Fortezza Europa: a Napoli la mostra di Ferruccio Orioli

Ferruccio Orioli, architetto veneziano che vive e lavora a Napoli, ha studiato a Venezia e poco dopo aver conseguito la laurea in architettura si trasferì a Matera e successivamente a Roma. Dal 1994, Ferruccio Orioli ha scelto Napoli come luogo in cui stabilirsi definitivamente, reputando la città partenopea la sua più grande musa ispiratrice; ha da sempre amato l’arte e la pittura e, pur essendo autodidatta, ha iniziato ad usare l’acquerello nel 1978 ottenendo ottimi risultati. Le sue prime mostre sono state esposte a Napoli, Capri, Roma, Benevento, Bisaccia, Venezia e Matera.

“Fortezza Europa” è una sua mostra realizzata su idea di Marta Ragozzino e a cura di Claudia Borrelli e Anna Maria Romano. Le straordinarie opere di Ferruccio Orioli, realizzate pochi anni prima per diverse mostre tra il 2018 e 2021,  sono state ripresentare e messe in esposizione nella chiesa e sagrestia di Sant’Erasmo a Castel Sant’Elmo di Napoli fino al 22 settembre 2022.

L’artista, questa volta, ha deciso di raccontare, attraverso i suoi dipinti, questo arduo tempo storico: migrazioni e le conseguenze dannose o anche letali che patiscono tutti coloro che vivono queste situazioni, conflitti tra gli stati, ancora, una società lesionata da grandi diversità economiche e sociali e degli effetti negativi che questo può comportare soprattutto sulle nuove generazioni.

“Noi di qua, voi di là” è la mostra di Orioli che si è tenuta a Napoli, presso Fiorillo arte, dal 15 dicembre del 2018 fino al 18 gennaio 2019, a cura di Brunella Velardi. Sono state le ricerche sulla costruzione di separazione tra Stato e Stato a suggerire a Ferruccio Orioli il tema di questa mostra; settantanove le nazioni che partecipano economicamente alla costruzione dei muri per dividere Paesi e non solo, per fermare centinaia e migliaia di persone che scappano dalla miseria e dalla guerra.

“Sulle sponde del nostro mare” è la seconda mostra di Orioli, tenuta a Matera presso la scaletta, dal 12 luglio 2019 all’11 settembre 2019, a cura di Giancarlo Ferulano. Il tema principale di questa esposizione, invece, si concentra in particolare su coloro che perdono la vita durante i viaggi per fuggire dalle carestie, dalla fame, per salvare i propri bambini dalle guerre e dai disastri ambientali. “Abbandonati tra mare e cielo” è la terza mostra tenuta in esposizione a Napoli presso la Casa di Vetro, a cura di Claudia Borrelli, dal 12 dicembre 2021 all’8 gennaio 2022. Attraverso le opere di questa mostra, Orioli, racconta la storia di una donna migrante di nome Malaika e del suo viaggio a bordo di un gommone con altre 72 persone. Per la realizzazione di questi dipinti ad acquerello, l’artista, si è completamente immedesimato nella vita della donna, cercando di vivere, anche solo per poco la sua sofferenza. Difatti, questi quadri, riescono a trasmettere tutti i sentimenti che Malaika provava durante il viaggio: la paura di non farcela, la rabbia per chi ti costringeva a scappare, la voglia di ricominciare una vita nuova lontano da ogni strazio che per anni ha dovuto vivere.

Un viaggio immensamente lungo quello della giovane donna e delle altre settantadue persone che navigavano con lei, di trecentosessanta ore in cui anche Malaika, purtroppo, non riuscì a raggiungere la terra ferma. I dipinti di Ferruccio Orioli sono storie di vita vera raccontante con sensibilità, empatia e tanto coraggio.

Alessandra Federico

 

Non sei il tuo senso di colpa. Riflessioni contro il mito della “supermamma”

Una madre perfetta è: sorridente, organizzata, ben vestita, in carriera, attenta all’ecologia e alla cucina sana. Quanto i social media hanno contribuito all’edificazione di quest’immagine?

La costruzione dell’immaginario femminile viene da lontano, si pensi alle pubblicità degli anni ‘50 e alle rappresentazioni cinematografiche con protagoniste donne sorridenti e figli sorridenti, con il grembiulino e i capelli all’ultima moda intente a preparare la cena per il marito e i figli.

