il più delle volte, purtroppo – al confronto subentra lo scontro, fatto di ignoranza, pregiudizio e analfabetismo funzionale. Una delle soluzioni, allora, potrebbe essere proprio questa: far sì che la letteratura inizi a permeare anche il mondo virtuale dei social, facendo propria una missione civile e culturale finalizzata in primis ad abbattere questi muri invisibili costruiti sull’odio, sull’intolleranza e sulla mancanza di rispetto per tutto ciò che è percepito come “diverso” e “minaccioso”. Personalmente sono molto attiva sui social anche per questo: dimostrare che la transessualità può essere una cosa “normale” come tante altre e verso cui è totalmente illogico provare “paura”. Infatti, poco dopo l’attacco dei “Pro Vita”, le conseguenze delle loro azioni non sono tardate ad arrivare: nel giro di qualche ora il libro è andato esaurito su tutti gli e-commerce, arrivando ad una seconda edizione in pochissimi giorni. La mia risposta all’odio, dunque? L’amore per la vita.

 

Giovanna Cristina Vivinetto è nata a Siracusa il 6 febbraio 1994. Laureata in Lettere moderne, vive attualmente a Roma, dove si è specializzata in Filologia moderna all’Università “La Sapienza”. Sue poesie sono state pubblicate sulla rivista Atelier (n°86) e in rete, su Poetarum Silva, Atelier online, Pioggia Obliqua, Patria Letteratura, Carteggi Letterari, Poesia di Luigia Sorrentino, La Tigre di Carta, Nuovi Argomenti, Le Parole e Le Cose, Nazione Indiana, e diversi altri siti e blog. Dolore minimo è la sua opera prima, pubblicata nel maggio 2018 per l’editore Interlinea. Con prefazione di Dacia Maraini e postfazione di Alessandro Fo, il libro è apparso ed è stato recensito sulle maggiori testate giornalistiche nazionali, tra cui «Il Fatto Quotidiano», «La Repubblica», «La Stampa», «Il Messaggero», «Il manifesto», «Il Sole 24 ORE», «Panorama», «Il Corriere della Sera», «La Sicilia», «Cosmopolitan», «Confidenze» e altri; in televisione su Rai Uno all’interno del programma “Il Caffè di Rai Uno”, a cura di Yari Selvetella. Una selezione di testi inediti, introdotti da una nota di Alberto Bertoni, è inclusa nel Quattordicesimo Quaderno di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, marzo 2019).

Giuseppina Capone

 

Uomo greco e commensalità

L’uomo greco è un animale sociale perché piegato ad una gerarchia morale che pone sotto silenzio la sfera emotiva in ragione dell’ossequio a forme aggregative fortemente normate. La commensalità stessa è istituzionalizzata secondo regole e protocolli lontani dal piacere della tavola.

L’uomo greco è un animale sociale? E’ partorito con dolore dalla polis?

Aristotele nella Politica sostiene che sia naturalmente politico. Tale nota ed abusata definizione percepisce l’uomo piegato ad una gerarchia morale privilegiante il pensiero sulle emozioni, subordinante le urgenze spirituali, i bisogni familiari, le scosse emotive ad un maggiore ordine politico.

Che si provi ad inseguire un’altra idea: la relazione uomo-società è dinamica.

Non esiste l’uomo greco bensì un uomo che durante le ideali età eroica, agonale, politica e cosmopolita si è espresso in forme di socialità come, tra le altre, la commensalità.

Che si provi a gettare lo sguardo oltre gli schermi della lingua e delle istituzioni. Sediamoci a tavola!

In Grecia i prodotti intensamente pregni di significato sono il vino e la carne; prodotti il cui consumo è deputato ad occasioni speciali  e, soventemente, rituali. Marx, probabilmente, avrebbe riflettuto su una forma di redistribuzione del surplus attuata con la manifestazione della ricchezza, del lusso, del potere, esibite al cospetto degli uomini e finanche degli dei! La carne è mangiata durante le cerimonie religiose in stretto rapporto con il sacrificio in cui l’offerta viene bruciata: l’animale è ucciso, bollito, affinché le carni risultino tenere, quindi mangiato; gli dei vengono omaggiati del profumo delle interiora.

E’ una festa, una circostanza di gioia, di sgravio dalle fatiche del quotidiano. E’ l’atteso straordinario. La comunità può addirittura spalancare le porte agli stranieri! Si beve persino: l’alcool è catartico di irrequietezze sociali e rafforza i legami dei gruppi ristretti. L’alcool come carnevale del tutto lecito, tutto permesso, tutto consentito. L’alcool come potere: mezzo di rigido controllo sociale. Il barbaro ama bere eccessivamente e disordinatamente; il greco diluisce il vino con acqua in un delineato ambiente sociale. Le donne bevono segretamente, smembrano la vittima sacrificale, la dilaniano, la ingoiano ancora cruda.

