L’irrazionale ed il mondo greco

I greci sono profondamente ed interiormente consci del vigore, dello stupore e delle insidie insite nell’irrazionale.
In fondo, perché ritenere i greci antichi immuni da forme di pensiero primitive, se non è immune alcuna società che cade sotto la nostra diretta osservazione?
Occorre scardinare una grecità costruita artificiosamente dagli storiografi, demolire l’immagine annacquata e neoclassica, palesarne antinomie e diversità.
Scorrazzando da Omero fino al II secolo a.C., si possono illuminare le teorie sul soprannaturale, il credito attribuito al sogno nonché all’influenza delle stelle, i fenomeni psichici prossimi alla trance ed all’allucinazione, come l’ossessione dionisiaca ed il furore profetico, la divinazione, l’orfismo e le pratiche magiche, delineando così aspetti ed espressioni dell’irrazionalismo greco.
I Greci hanno sempre sentito l’esperienza delle passioni come un fatto misterioso e pauroso in cui sperimentare la forza che è in noi, che ci possiede, anziché venir posseduta da noi stessi.
Il primo riferimento è all’Iliade: Agamennone offre in sacrificio Ifigenia, sangue del suo sangue, al fine di propiziare la buona disposizione d’Artemide ed inaugurare l’impresa bellica contro Troia. Inconfutabilmente, adattamenti posteriori di siffatto evento rimpiazzano il sacrificio della giovane con una bestia, mostrando un divenire della sensibilità. Agamennone medesimo, d’altronde, è angosciato ed agghiacciato per quanto gli esige la dea.
L’ate s’impadronisce della mente, obnubila la coscienza, rende provvisoriamente folli.
In molteplici altri brani Omero marca come un comportamento precipitoso, nefasto ed irresponsabile sia analogamente attribuito a forze soprannaturali.
Tali esegesi, verosimilmente, non sono traslati, allegorie o fantasie bensì fenomeni psichici.
Quest’analisi ha influenzato certamente Julian Jaynes così come Antonio Damasio nel tentativo di connettere ragione e sentimento, calcolo e creatività o intuizione, teoria o speculazione e prassi.
La grecità è davvero, pertanto, esclusivamente speculativa e razionale?
Probabilmente, è avvenuto un transito dalla shame culture alla guilt culture: un’atmosfera oppressiva, popolata di spettri.
Come non menzionare Nietzsche e chiedersi: Apollo e Dioniso rivaleggiavano sul serio?
Il senso schiacciante dell’ignoranza umana, dell’assenza di sicurezza in cui vivono gli uomini, la paura del phthonos divino, la paura del miasma sarebbero stati intollerabili se un divino consigliere onnisciente non avesse garantito ai Greci, dietro il caos apparente, l’esistenza di una sapienza e di una finalità.
Apollo, il dio solare, nasce da tale precipizio d’inquietudine, dalla corposità di questo panico.
Il razionalismo si mostra ipometrope nel non badare al fatto che, anche laddove la divinità si dilegui, i suoi riti perdurano parecchio più lungamente nello spirito sia dei popoli che dei singoli.
Ecco, il presupposto culturale e psicologico della definizione nietzscheana delle chiese come “Die Grüfte und Grabmäler Gottes
Audacemente interessante è l’ipotesi concernente l’ascendente dello sciamanesimo sui greci:  l’apertura del Mar Nero al commercio greco nel VII secolo avrebbe influito sul concepimento d’idee circa la relazione tra corpo e anima.
Pitagora è addotto come esempio di più importante sciamano greco. Orfeo, alla stessa maniera, è stimato quale figura sciamanica. Platone stesso, il più genuino emblema di questo processo d’avvio del razionalismo, si fa un simbolo controverso, operando un fecondo innesto delle idee magico-religiose che hanno remota origine nella civiltà sciamanistica settentrionale, anzi i Custodi della Repubblica sarebbero sciamani razionalizzati. La sua sistematicità ed il suo metodo s’imbevono, orbene, d’ingredienti magico-religiosi d’origine orientale.
Nel periodo ellenistico, poi, si ravviva l’esaltazione per la divinazione, la medicina magica e l’alchimia.
La grecità è eccitata dalle consuetudini orientali più illogiche ed acritiche.
Epicuro volle, viceversa, cassare il nocciolo granitico della prassi, facendo strada al pensiero della salvezza, a culti e riti distanti dalla mediazione razionale.
Il motivo?
La paura della libertà.
La luce produce ancora ora orrore e sgomento; quindi occorre assumere contezza dello strato ctonio ed indicibile della razionalità.
Giuseppina Capone

Identità in vetrina. A Sassari le Associazioni cittadine nelle scuole

Una cordata di Associazioni storiche cittadine coinvolte insieme per un progetto di tutela e diffusione del patrimonio storico culturale della città. Una vera e propria alleanza culturale messa in campo tra le scuole, l’Intergremio, il Centro Commerciale Naturale “Stelle del Centro” con la partecipazione dei CCN “Piazza d’Italia e Via Roma”, “via Manno” e il Comitato “Largo Brigata Sassari”.