Negli ultimi decenni si sono aggiunti i social media, che hanno cambiato il linguaggio e che hanno permesso alla quotidianità di divenire modello. Da iniziale spazio di evasione stanno rischiando di trasformarsi in spazio di frustrazione. È difficile confrontarsi con i modelli che si trovano scorrendo i propri feed, spesso si incappa in modelli materni che appaiono perfetti: corpi perfetti a poche settimane dal parto, madri aggiornate su tutte le più recenti linee guide (alimentazione, sicurezza, ecologia, etc.) e pronte a metterle in pratica nella vita di tutti i giorni, tavoli ricchi di proposte educative stimolanti per i figli, famiglie sempre in viaggio o impegnate in gite fuoriporta super accattivanti, etc. Tale confronto sicuramente rischia di condurre tante madri, alle prese con le difficoltà della vita di tutti i giorni, verso un profondo senso di frustrazione, di colpa e di inadeguatezza. Ma credo che sia importante riportare l’attenzione sul verbo “apparire”: ciò che viene proposto è un montaggio di momenti felici della giornata, si ha la percezione che le stories caricate siano tutto il vissuto, ma non è così! Tutte le famiglie attraversano momenti di difficoltà, momenti di frustrazione e devono fare i conti con i litigi con i propri figli… solo che si sceglie di non mostrare questo pezzo di realtà e ciò è dannoso, perché sembra non esistere.

Preoccupazione, tristezza, frustrazione, senso di colpa, paura e rabbia: per quali ragioni l’immaginario collettivo non riesce a contemplare che la nascita di un bambino e la nascita come madre non portano solo emozioni di felicità? 

A parer mio ci sono molteplici risposte a questa domanda: da una parte, si tema che l’associare la maternità a sentimenti contrastanti (come paure, delusioni, incertezze e molto spesso anche rabbia) possa spaventare e porterebbe così le donne a non scegliere questo percorso tanto difficile sia fisicamente che emotivamente. Dall’altra, una madre arrabbiata o triste spaventa in quanto sembra arrabbiata o triste verso il proprio figlio, verso quella creaturina per cui dovrebbe provare solo amore incondizionato. Ma dar spazio a questa differente narrazione permetterebbe di capire quanto il problema non sia nel rapporto madri-figli, quanto in quello madri-società. E ammettere che esse si trovino in difficoltà nel condurre il proprio ruolo a causa di una società che non le sostiene, ma che le mette costantemente sotto pressione, ci farebbe capire quanto il modello di vita proposto sia sbagliato e nocivo.

Elisabetta Franchi ha recentemente asserito che non assume in ruoli dirigenziali donne prima degli “anta”, “perché se poi rimangono incinte è un casino”.

Non trova che abbia dato voce ad un pensiero che è di molti, donne comprese? Come si scardina un’opinione così vetusta?

Purtroppo, ancora oggi, nel 2022, una donna che si assenta dal luogo di lavoro per maternità viene vista come una lavoratrice che porta un danno all’azienda di cui è parte.

Storicamente ci è stato insegnato che la donna è più utile all’interno delle mura domestiche e che essere madri sia una condizione che va a discapito della carriera, perché bisogna sacrificare un pezzettino di noi stesse e scegliere se avere figli felici o soddisfazioni lavorative.

Il cambio di mentalità potrà avvenire quando si riconoscerà che avere madri felici e appagate porti ad avere anche nuove generazioni più serene. Nel momento in cui un bambino riconosce i traguardi raggiunti dai propri genitori e ne condivide i successi sarà parte di una famiglia felice e potrà così essere un adulto propositivo. Infatti, il pensiero che la propria madre abbia dovuto dedicarsi alla prole in toto rinunciando a soddisfare le proprie aspirazioni non è sano nemmeno per i figli, conduce a nuovi sentimenti di colpa irrisolti.

Inoltre, una donna quando diventa madre sviluppa e affina molte capacità che saranno una risorsa preziosa anche sul luogo di lavoro, quali: il problem solving, l’essere multitasking, la capacità di rimanere lucida anche in un momento di crisi e di forte stress, l’apertura al dialogo e all’ascolto, il miglior utilizzo del tempo e così via.

Martina Borsato lo ha mostra nel suo contributo “Un’altra storia”: essere più “cose”, rivestire più ruoli nella vita non è un handicap, ma una risorsa che ci permette di migliorarci in molteplici direzioni, anche in quella lavorativa.

Molti reputano che la maternità comporti una diminuzione delle facoltà intellettive e lavorative della donna. Qual è la sua idea in merito?