E’ lampante l’importanza della commensalità ed i Deipnosofisti di Ateneo lo denunciano.

Nei poemi omerici il mondo stesso è strutturato intorno a riti di commensalità: le caratteristiche dell’abitazione di un basilèus eroico sono il mègaron, sala dei banchetti, ed il magazzino, funzionale alla conservazione dell’eccedenza della produzione. Lo status stesso è definito dal cibo, tanto che nell’Iliade si canta “I nostri nobili…/sono grandi uomini, mangiano grasse pecore/e bevono il migliore dei vini…” Achille si rifiuta di partecipare ai riti della commensalità. I Proci li trasgrediscono, violando le norme di reciprocità e competizione. La realtà sociale arcaica è, dunque, connessa alla funzione sociale della guerra ed alla euphrosyne, al piacere.

Gli anni vedranno, poi, la trasformazione del mègaron in andròn e del deipnon in sympòsion: il cibo è separato dalle bevande, si elaborano rituali specializzati destinati a piccoli gruppi, la poesia con accompagnamento musicale diventa centrale. La casa luccica d’armature bronzee ma vino, donne e canto rivelano un differente intendimento d’euphosyne: comodità, raffinatezza, intrattenimento, liberazione della sessualità.

Nel cosiddetto periodo classico il contesto sociale muta e con esso la texture socialità-polis, spesso rintracciata nel “focolare comune” conservato nel prytaneion, luogo precipuo della commensalità pubblica, pasto onorifico di un’élite, onore a cui un membro comune del demos non può aspirare. Per i pasti pubblici lo Stato ateniese aveva un altro centro, questo sì concretamente democratico: 50 pritani al lavoro, contemporaneamente; una cucina ed una sala da pranzo nella Tholos. Dovrebbe essere ragione di attenta meditazione che, oggi, non si disponga d’informazioni dettagliate a proposito di una tal pratica non onorifica di commensalità. Istituzioni locali ufficiali, demi e fratrie acquisiscono progressivamente i propri riti di commensalità. La liturgia dell’hestìasis, i banchetti nuziali e quelli legati alle Apaturie dichiarano un processo di politicizzazione dei costumi sociali basati sul cibo ed un mancante concetto d’individuo che, tuttavia, non è privo di libertà: una libertà d’espressione del sé nella socialità, nella possibilità di scegliere fra una molteplicità di legami sociali. Una “libertà interstiziale”.

Il mondo ellenistico, infine, congiunge l’organizzazione sociale, peculiare della vita di corte delle monarchie ellenistiche, e quella coloniale diffusa dall’Afghanistan all’India, dall’Egitto al Nord Africa. Si mangia insieme, sdraiati, in abbondanza; si beve smodatamente: libertà di parola, liti, zuffe, omicidi, sfacciata ostentazione del tryphè, ovvero del lusso, sfoggio prodigioso di bestie sacrificali, evergetismo a beneficio della comunità. La polis si scopre appartenente ad una più vasta comunità culturale.

Ebbene, l’uomo greco non riuscirà a liberarsi mai dai lacci della socialità, dai vincoli del Noi.

Giuseppina Capone

 

Giordano Bruno protagonista di un incontro a Campagna in occasione della festa de ‘A Chiena 2022

L’Istituto Superiore “Teresa Confalonieri” di Campagna in provincia di Salerno è stato protagonista di un’intensa giornata di formazione dedicata alla figura di Giordano Bruno.

Campagna è nota per la manifestazione dedicata all’acqua che si tiene ogni anno. La festa de ‘A Chiena, di origine antica, si basa sulla “piena”, lo straripamento (voluto) del fiume Tenza che lascia il suo letto naturale e “passa” per le strade della graziosa cittadina, inondandola.

Si svolge dal 10 luglio al 17 agosto ogni sabato e domenica ed alterna eventi con freschi e divertenti appuntamenti. Si svolge tra strade allagate, secchiate, passeggiate e due notti dedicate a ‘A Chiena di Mezzanotte (16 e  17 agosto a mezzanotte). Il programma dei weekend prevede passeggiate o lanci di acqua (secchiate) tra le strade invase dall’acqua, visite guidate al paese e alle valli vicine ed altro.

Perché dedicare una giornata formativa a Giordano Bruno proprio a Campagna? Fu a Campagna che nel 1572 il filosofo celebrò la sua prima messa nella chiesa di San Bartolomeo ed è proprio a Campagna che l’I.I.S. “Teresa Confalonieri” lo ha omaggiato più volte ricordando i punti cardine della sua filosofia, da ultimo il 17 luglio scorso con la giornata, tenutasi nel complesso monumentale S. Bartolomeo – Museo della Memoria e della Pace, dedicata ai docenti dal titolo “Recenti orientamenti della storiografia su Giordano Bruno”.