Un’azione sinergica in continuità con quanto già avviato nel 2021 con il liceo Margherita di Castelvì e l’Accademia delle Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari.

In questa nuova edizione di “L’identità’ in vetrinaUn percorso fra tradizione, storia e modernità” si estende l’intervento con il nuovo progetto “Tradizione e giovani generazioni a tutela del patrimonio culturale” dedicato agli alunni dell’Istituto Comprensivo San Donato – Plesso Forlanini.

Il progetto si pone l’obiettivo di valorizzare le principali risorse culturali materiali e immateriali, a partire dal Patrimonio Unesco dei Candelieri, dei Gremi e le cerimonie e tradizioni ad essi collegate che connotano la Città di Sassari, il suo territorio e le sue plurime Comunità.

Nuovi protocolli di intesa con le istituzioni del territorio, quali l’Università di Sassari-Dipartimento Comunicazione Pubblica e Professioni dell’Informazione, in corso di definizione, e le scuole cittadine consentiranno di usufruire di preziose collaborazioni e ampi spazi di iniziativa.

Nel palinsesto delle attività connesse emerge il protocollo d’intesa siglato dalla dirigente scolastica Patrizia Mercuri con la presidente CCN Giusy Mura.

Il progetto prevede una serie di attività con la scuola sul tema della storia dei Candelieri e delle tradizioni laiche e religiose che accompagnano la Faradda.

Il primo incontro, realizzatosi lo scorso venticinque maggio ha coinvolto gli alunni e alunne del plesso scolastico Forlanini. Grazie alla disponibilità dell’Intergremio con il presidente Fabio Madau, del responsabile dell’organizzazione dei Piccoli Candelieri, Marco Dettori.

All’incontro hanno partecipato Salvatore Spada, già presidente dell’Intergremio e Gianfranco La Robina, già responsabile dei Piccoli Candelieri, storico capocandeliere, chiamati ad offrire la loro esperienza e consulenza per le attività del CCN.

La conferenza, è stata aperta da un video, curato dal fotografo Gian Michele Manca, che raccoglie i momenti salienti delle fasi che precedono, accompagnano e concludono la Festa con l’ingresso nella Chiesa di Santa Maria.

I numerosi alunni e alunne della scuola primaria hanno dimostrato una grande partecipazione e formulato interessanti domande e considerazioni sui vari aspetti della tradizione. Un saggio dell’accompagnamento musicale che caratterizza l’intera discesa dei Candelieri è stato offerto dal giovanissimo Mirko Nicoletti, che si è esibito con il tamburo nei tradizionali ritmi utilizzati nelle varie fasi dei movimenti di ballo dei portatori dei Candelieri, suscitando grande attenzione e allegria tra i giovanissimi spettatori.

Come CCN del Centro cittadino stiamo consolidando una serie di progetti con la stretta e fattiva collaborazione di tutti i commercianti ed artigiani del Centro della Città. È un impegno importante che ci vede collaborare con le Scuole e le istituzioni che ricoprono un ruolo fondamentale nelle nostre Comunità” dichiara la Presidente Giusy Mura, che prosegue “Vogliamo contribuire a conservare il Patrimonio culturale materiale e immateriale della città di Sassari e, allo stesso tempo, creare le condizioni per rivitalizzare il Centro Cittadino e l’economia del nostro Territorio”.

Il presidente dell’Intergremio Fabio Madau ribadisce che “Per l’Intergremio e per tutti i gremianti è fondamentale continuare ad operare per la conoscenza, il rispetto e la conservazione delle migliori tradizioni della Città. La presenza dei Gremi nell’opera di sensibilizzazione delle giovani generazioni è tra gli obiettivi e le priorità dell’insieme dell’organizzazione”.

La prosecuzione del progetto L’identità in vetrinaUn percorso fra tradizione, storia e modernità ha tra gli obiettivi quello di ampliare e consolidare un percorso positivo di valorizzazione dell’identità e delle tradizioni delle Comunità della Città di Sassari.

La Scuola è l’istituzione fondamentale in cui le giovani generazioni possono acquisire la conoscenza e il rispetto per il Patrimonio materiale e immateriale, così da contribuire alla crescita sociale e culturale delle proprie Comunità e, soprattutto, alla formazione di cittadini e cittadine consapevoli.

Per queste considerazioni, il progetto proseguirà con la ripresa dell’anno scolastico 2022/2023 con nuovi incontri di approfondimento e di iniziative sul tema dei Candelieri e delle tradizioni che accompagnano l’evento.

Luigi Coppola

 

 

(Foto di Luigi Coppola: La Faradda del 2015)

Il prof. Leonardo Di Mauro è il nuovo presidente dell’Istituto Italiano dei Castelli – sezione Campania

Si è costituito il 31 maggio scorso il nuovo Consiglio Direttivo dell’Istituto Italiano dei Castelli – sezione Campania, per il triennio 2022 – 2025.