Nonostante ci siano ricerche scientifiche che dimostrano quanto il cervello di una neomamma “perda pezzi” per potersi allineare ed empatizzare con più facilità con quello del proprio bambino, sono estremamente convinta, come spiegavo nella risposta precedente, che di rimando ci siano capacità che nascono e che si sviluppano e che sono risorse estremamente preziose per la famiglia, per il lavoro e per la società in generale.

Inoltre, credo che troppo spesso le donne vengano catalogate come inferiori quando poi spetta a loro l’arduo compito di accudire e crescere le nuove generazioni, ovvero gli adulti di domani.

Il libro raccoglie i contributi di diverse professioniste (alcune madri, altre no) su diversi aspetti della maternità, dalla sociologia alla sostenibilità, dal baby wearing alla pedagogia. C’è un filo rosso che le inanella?

Il filo rosso che collega i diversi saggi presenti nel volume è la volontà condivisa di far spazio a un’altra narrazione materna, diversa da quella mainstream con cui ognuna di noi ha dovuto fare i conti nel proprio privato e nella quale abbiamo fatto fatica a riconoscerci. L’esperienza della maternità è talmente personale che non dovrebbe essere racchiusa in stereotipi, ma dovrebbe tener conto delle diversità di ciascun individuo (madre o padre che sia) che la affronta.

Il senso di colpa di cui parliamo è quello causato dal non riuscire o dal non volere o ancora dal non potere soddisfare gli standard che ci sono stati proposti e che ci hanno fatto sentire sbagliate, mancanti, frustrate.

Il nostro è un racconto corale al femminile, che parte dalla nostra esperienza in quanto donne, madri e professioniste, che vuole proporre una differente visione e una narrazione autentica lontana da falsi miti. Speriamo, così, di creare momenti di condivisione e confronto per permettere a tante altre di riuscire a nominare le proprie emozioni negative, di fare i conti con la propria situazione, di chiedere aiuto quando serve e di smettere di sentirsi sbagliate solo perché è la società a farcelo credere.

 

Alice Brioschi è laureata in Cultura e storia del sistema editoriale, ha lavorato per anni come organizzatrice di eventi culturali per poi approdare in una casa editrice indipendente.

Oggi gestisce una libreria a Milano. È specializzata nel settore degli albi illustrati e alla letteratura per l’infanzia.

Giuseppina Capone

 

Grecia e Cina: culture a confronto

Diritti umani,  scienza, giustizia, istituzioni:  Grecia e Cina attraversate da analogie e differenze, affinità e diversità.

Interroghiamoci circa l’universalità della natura umana, facendo sì che la storia comparata divenga esercizio di rabdomanzia come da evocazione di Marc Bloch.

Quali sono le peculiarità della civiltà cinese antica?

Lo sviluppo senza arresto; la compresenza quasi sempre pacata di tradizioni religiose differenti; la fede ottimistica nella dolcezza della natura umana, individuale e collettiva; la poderosa importanza conferita all’istruzione e la cieca fiducia nella facoltà di educare tutti; la certezza della caducità delle istituzioni umane; i poderosi ideali d’unità politica e di eufonia sociale; l’intenso rispetto per la natura esternato in tanta arte e filosofia; la rilevanza attribuita alla moralità quale principale fonte di significato dell’esistenza umana.

Quali sono le caratteristiche della civiltà greca antica?

L’eterogenea vita politica di Atene con la convivenza di democrazia, populismo e nazionalismo; la consuetudine sportiva e la cura del corpo con la rivelazione del “corpo per scoprire l’uomo”; gli innumerevoli miti e le loro discordanti versioni per risalire alle origini del mondo; la religione con i bizzarri abitanti dell’Olimpo. E, poi, ancora, il soprannaturale, il credito attribuito al sogno nonché all’influenza delle stelle, i fenomeni psichici prossimi alla trance ed all’allucinazione, come l’ossessione dionisiaca ed il furore profetico, la divinazione, l’orfismo e le pratiche magiche.

Parrebbero distanti sideralmente.

Eppure, porgendo uno sguardo dialogico ed uno spirito critico coevo, le due lezioni paiono convergere nell’esortarci a reagire alle sventure con inclinazione alla tolleranza ed alla acquiescenza di fronte alle tempeste degli sconforti, delle affezioni, dei drammi misteriosi.

La Cina, fino al recente passato produttore di mercanzia a basso costo, oggi padrona del mercato high-tech mondiale; la Grecia da culla della civiltà occidentale a culla della povertà più nera, tradita dalle potenze occidentali.

L’individualismo dell’antico e nuovo milionario cinese e la polis, recente terra di necessaria solidarietà.