Dopo i saluti introduttivi del professor Gianpiero Cerone, dirigente scolastico dell’Istituto, e del professor Massimiliano Biscuso per l’Istituto Italiano per gli Sudi Filosofici si è entrati nel pieno della giornata bruniana. A parlare del filosofo arso sul rogo è stato Giulio Gisondi (Università degli Studi di Udine – Università degli Studi di Napoli “Federico II”) con una articolata e coinvolgente relazione sui recenti orientamenti della storiografia bruniana.

Alessandra Desideri

Cristobàl Balenciaga: il designer della moda innovativa

Cristobàl Balenciaga fondò la “maison Balenciaga” nel 1917 a San Sebastiàn in Spagna. Viaggiava di continuo per arricchire il suo bagaglio artistico e culturale e per trovare continui stimoli e ispirazioni per  le nuove collezioni, ma dopo essere stato in America e aver appreso le tecniche di confezionamento che utilizzavano oltreoceano, ebbe la certezza che nel suo atelier avrebbe continuato a far produrre pezzi singoli per abiti lavorati a mano e che mai e poi mai avrebbe permesso l’utilizzo di macchinari per confezionarne.

Sebbene la notevole fama stava portando lo stilista dritto al successo, egli soffrì di grave depressione che lo stava spingendo verso una drastica decisione: chiudere per sempre la sua casa di moda.

“Il maestro di tutti noi” è così che lo considerava Christian Dior. Quest’ultimo, era per Balenciaga, non solo un ottimo collega, ma un vero e caro amico, infatti, fu proprio lui a sostenerlo e ad aiutarlo a superare quel momento di malessere, eliminando del tutto la possibilità di chiudere la maison anzi, da lì a poco, Cristobàl Balenciaga, scoprì una nuova tecnica all’avanguardia: l’invenzione delle camicie senza colletto, conquistando un gran numero di clientela, tanto da far ottenere maggior fiducia nelle sue capacità di designer e rimettersi in gareggiata.

Ormai ritenuto architetto degli stilisti, Balenciaga, era capace di creare abiti con stoffa rigida in modo tale che restassero perfettamente in piedi nella forma da lui progettata. L’accostamento di colori che preferiva il designer di moda, per le sue collezioni, era spesso il marrone con il nero e, per la maggior parte delle sue creazioni, egli si ispirava ai colori, ai tagli della stoffa e allo stile della danza flamenco.

Nel 1937, Balenciaga, aprì la sua casa di moda a Parigi e la strada verso il successo fu rapida e in ascesa: in breve tempo fu definito rivoluzionario della moda, soprattutto per l’invenzione del cappotto a spalla quadrata che in quel periodo fu una vera e propria innovazione, particolarmente per le maniche tagliate in un unico pezzo con il carrè e per i suoi disegni con pizzo nero. A quanto pare, le sue linee stavano diventando sempre più coerenti, delicate e raffinate. Nel 1951, Cristobàl, modificò la silhouette con la rimozione della vita e allargando le spalle, inoltre, inventò l’abito a tunica che, nel 1958, diventò l’abito chemise. Ancora, nel 1963 realizzò la giacca a palloncino sferica, l’abito baby doll a vita alta, il cappotto cocoon, la gonna a palloncino, e l’abito a sacco nel 1957.

Negli Anni ‘60, lo stilista iniziò ad utilizzare tessuti completamente diversi; stoffe pesanti, rigide, allo stesso tempo con ricami armoniosi, insoliti, ma ugualmente rivoluzionari. Di fatti, le sue meravigliose creazioni come l’abito di raso rigido, furono valutati come abiti di alta moda. Per la regina Fabiola del Belgio, Balenciaga nel 1960, disegnò l’abito da sposa fatto di raso ducale avorio bordato di visone bianco al collo e ai fianchi. La maison Balenciaga chiuse nel 1968 e il suo fondatore morì nel 1972. Nel 1986, fu acquistata da Jacques Bogart aprendo una nuova linea di prêt-à-porter. Ad oggi, il designer della casa di moda Balenciaga è Demna Gvasalia.

Alessandra Federico

La storia di Dragon Ball

Dragon Ball è una delle serie manga/anime più famose al mondo. La storia nasce nel 1984 da un’idea di Akira Toriyama e da lì a poco appare sulla rivista Weekly Shonen Jump, trovando, in seguito, la sua continuazione nell’adattamento televisivo dal 1986 al 1996 in Giappone, per poi riscuotere un successo a livello mondiale.

Akira Toriyama è nato il 5 aprile nel 1955 in Giappone, città di Kiyosu, ha frequentato la Prefectural High school di Tokyo e ha lavorato per la Shueisha e Bird Studio.

Ispirato dalla cultura cinese (Il viaggio in occidente classico della cultura cinese), dal cinema, in particolare dal kung-fu del noto attore Jackie Chan, dai classici del cinema western e di fantascienza (evidenti le influenze di film come Terminator, Alien, Frankestein, Dracula) e dall’animazione Disney, l’artista, ha creato una delle opere di animazione più famose e riconosciute, che ha accompagnato e avvicinato una moltitudine di generazioni per oltre un trentennio.