Confucio e Socrate in serrato confronto oltre i limiti territoriali e temporali, oltrepassando altresì quelli linguistici e culturali, così da farsi capitale comune di conoscenza per  noi gente del Terzo Millennio dopo Cristo.

Un networking che si attua mediante l’interrelazione di popoli che s’indagano scambievolmente, talora da un’angolazione estetico-formale, talora da un’ottica politico-dialogica.

A Pechino nel 2022 i “Greci: da Agamennone ad Alessandro Magno” e “Il mare nell’arte greca dall’antichità a oggi”, poiché il mare è da sempre, per i greci, la fonte cardinale delle imprese economiche, giacché gli armatori greci da decenni fabbricano i mercantili nei cantieri navali cinesi, perché il porto del Pireo è stato acquistato dalla Cosco sino al 2052.

A Creta, nel museo archeologico di Iraklio, accanto ai resti della civiltà minoica,  “Tesori melodiosi: riti e liturgie della dinastia Qing”, in sincronia con una mostra su Dedalo, il mitico architetto del labirinto.

Già, Geoffrey E. R. Lloyd, professore emerito di Filosofia e scienza antiche all’Università di Cambridge, mediante lo studio sistematico delle orme archeologiche del pensiero antico nelle testimonianze storico-letterarie pervenute, fu predittivo di relazioni ieratiche ed amichevoli.

Le relazioni sociali e culturali tra i due popoli  assumono la forma di un incontro di “sguardi” reciproci nell’ottica della promozione di un confronto “interumano” e “interdiscorsivo”.

La prospettiva delle scienze sociali e la prospettiva estetico-ermeneutica, di natura etica, si intrecciano con le percezioni emotive e sensoriali che emergono dal tessuto comunicativo fra le due civiltà antiche nel nuovo corso della storia.

Giuseppina Capone

Nina Ricci, la casa di moda italiana a Parigi

Nina Ricci, nome d’arte di Maria Nielli, è stata una stilista italiana. Nina nacque a Torino nel 1883 ma all’età di dodici anni si trasferì in Francia dove, solo un anno dopo, iniziò a lavorare come stilista apprendista e nel 1908 entrò a far parte dello staff della casa di moda parigina di Raffin con cui collaborò per ben 20 anni. Pochi anni prima di cooperare con la Ruffin, nel 1904, Maria si unì in matrimonio con Luigi Ricci, con il quale, nel 1905, diede alla luce il primo ed unico figlio Robert. L’affinità e la complicità tra madre e figlio era molto forte sin da quando Robert era bambino e, nel 1932, nella capitale francese, fondarono insieme la maison Nina Ricci. Nella maison, il ruolo di Robert era quello di amministratore degli affari e delle finanze, mentre Nina si occupava della parte creativa; disegnava e aveva una grande dimestichezza nel gestire i tessuti tanto da riuscire a sviluppare i modelli direttamente sul manichino o sul corpo dell’indossatrice.

In poco tempo, gli abiti realizzati dalla Nina furono apprezzati da molte donne parigine soprattutto per la scelta della qualità della stoffa, per la raffinatezza del taglio e dello stile e per la femminilità, grazia e originalità che la designer di moda donava ad ogni abito che creava.

Nel 1945, dopo la guerra, l’obiettivo di Robert Ricci per sostenere il ripristino post-bellico, fu quello di mettere in mostra al Louvre 150 manichini vestiti da 40 maison parigine (tra cui Balenciaga e Madame Grès). La mostra ebbe un successo inaspettato tanto da essere mandata in tour per l’Europa e negli Stati Uniti. L’idea della mostra al Louvre e del tour fu approvata e messa in atto da Lucien Lelong, Presidente della Camera francese.

La maison Ricci continuava la sua attività con la realizzazione di strepitosi abiti soprattutto dal design floreale; ricamato, dipinto, applicato o stampato su tessuto; Nina amava molto i colori delicati e le clienti iniziavano a fidarsi completamente di lei fino a lasciarle decidere addirittura il colore del tessuto o il design. Robert diede vita alla sua prima fragranza nel 1946 e la seconda nel 1948 con L’Air du temps diventata, da lì a poco, una delle profumazione più amate e vendute ancora oggi. Nel 1954 Nina decise di cedere il suo incarico lasciando scegliere il nuovo direttore artistico a suo figlio Robert che, in breve tempo, riuscì a trovare il designer all’altezza delle loro aspettative: Jules-Francois Crahay (belga). Jules lavorò per la maison per 9 anni per poi passare a Lanvin. Diversi sono stati i designer che, dalla morte di Nina ad oggi, hanno lavorato per la Maison Ricci; Gerard Pipart fu il nuovo designer della casa di moda Ricci dopo Jules, continuando la realizzazione di meravigliosi ed eleganti abiti proprio come quelli che realizzava Nina.

Quando Maria morì nel 1970, Robert continuò con la creazione dei profumi e nel campo della contabilità fino al suo ultimo giorno di vita (1988). Ma, poco dopo la morte della madre, nel 1970, a dirigere la maison fu Crahay e, nel 1988, appunto dopo la morte di Robert, la famiglia Massimo Guissan acquistò la casa di moda dove Massimo lavorò per diversi anni come stilista, fino a quando, nel maggio 2002, fu lo stilista statunitense James Aguiar ad acquisire il ruolo di designer disegnando le collezioni per due intere stagioni. Prese poi il posto di Aguair, nel 2003, Lars Nilsson che rivisitò in parte lo stile classico sostituendo alcune stoffe a quelle più moderne, ma mantenendo ugualmente la stessa classe della fondatrice della maison. Nel 2006, Lars, fu sostituito da Olivier Theyskens. Ad oggi, dal 2010, il direttore creativo della casa di moda Nina Ricci è Peter Copping.

Alessandra Federico

 

Arte a Napoli: il Museo di Capodimonte ospita le opere di Caravaggio e di altri artisti del ‘600

“Oltre Caravaggio, un nuovo racconto della pittura a Napoli” è la grande mostra dedicata a uno dei più celebri artisti che hanno fatto la storia dell’arte italiana e non solo, il Museo di Capodimonte, ospiterà più di 200 importanti opere di diversi grandi pittori del 1600.

La mostra, a cura di Stefano Causa, docente di Storia dell’arte moderna e contemporanea presso l’Università  degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa e di Patrizia Piscitelli la responsabile Ufficio mostre del Museo Real Bosco di Capodimonte a Napoli, è in esposizione fino al 7 gennaio 2023 nel Museo e Real Bosco di Capodimonte.

All’interno di 24 grandi sale del museo, gli appassionati di arte e di storia, hanno l’opportunità di ammirare anche meravigliosi capolavori di altri pittori del seicento napoletano come le straordinarie opere di Jusepe de Ribera, artista spagnolo sbarcato a Napoli nel 1616.

L’arte e la tecnica di Caravaggio e di Ribera sono stati di grande insegnamento anche per gli altri pittori di quel tempo, come Luca Giordano, Francesco Fracanzano, Massimo Stanzione, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo, Carlo Sellitto. Ogni singolo artista era pronto ad imparare e a rielaborare le nozioni apprese dai due maestri dell’arte, in una tecnica personale ma altrettanto originale.

Secondo Roberto Longhi, storico d’arte (1890-1970), il naturalismo di Caravaggio (Michelangelo Merisi) è la spina dorsale dell’arte napoletana. Tuttavia, lo scopo di questa mostra, è innanzitutto quello di fare omaggio a Caravaggio e al suo periodo trascorso nella città partenopea.

Caravaggio a Napoli

Napoli è una città ricca di storia e di arte e a contribuire a questa affascinante storia è stato anche Caravaggio con le sue meravigliose opere lasciate in eredità alla città partenopea.

Durante il suo soggiorno a Napoli, l’artista, dipinse diversi affreschi ma solo Le sette opere di misericordia corporali e La Flagellazione di Cristo (1607-1608 conservato nella Basilica di San Domenico Maggiore spostato in seguito proprio al museo di Capodimonte), sono rimasti a Napoli. È stato proprio lo stile che Caravaggio utilizzò per la realizzazione di questi affreschi ad essere stato di grande incoraggiamento per la pittura barocca partenopea, dando, da lì a poco, vita a molti esponenti caravaggeschi di quell’epoca come appunto gli altri pittori di cui i dipinti sono esposti al museo di Capodimonte assieme a quelli di Caravaggio. Indubbiamente, il soggiorno a Napoli per Caravaggio, che durò circa un anno e iniziò al termine dell’anno 1606, fu un periodo altroché gioioso ma soprattutto fruttuoso; a Napoli l’artista viveva nei quartieri spagnoli e durante l’intero anno continuava a dipingere e a realizzare magnifici affreschi come la Giuditta che decapita Oloferne (scomparsa); la Salomè con la testa di Golia (1607 – Kunsthistorisches Museum di Vienna); una prima versione della Flagellazione di Cristo (1607 – Musée des Beaux di Rouen); la Crocifissione di sant’Andrea (1607 – Cleveland Museum of Art); la Madonna del Rosario (1606-1607 – Kunsthistorisches Museum di Vienna) gli fu commissionata dai Carafa Colonna per la cappella di famiglia nella Basilica di San Domenico di sant’Andrea ed è stata la sua più importante opera eseguita durante il soggiorno a Napoli.