Il mondo di Dragon Ball presenta una visione futuristica e fantastica della terra, affiancata da elementi che richiamano all’era della Preistoria e, contemporaneamente, ad elementi tipici della magia.

Il mondo di Dragon Ball presenta specie antropomorfizzate, esseri umani, esseri artificiali, alieni e interpretazioni di figure divine.

Inizialmente, l’idea di Akira, era quella di realizzare un manga con protagonista femminile (Bulma), ma in seguito il ruolo principale venne affidato al piccolo Son Goku, giovane, forte ed esperto di arti marziali. Rimasto orfano del suo unico genitore, il giovane, vive sulle montagne e non ha mai avuto contatti con altri esseri umani, ad esclusione del suo nonno defunto.

Ed è proprio l’incontro con la giovane Bulma a determinare l’inizio del grande viaggio del protagonista alla ricerca delle fantomatiche sfere del drago.

Il percorso di Goku è un vero e proprio viaggio alla scoperta del nuovo, dell’inverosimile, dell’incredibile. La ricerca delle sfere del drago è il pretesto narrativo che porta il personaggio a crescere, a compiere delle scelte, a migliorarsi sia dal punto di vista fisico che da quello spirituale.

Il protagonista è un ragazzo dal cuore puro e lindo, libero da ambizioni materiali o di potere; e, la ricerca delle sfere capaci di esaudire i desideri, è dettata unicamente dalla volontà di abbattere una delle paure ancestrali dell’essere umano: la morte.

Goku, affronta una serie di antagonisti nel corso della storia e molti di essi sono rappresentazioni metaforiche di vari aspetti del male e delle inquietudini dell’essere umano; creature demoniache che si ispirano all’immaginario collettivo e a credenze religiose tipiche del mondo orientale. Ancora, l’esercito del Red Ribbon, nella prima serie Dragon ball, è una chiara denuncia ai sistemi totalitari che mirano alla conquista mediante la tecnologia militare e strategia del terrore. Mentre i personaggi provenienti dallo spazio rappresentano la paura dell’ignoto ma anche la consapevolezza dell’esistenza di altre forme di vita, ponendo interrogativi e riflessioni su differenze e similitudini tra umani e non.

I personaggi nati dalla mano dell’uomo, hanno un ruolo importante nella serie: essi mirano sull’evidente influenza che le macchine hanno nella vita dell’uomo, rappresentando il male che egli crea al fine di conquistare e, allo stesso tempo, sono creature che sviluppano un’intelligenza autonoma e una sorte di anima simile a quella umana. Infatti, nella serie, spesso i robot manifestano sensibilità, empatia, gentilezza e compiono scelte non dettate dai propri creatori.

L’arco narrativo di Dragon Ball Z è un metaforico viaggio che avanza una profonda critica all’uomo attraverso la sua trama lineare e apparentemente semplice. Quest’opera è riuscita ad unire, nel suo piccolo, il mondo orientale con quello occidentale, lasciando un segno indelebile nelle generazioni e nei cuori delle persone.

Alessandra Federico

Antonio Lanzaro: Interviste e lettere “fantastiche”

Un nuovo lavoro letterario dal titolo Interviste e lettere “fantastiche” ha visto impegnato in questi mesi Antonio Lanzaro, presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus e già docente universitario. Brillante “penna”, dopo le sue numerose pubblicazioni di carattere scientifico, si è dedicato negli ultimi anni ad una ricca produzione letteraria con la quale affronta fatti della realtà quotidiana di ieri e di oggi e dà libero sfogo alla sua fervida fantasia con racconti di fantascienza.

L’ultimo volume in ordine temporale è, invece, dedicato a uomini illustri che hanno fatto la storia in vari campi. Si tratta di letterati, filosofi, martiri, religiosi, statisti, artisti, poeti, che hanno segnato le loro epoche.

Per parlare di loro e con loro l’Autore utilizza una modalità brillante, quella dell’intervista-colloquio con il personaggio prescelto. Veste i panni del direttore de “Il Gazzettino del Regno” per parlare con Carlo III e ricordare il ruolo di Napoli durante il suo regno e la realizzazione degli splendidi siti ancor oggi vanto della Campania in tutto il mondo. Intervista Dante Alighieri e gli scrive una lettera, così come fa anche con l’illuminista Voltaire. Dedica una bella intervista ad Eleonora Pimentel Fonseca martire della rivoluzione partenopea del 1799. Spazia con i suoi incontri fantastici parlando con Napoleone Bonaparte, Achille Lauro, Salvatore Fergola, Salvator Rosa e corrispondendo epistolarmente con Caravaggio, Totò, S. Giovanni Battista de la Salle, Ottaviano Augusto, Jacopo Sannazaro, Salvatore Di Giacomo, Camillo Benso conte di Cavour, con il suo docente Nadir Chiucchi, Benedetto Gareth, Eduardo Nicolardi, Charlton Heston.