Nell’estate del 1609, Napoli, ebbe nuovamente la fortuna di ospitare il giovane artista milanese, e il quel periodo, Merisi, realizzò altre opere come il San Giovanni Battista disteso, la Negazione di San Pietro, il San Giovanni Battista, il Davide con la testa di Golia; la Salomè con la testa del Battista (per i cavalieri dell’ordine) e la Salomè con la testa del Battista destinato a Madrid. Tre tele per la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi di Napoli: il San Francesco che riceve le Stimmate, il San Francesco in meditazione e una resurrezione (perdute tutte e tre le tele durante il terremoto del 1805). L’ultimo dipinto di Caravaggio a Napoli fu il Martirio di sant’Orsola (1610).

Alessandra Federico

Dalì e Hitchcock a Napoli: la prima mostra Spellbound

Continua a Napoli l’esposizione del progetto Dalì Universe. Lo scopo del progetto è quello di creare un connubio tra cinema, arte e musica, ed è proprio grazie all’opera del re del surrealismo Salvador Dalì (scenografia di un sogno) per il film Spellbound (Io ti salverò) del re del thriller psicologico Alfred Hitchcock, che si è potuto dare vita a questa interessantissima mostra iniziata il 14 aprile 2022.

La mostra, dedicata a Salvador Dalì e ad Alfred Hitchcock, a cura di Beniamino Levi, è in esposizione all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta fino al 30 settembre 2022. Nel corso di una conferenza stampa, coordinata dalla presentatrice Veronica Maya alla presenza dell’Assessore regionale al Turismo Felice Casucci, del Rettore della Pietrasanta mons. Vincenzo De Gregorio, del direttore del Polo Culturale Pietrasanta Onlus Raffaele Iovine e del direttore del MANN Paolo Giulierini, Beniamino Levi e il direttore artistico hanno dato il via alla presentazione della mostra.

È Napoli, come unica città europea, ad avere il privilegio di ospitare due dei più grandi artisti della storia dell’arte e del cinema, in procinto di una prossima mostra a Seul in Corea e a New York.

La mostra a Napoli si svolge con l’esposizione di  più di cento opere di Dalì, e il tema principale mira essenzialmente sulla psiche umana; recupero della memoria, perdita della memoria, paranoia, fase onirica e psicoanalisi accompagnato, naturalmente, da autentici effetti sonori e multimediali della cinematografia di Hitchcock. L’allestimento, all’interno del film di Hitchcock “Spellbound” è ricco di opere di vetro Daum, libri illustrati, grafiche, tarocchi daliniani, sculture di bronzo, design e arredi surrealisti dal valore inestimabile che si  affacciano, appunto, sull’iconografia surrealista, per questo motivo, l’arte di Hitchcock si sposa perfettamente con quella di Dalì e con la sua originale opera dipinta nel 1945 per il film Spellbound. Perché solo Dalì, con il surrealismo, è stato in grado di raccontare il concetto dell’inconscio, anche attraverso la realizzazione della scenografia per il film Spellbound, esattamente all’altezza di ciò che il regista Hitchcock desiderava. La connessione tra arte e cinema è davvero imprescindibile, le loro strade si sono da sempre incontrate e hanno avuto una grande influenza l’uno sull’altra; i registi, ad esempio, hanno da sempre respirato l’influsso della storia dell’arte e reso la storia del cinema ricca di attinenze all’arte anche raccontando la biografia e la carriera dei più celebri artisti. Allo stesso tempo, l’arte assorbe continuamente influenze dei film o dei grandi registi. Settima arte, così anche viene definita la cinematografia, che, secondo Ricciotto Canudo nel 1921 (poeta, scrittore e critico cinematografico italiano), sta per indicare un nuovo mezzo di espressione, sintesi delle arti dello spazio e del tempo.

Alessandra Federico

Ascoltare, guardare: l’uomo greco si volge all’Altro

L’uomo greco è curioso, pettegolo, invadente, indiscreto: guarda l’Altro, lo osserva attentamente e lo narra abilmente. Omero è ammaliato e sedotto dalle innumerevoli, illimitate, infinite immagini che galleggiano sulla superficie mondana. Desidera vedere e conoscere.