Il volume è arricchito da alcune sue poesie sapientemente scelte fra una vasta produzione e da una lettera al nonno con il quale parla della parità di genere e della necessità di eliminare ogni forma di discriminazione per le donne e le ragazze in ogni parte del mondo.

Alessandra Desideri

 

Il Noi solidale: filantropia greca ed humanitas romana

Homo sum, humani nihil a me alienum puto, “Sono uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”: parole pronunciate nell’Heautontimorumenos di Terenzio da Cremete, a scusante della sua curiosità e diventate celebri per riferirsi all’essenziale fragilità della natura umana, alla difficoltà nel sottrarsi all’errore o alla colpa, alla disponibilità a non schivare alcuna esperienza umana. Il frammentario originale menandreo è privo del suo corrispettivo.

Quindi, bisogna interpretare l’esito autentico della considerazione propriamente romana dell’idea universale di humanitas oppure il riflesso dell’idea di filantropia greca?

Gli antichi si supportano, spalleggiano, affiancano oppure si schierano l’un contro l’altro armati, ignorando il sostegno reciproco, il mutuo soccorso, il tenersi per mano? Certo, si è lontani dalla disposizione a prodigarsi, ad intendersi, a tollerare, a smorzare le ire ed i contrasti in uno sforzo attivo e gratuito.

Di sicuro, si è distanti dalla solidarietà intesa come fratellanza, aiuto materiale e morale per migliorare le condizioni di vita dei poveri, dei derelitti, di chi chiede asilo, di chi è senza lavoro e senza casa, degli anziani senza mezzi per vivere, dei malati. L’assetto politico ed ideologico greco era imperniato sull’orgogliosa rivendicazione dell’appartenenza alla grecità in contrapposizione a tutto ciò che greco non era.

E’ necessario attendere la morte della polis ed immergersi nella realtà cosmopolita ellenistica, laddove il cittadino è un uomo ed è solo.

Allora, ecco emergere i sentimenti di panico, inquietudine, crisi, isolamento interiore. In tale temperie culturale appare la filantropia, la solidarietà tra gli uomini, soprattutto nel dolore ma è impensabile un’unità concreta dell’umanità, un dispiego di energie e tempo al servizio degli altri.

Si configura come amore per l’uomo nato dalla compassione, come solidarietà di uomini travolti dal Fato, che nella crisi e nella decadenza del mondo cui appartengono si osservano con sguardo benevolo: unica forma di salvezza.

A Roma grande assente è la dimensione fattivamente concreta, profondamente etica e radicalmente sociale.

L’altro da sé?

Meglio non dare fiducia ad uno sconosciuto più di quanto non se ne darebbe ad un animale feroce!

Sì, si scorgono cenni di rispetto della dignità umana ma si tratta di un dovere che, del resto, distingue l’uomo proprio dall’animale.

Non c’è afflato di vicinanza disinteressata: mano tesa al naufrago.

Principio morale contrapposto all’utile personale? Semplicemente, il dovere di mostrarsi  gentile, dolce, mite.

Convivialità raffinata ed, al contempo, intima e familiare. Condivisione totale d’idee, di gusti, di aspirazioni tra gente elegante.

Riconoscimento di ciò che di umano vi è in ogni uomo? Riconoscimento della comune natura umana? No, mera complicità tra chi vive secondo uno stile di vita elitario.

La solidarietà nasce dal rispetto di ciò che rende l’uomo un uomo, al di là delle distinzioni di sesso, ceto, rango o condizione sociale.

Occorrerà la lezione senecana per ritenere tutti compagni di schiavitù nei confronti della fortuna, dei capricci del destino; per capire che si respira la stessa aria, che si vive ed infine muore. Ma si è nell’alveo rassicurante dell’astrazione teorica: la classicità non accende la fiaccola della solidarietà inclusiva ed altruistica.

Giusy Capone

Psycho di Alfred Hitchcok

Il film Psycho di Alfred Hitchcok è tratto dal romanzo di Robert Bloch, basato sulle vicende reali del serial killer Ed Gein.

La trama: Marion Crane è una giovane e avvenente segretaria che lavora in un’agenzia immobiliare. Il dirigente della filiale affida a Marion una cospicua somma di denaro da versare in banca ma la donna non sarà in grado di resistere alla tentazione: ruberà il denaro per poi scappare in auto verso un destino ignoto. Nella prima parte del film, il maestro del brivido presenta il primo e basilare concetto: la rottura della normale routine quotidiana dovuta ad un evento accidentale e l’emergere della cupidigia. Per l’autore è stato essenziale sottolineare, sin dalle prime battute, il ruolo fondamentale che la psiche ha nell’influenzare le scelte e, di conseguenza, il proprio destino.