Egli ambisce a puntellare con parole lo straordinario assortimento dei comportamenti umani: sesso, matrimonio, famiglia, guerra, religione, architettura. L’Odissea apre il sipario con l’eroe che “di  molti uomini vide le città e conobbe i pensieri

Il superpotere della visione e dell’osservazione. L’intrico d’amore, frode, menzogna, vergogna, voyeurismo.

La narrazione omerica rende potentemente deflagrante l’impatto visivo della beltà femminile e l’urto tragico nell’esito.

Gli anziani, allorché scorgono “Elena venire verso la torre”, la comparano ad una dea immortale: probabilmente battersi per lei può valere lutti.

Omero eccita, stimola e, soprattutto, accresce la nostra immaginazione visiva.

Com’è il guerriero omerico? Thàuma idèsthai! Splendido a vedersi!

La verbalizzazione è un monumento da ammirare e contemplare.

La custodia vigile avviene mediante l’occhio e l’orecchio, secondo Omero.

Allora, ecco un tumulo nel settimo libro dell’Iliade: “qualcuno tra gli uomini futuri/navigando con nave ricca di remi il livido mare:/’ecco tomba d’eroe che morì anticamente:/l’uccise – ed era un forte – Ettore Ettore luminoso’./ Così dirà qualcuno, e non perirà la mia fama”.

Lo intravedete? E’ “visibile da lontano”, afono. Parla per esso Ettore.

Anche le pietre sono mute, tuttavia si esprimono mediante iscrizioni: “Io sono la tomba, il monumento o la coppa di Tizio

Se un monumento non parla, non può essere ricordato, come asserito nell’Iliade è “tomba d’un uomo morto in antico

Ciò che è memorabile, ovvero degno di memoria, si trasforma in klèos, fama, da klùein, udire: resiste all’usura corrosiva del tempo.

In fondo, morire akleès è una sciagura senza rimedio.

Telemaco afferma che sarebbe stato meglio per il padre decedere ad Ilio: ”tutti gli Achei gli avrebbero fatto una tomba/e anche a suo figlio avrebbe acquistato gran gloria (klèos) per dopo./Ma ora se lo portarono ingloriosamente (akleiòs) le Arpie”

L’ascolto come mezzo di spietato ed accanito controllo sociale.

La memoria, orbene, parrebbe dipendere dall’udito ma è la vista che veicola, spinge sull’acceleratore delle vibranti emozioni.

Penelope ed Odisseo, durante l’agnizione, giocano con lo sguardo; Priamo ed Achille si scambiano occhiate di sbigottimento ed apprezzamento. Ed Achille, conscio del gigantesco turbamento che potrebbe provocare la vista del cadavere di Ettore comanda che sia deterso altrove “perché Priamo non lo vedesse,/e nel cuore angosciato non trattenesse più l’ira/alla vista del figlio, e l’animo si gonfiasse ad Achille,/e lo uccidesse, violasse il comando di Zeus

Il Greco spicca per la sua capacità attentiva, misura i dettagli, usa la visione per parlare e l’ascolto per emettere giudizi.

Giuseppina Capone

Al Convitto per ciechi Colosimo si conclude il Service Lions “Kairos-integrazione al contrario”

Con la cerimonia  di consegna a disabili e soggetti fragili e svantaggiati  delle donazioni frutto della raccolta-fondi realizzata in seno al Service Lions “Kairos-integrazione al contrario” si conclude il 15 giugno, alle 17.30, presso il Convitto per ciechi Colosimo, un impegnativo  Progetto teso a sensibilizzare comunità, studenti, Istituzioni su diversità e disabilità, per un mondo più’ giusto. Il Progetto ha sortito più esiti: la consegna di materiale didattico a più scuole del Distretto per valorizzare diversità ed inclusione imparando a “mettersi nei panni degli altri”; un libro, “Gli invisibili”, pubblicato da ben cento Clubs Lions del Distretto 108 Ya e scritto a circa sessanta mani da esperti, la cui  presentazione ad aprile  ha consentito un proficuo scambio tra istituzioni ed  associazioni; uno spettacolo teatrale sul “dopo di noi”  rappresentato a scopi solidali dal regista ed autore Angelo Rojo Mirisciotti e dalla sua Compagnia “Prove d’amore”.