Quello di Marion è un viaggio tormentato dall’inquietudine e dal senso di colpa; per sottolineare il ruolo della psiche nei comportamenti umani, Hitchcok, dà voce ai pensieri e alle emozioni di Marion, proiettando lo spettatore nella realtà interiore della donna, nelle sue paure e fragilità. Travolta da un temporale (elemento ‘naturale’ che rinforza la tensione narrativa) l’attenzione della giovane donna viene attirata dall’insegna di un Motel dove decide di fermarsi per la notte. Norman Bates, è il giovane proprietario e gestore del Motel, si presenta come un uomo mesto e sottomesso all’anziana madre.

I suoi tratti di dipendenza emotiva dalla madre sono stati enfatizzati dal regista per definire immediatamente il personaggio maschile come instabile e fragile, per conferirgli un aspetto poco rassicurante e per condurre lo spettatore sempre più addentro nelle dinamiche della psiche umana.

Pare proprio che, sin dall’inizio del film, Hitchcock abbia voluto far intendere che l’incontro tra Marion e Norman avrebbe segnato per sempre il destino di entrambi. Mentre Marion vorrebbe redimersi, tornare indietro, restituire il maltolto, recuperare la propria dignità, riprendere il filo della sua esistenza interrotto dall’irrompere della follia di un attimo, Norman è dilaniato dalla sua doppia personalità, anche se quel lato di sé ancora stabile ed equilibrato cerca un contatto con Marion, un disperato anelito ad una vita serena, una vita come quella delle altre persone, prevale, inevitabilmente, la parte più deviata dell’uomo, ed è proprio qui che il messaggio del regista arriva chiaro e diretto: non c’è posto per l’amore e per la serenità nella vita di chi ha subito un forte shock psichico.

Arriviamo dunque al climax dell’opera, alla celeberrima sequenza in cui Marion viene accoltellata sotto la doccia da una figura apparentemente femminile; Norman sembra sconvolto e non perde tempo per ripulire la scena del delitto e caricare il cadavere e la valigia nella macchina di Marion, (aggiungendo, infine, il giornale in cui la donna aveva nascosto il denaro rubato) per lasciarla sprofondare nelle sabbie mobili dello stagno più vicino al Motel. Tante tematiche in una sola sequenza; la beffa del destino, il tempo delle scelte che non perdona, il trionfo della morte sull’Amore. Pare proprio che qui, l’autore, abbia voluto insegnare allo spettatore una grande lezione sul senso del destino nelle storie umane; una combinazione di fatalità e di libero arbitrio in cui l’irruzione della follia può determinare esiti devastanti e definitivi. Solo alla fine si scoprirà la vera identità e la vera storia di Norman: ben dieci anni prima, egli, aveva ucciso la madre e il suo compagno. Anche se era riuscito a farla franca, diffondendo la notizia che la madre era morta suicida dopo aver assassinato il proprio compagno, il senso di colpa, per il giovane, era diventato oramai una persecuzione che aveva, col tempo, scisso in due la sua personalità: Norman aveva mummificato il corpo della madre (per illudersi di averla ancora in vita), vivendo una sorta di delirio quotidiano in cui era lui stesso ad interpretare il ruolo della madre indossando i suoi abiti e non solo, imitandone perfino la voce in modo impeccabile. La cattura del giovane da parte della polizia rivela altri particolari della sua vita di omicida, ma ciò che di questo film ha suscitato completamente curiosità, interesse, e un pizzico di incredulità è stata l’ultima scena in cui Norman, ormai completamente perduto nei meandri delle sue personalità, si rivolge al poliziotto impersonando sua madre attraverso la sua voce. La scena finale, in cui l’auto con il cadavere ed i soldi riemergono dal fango, conclude, tra l’amaro e il beffardo, le tristi storie di Norman e Marion, lasciando lo spettatore sospeso in un turbinio di emozioni e sentimenti contrastanti che spaziano dalla pietà empatica al rifiuto. Di certo, Hitchcok ha cambiato per sempre i canoni della narrazione cinematografica, ha imposto nuovi orizzonti esplorativi ed interpretativi della realtà ma, sopratutto, una concezione della normalità complessa, stratificata e suscettibile di imprevedibili, travolgenti cambiamenti.

Alessandra Federico

Le Imperfette. Storie di donne nell’Inghilterra vittoriana e post vittoriana

Emanuela Chiaricò Le Imperfette è una raccolta di dieci racconti inglesi, nove dei quali mai tradotti prima in italiano, pubblicati tra il 1880 e il 1922. Cosa accade nel già citato quarantennio rispetto all’affermazione della New Woman?