L’impegno dei Lions non si esaurirà con questo nuovo incontro di “addetti ai lavori”, uniti, in una sede storica votata al recupero e potenziamento delle abilità diverse di giovani non vedenti, per dare luce e voce agli “invisibili”. Anche nel nuovo anno sociale i Lions  continueranno infatti  a combattere per i diritti dei più fragili ed il libro “Gli invisibili”, curato dalla Lion napoletana Valeria Mirisciotti, diventerà un audiobook per chi ha problemi di lettura, inserito nel circuito del “Libro parlato Lions” dell’Audiobiblioteca di Verbania.

Virginia Ciaravolo: D’improvviso si è spenta la luce. Storie di stupri, lacrime e sangue

Dottoressa Ciaravolo, qual è il sentire comune rispetto allo stupro, oggi, stanti le campagne d’informazione promosse da stampa, istituzioni e social network?

Credo che ancora siamo lontani da un’informazione corretta e capillare sullo stupro e sul tema della violenza di Genere . Dobbiamo fare di più nell’ambito della scuola e della formazione di esperti. Trattare la violenza sessuale come più volte evidenziato nel libro, significa diventare per queste donne cestino , significa essere sfiorati da brutture indicibili e se non adeguatamente formati , si corre il rischio di colludere.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Nel libro è stato analizzato il tema del corpo femminile come costruzione culturale volta a dimostrarne l’inferiorità biologica che ha contribuito alla creazione di stereotipi . Un corpo e’ una persona da dominare. La donna viene deumanizzata e “cosìficata” oggetto di piacere e potere usato, consumato e gettato come carta straccia.

Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Il linguaggio è lo speculare delle strutture profonde sociali e cognitive che influenzano i modi di pensare e di essere. Linguaggi sessisti, razzisti che inferiorizzano umiliano l’altra/o da sé fanno parte del circuito della violenza.

Quanto è responsabile la società nel suo complesso nell’avvalorare la cultura dello stupro?

Lo stupro come la violenza sono un fenomeno culturale e come tale vanno affrontati in senso multidisciplinare. Vale a dire attraverso una visione psicologica, antropologica, giuridica politica e legislativa. Nel libro mi sono avvalsa della collaborazione di esperti in varie discipline :Emerita Cretella, Stefania Ascari, Antonella Esposito, Nunzia Brancati, Valeria Fedeli, Luigi Riello, Alessandro Giuliano, Mauro Valentini.

A., una diciottenne a cui, in una giornata di sole, “d’improvviso si è spenta la luce” Qual è la sua storia?

Una storia dolorosa, come tutte quelle in cui si consuma una violenza che lascia come un terreno riarso , un buio improvviso dal quale sembra di non poter più uscire. Ma la forza della rinascita sta proprio in nella storia, in quel racconto che A ha volto donare per andare oltre quel buio. Mi auguro che questo ,insieme al lavoro terapeutico potrà far rinascere nuovi semi di speranza in una nuova alba di vita.

 

Virginia Ciaravolo Psicoterapeuta – criminologa, Presidente dell’Associazione Mai più violenza infinita Onlus, si occupa prevalentemente di Donne e minori. Esperta in reati di violenza di genere, abusi, bullismo e cyberbullismo. Laureata in Psicologia, Psicoterapeuta specialista in infanzia, adolescenza ed età adulta. Nel 2010 coniuga la sua passione per la criminologia conseguendo la laurea in Scienze dell’investigazione e sicurezza, presso l’Università di Perugia. Formatrice in numerosi corsi sulle tematiche evidenziate, ha collaborato con la Questura di Napoli ed e’ docente/consulente esterno per il Dipartimento Pubblica sicurezza. Fa parte della task force del primo Osservatorio nazionale CNOP sulla prevenzione dei suicidi. Inoltre collabora al Tavolo tecnico su abusi minori in ambito sportivo, Dipartimento Sport Presidenza Consiglio dei ministri Autrice di numerose pubblicazione, l’ultima opera pubblicata luglio 2021 per Armando Editore “ La violenza di genere dalla A alla Z.” .

Giuseppina Capone

E’ morta Liliana De Curtis

Triste giorno oggi per il mondo della cultura, è morta la figlia del grande Totò: Liliana De Curtis all’età di 89 anni. Era nata il 10 maggio 1933 a Roma da Antonio De Curtis e Diana Rogliani. Attrice e scrittrice Liliana si è spenta nella sua abitazione a Roma. Molte le iniziative artistiche e culturali in ricordo del padre che nel corso degli anni l’hanno vista protagonista o ospite d’onore.

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