Oggi è quasi impossibile immaginare quanti pochi diritti avessero le donne nell’Inghilterra vittoriana. In un mondo totalmente maschilista, per via del loro sistema riproduttivo erano considerate emotive e instabili, per estensione quindi incapaci di prendere decisioni razionali; e una volta sposate erano trattate poco meglio degli schiavi.  Agli occhi della legge, come spiego nella mia introduzione al libro, una donna dopo il matrimonio cessava di esistere; nel sistema patriarcale subiva il passaggio da figlia a moglie con un’unica prospettiva di completamento del paradigma vittoriano: diventare madre. Il controllo da parte del marito non era solo relativo ai suoi possedimenti ma anche al corpo. Per una donna sposata rifiutare il sesso era preludio di annullamento del matrimonio; il marito poteva picchiarla, anche violentarla senza conseguenza alcuna. Solo nel 1891 queste pratiche aberranti cessarono di essere diritti di cui poter godere da parte di un uomo.

Questo ci dice quanto uomini e donne vivessero due sfere molto diverse; i primi quella pubblica e le seconde quella privata. Le donne contenute nel libro ci raccontano esattamente questa evoluzione che porta alla nascita della New Woman, non alla sua affermazione.

In quadro sociale e legislativo così penalizzante, nella costruzione del progetto ho voluto far notare come da Alice Sheperd, protagonista de Il cuore fedele alla donna che sedeva con le mani in mano dell’ultimo e omonimo racconto, si sia trasformata la coscienza femminile. La prima, Alice, era una vera donna vittoriana, devota alla rassegnazione di un marito egoista e prevaricatore che addirittura la tiene nascosta alla famiglia per le sue origini umili e il dubbio passato; Esther Stables che dimora nel secondo racconto Inguaribile, è una sarta, una figlia del popolo che vede nel matrimonio la sua unica possibilità di riscatto da una vita di stenti, e con i poteri del suo pianto riesce a far capitolare Willoghby un giovane di 26 anni la cui una storia familiare e sociale le possono garantire una progressione. Kathleen in Il desiderio più profondo ha una storia simile ad Esther ma a differenza di quest’ultima non ama suo marito John; rimasta vedova decide di non sposare l’uomo di cui si è innamorata per punirsi dell’ingiustizia a cui ha sottoposto il pover’uomo che l’aveva sposata salvandola da una famiglia di origine anaffettiva. Queste tre donne sono ancora calate nel patriarcato vittoriano ma se pensiamo alla giovane Flo nel racconto Terra Incognita, siamo davanti ad un cambiamento, in lei c’è già l’embrione della New Woman. George Egerton che è in realtà lo pseudonimo di Mary Chavelita Dunnes Bright mette a confronto una madre vittoriana e una figlia che si ribella al matrimonio, per toccare il tema del matrimonio forzato contratto in totale inconsapevolezza (Flo ha solo 17 anni) e della violenza sessuale del marito, e osa anche di più alludendo all’aborto. Terra incognita fornisce alla costruzione narrativa del mio progetto quell’elemento deflagrante che evidenzia la nascita del movimento suffragista. In L’inquilino perfetto di George Gissing, la protagonista è una donna risoluta che non cede davanti alle piccole abitudini fastidiose del marito, un ex scapolo impenitente, e rivendica i suoi diritti quando lui con fare minaccioso sembra volerla aggredire fisicamente. I tre racconti che consacrano la nascita della New Woman e dello stream of consciousness che era il secondo obiettivo che mi era prefissa costruendo la raccolta antologica, sono L’Associazione di Virginia Woolf, Lena Wrace di May Sinclair e La donna con le mani in mano di L.Parry Truscott. Nel racconto corale di Woolf, le due protagoniste sono consapevoli che la donna nuova possa affermarsi grazie alla futura generazione di donne; le altre due sono emancipate da un punto di vista economico ma non emotivo perché ancora dipendenti dallo sguardo maschile per sentirsi legittimate, accettate.

Oltre al superamento dello stereotipo vittoriano femminile, si assiste alla nascita del modernismo. Di quali peculiarità si connota siffatto movimento che coinvolge la cultura tutta?

Sì, il progetto accompagna anche il passaggio dalla tradizione vittoriana alla nascita del modernismo; io ho approcciato i bagliori della nascita del modernismo che ha una spinta consolidante dopo la fine della prima guerra mondiale, i cui orrori  cambiano le priorità valoriali, e gli scrittori, dal canto loro, non possono ignorare i progressi tecnologici e i cambiamenti sociali del XX secolo, cimentandosi con la ricerca di nuove tecniche narrative e poetiche, e un approccio distaccato dall’opera, a cui si uniscono la mancata interferenza dell’autore o dell’autrice, la narrazione della coscienza, e la frammentazione modernista. Contrariamente a quanto si possa pensare, la prima ad utilizzare la locuzione flusso di coscienza in ambito letterario è May Sinclair e non Virginia Woolf; l’espressione compare infatti in una sua recensione ai romanzi della collega Dorothy Richardson, e in particolare in riferimento a Pointed roofs, contenuto in Pilgrimage (all’epoca erano solo tre in tutti, in seguito diventeranno tredici) sulla rivista The Egoist (aprile 1918, Vol. 5, No. 4).

The woman is perfected” è l’incipit di “Edge” di Sylvia Plath. Può definire la “perfezione” muliebre?

Il verso che lei cita ha ispirato la scelta del titolo della raccolta Le Imperfette, e per rispondere alla sua domanda riprendo le parole della coordinatrice del progetto Antonia Santopietro (Zest Letteratura Sostenibile/Literaria Consulenza Editoriale), che nella sua nota a margine dice: “Al culmine della vita, nella compiutezza raggiunta sull’orlo, si definisce la donna, la sua perfezione; e imperfette sono le donne confinate in ruoli o ambiti di irrilevanza, ritenute folli o moderatamente atte alla vita, inette o ripudiate, invisibili nei secoli, nei molti luoghi e nelle diverse culture”. La scelta del titolo voleva dunque rafforzare l’indefinibilità della perfezione muliebre, che non è un ideale a cui tendere, ma un recinto culturale in cui tenere addomesticato un’ideale femminile che configura la perfezione come il contraltare all’ossessione della virilità.

Quanto ha contribuito la narrazione nella comprensione delle questioni di genere?

Il suo contributo è stato assoluto, e con la costruzione cronologica progressiva dei racconti ho immaginato le autrici in particolare, ma anche alcuni autori passarsi il testimone letterario per approfondire e comprendere le questioni di genere.

Molte delle autrici contenute nel progetto sono state rivalutate da studiose dell’argomento, ad esempio Ann Ardis, Elaine Showalter ed Emma Burris-Janssen hanno lavorato su George Egerton; Rebecca Bowler e Claire Drewery su May Sinclair, e ovviamente tutti gli studi approfonditi sulla più conosciuta Virginia Woolf.

L’articolazione dell’identità femminista costruita da queste autrici è il frutto di una collusione, non di un’opposizione alle nozioni gerarchiche di differenza etnica e culturale. Una capacità assoluta di lettura dei tempi in cui vivevano, e al contempo letteraria per aver saputo trasferire quelle stesse nozioni e permettere loro di veicolare il più possibile. Alle volte non potevano essere esplicite, erano costrette ad alludere per via di temi tabù, il già citato aborto in Egerton ad esempio, ma ad una lettura più attenta non era impossibile cogliere a cosa si riferissero realmente.

I racconti proposti sono di George Moore, Ella D’Arcy, George Egerton, Netta Syrett, Arthur George Morrison, George Gissing, Virginia Woolf, May Sinclair, Elinor Mordaunt, L. Parry Truscott. Si può seguire un file rouge dal punto di vista formale, guardando squisitamente agli aspetti stilistici?

Nella costruzione del progetto ho tenuto conto del fil rouge di cui parla; anche qui c’è una sorta di staffetta linguistica e stilistica che si manifesta di racconto in racconto tracciandone l’evoluzione. In George Moore, ad esempio, si percepisce il germe della ribellione alla tradizione letteraria vittoriana soprattutto per i temi che predilige trattare: sesso, prostituzione, adulterio e omosessualità; Egerton restituisce il mondo interiore dei personaggi attraverso l’uso di momenti psicologici o passaggi quasi onirici; Morrison con il racconto dello slum, del periferico, pone scorci di modernità tematica e linguistica con sconfinamenti dialettali e l’ambiente povero del sobborgo sembra confluire nel paesaggio interiore del protagonista; Gissing pur con il suo lavoro consono al mercato letterario tardo vittoriano, rimane fedele a quello stile ma lo arricchisce con un’analisi psicologica e dialoghi accesi intrisi di intenso sarcasmo saturnino. Truscott che con il tentativo di catturare la natura simultanea e sfaccettata del pensiero e dell’esperienza, va oltre il desiderio di mostrare qualcosa di lineare e semplicistico e offre un esempio di flusso di coscienza potente regalando una dimensione quasi visionaria al racconto.

Emanuela Chiriacò è traduttrice. Collabora alla redazione del portale Zest Letteratura Sostenibile, per il quale scrive recensioni e traduce articoli. Ha pubblicato i racconti Fame da Bue nell’antologia Non ti resisto edito da Emma Books (Concorso Donna nel Quotidiano – Literaria Consulenza editoriale, 2017), Il nero assottiglia anche la notte, Uastasignu, Uno, Fish e Affetti feroci, amati rancori sulla rivista Fili d’aquilone dal 2017 al 2020, e Mièrum nell’antologia Racconti divini (Giacovelli editore, 2018). Ha tradotto e pubblicato i racconti A respectable woman (Una donna rispettabile) di Kate Chopin (Emmazine il magazine di Emma Books, aprile 2018), e The kiss (Il bacio) di Kate Chopin (Zest Letteratura Sostenibile, giugno 2018).

Giusy Capone

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