Il prof. Leonardo Di Mauro è il nuovo presidente, succede a Luigi Maglio che ha guidato l’Istituto nella regione per tre mandati consecutivi.

Entrano nel nuovo consiglio per la prima volta il prof. Giuseppe Pignatelli Spinazzola, dell’Università Luigi Vanvitelli, la storica dell’arte Alessia Fresca, la giornalista Bianca Desideri e l’architetto Giuseppe de Pascale. Confermati la prof.ssa Marina Fumo (Università Federico II), gli architetti Valeria D’Alessandro, Domenico Tirendi, Lucio Sisto e Paolo Mascilli Migliorini.

L’architetto Luigi Maglio è stato nominato vicepresidente. La presidenza onoraria è stata assegnata al prof. Mario Pasquino. Il dott. Leo Donnarumma è il segretario della Sezione Giovani.

Eliana Di Caro: Le Madri della Costituzione

Il 2 giugno del 1946 gli italiani scelsero la Repubblica e il 25 giugno si insediò l’Assemblea Costituente, composta da 556 membri. Quali sono le peculiarità della componente muliebre?

Sono 21 donne di diverse generazioni (la più anziana era Lina Merlin, nata nel 1887, la più giovane Teresa Mattei, nata nel 1921), di diversa estrazione sociale (alcune provenivano da famiglie borghesi – per esempio Elsa Conci, la stessa Mattei, Maria de Unterrichter – e altre da un contesto molto umile, come Teresa Noce, Adele Bei, Filomena Delli Castelli), di diverso colore politico: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, un’eletta nel Fronte dell’Uomo Qualunque. Eppure, nonostante le differenze, furono capaci di fare sintesi nel nome del bene comune.

Lei ha affermato: “Senza le loro battaglie, diversi articoli della Costituzione, compresi i principi fondamentali, non sarebbero gli stessi”. Ventuno donne pressoché dimenticate dai più. Penso a Teresa Mattei. Un’avanguardia modesta, solo il 3,7 per cento. Quale fu il loro contributo nella modernizzazione dell’Italia?

Fu un contributo fondamentale, perché lottarono per il principio di parità sancito dall’articolo 3 e dagli altri articoli della Costituzione che riguardano la famiglia e il lavoro: senza il loro apporto, il loro “sguardo”, probabilmente non si sarebbe arrivati a un risultato che migliorava non solo la condizione della donna ma dell’intera società.

I Costituenti furono filosofi, giuristi, personalità della cultura e della vita politica antecedente il fascismo. Quali ostacoli dovettero saltare le 21 Costituenti rispetto al rapporto con la componente maschile? In fondo, Giovanni Leone aveva asserito: “La femminilità e la sensibilità sono antitetiche alla razionalità”.

Va ricordato che la donna, al tempo, era in una condizione di subalternità totale, non aveva alcuna voce nello spazio pubblico ma neanche all’interno della famiglia (vigevano la potestà maritale e la patria potestà, l’adulterio femminile era sanzionato, a differenza di quello maschile, ecc.). Nonostante questo humus culturale e sociale (o forse proprio per questo!) le ventuno elette, reduci dalla determinante conquista del diritto al voto, seppero far valere le loro ragioni. E anche laddove persero le loro battaglie, come accadde per l’accesso delle donne al concorso in magistratura (che fu consentito solo con la legge del 1963), aprirono una strada.

Le Madri della Costituzione, scattando una fotografia di gruppo, sono davvero differenti tra loro: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste ed una proveniente dalle file dell’Uomo Qualunque. Diverse quanto a formazione politico-ideologica ma tutte antifasciste e resistenti. Ebbene, riuscirono a tessere una relazione efficace?

Come accennato prima, sì, perché avevano chiaro il loro obiettivo e agirono unite per conquistarlo. Certamente la comune lotta antifascista, la spinta alla costruzione della democrazia e alla rinascita del Paese cementò la loro azione all’Assemblea Costituente.

Quale fu la loro sorte a lavori terminati e conclusi?

Alcune proseguirono il loro percorso in Parlamento, nelle successive legislature (Nilde Iotti è stata la prima presidente della Camera dei deputati, nel 1979), diverse diventarono sindache, altre invece furono emarginate dai loro stessi partiti. Nel tempo, quasi tutte loro sono state dimenticate, nonostante la loro lezione e il segno che hanno lasciato nella Carta. Per questo, nel mio piccolo, ho voluto dare un contributo di conoscenza con Le Madri della Costituzione, anche andando alla ricerca dei discendenti, di cui ho riportato le testimonianze.

 

Eliana Di Caro è giornalista al Sole 24 Ore dal 2000: dopo aver lavorato al mensile Ventiquattro e alla redazione Esteri del quotidiano, dal 2012 è al supplemento della Cultura “Domenica”, nel ruolo di vice caposervizio e curatrice delle sezioni di Storia ed Economia e società. È tra le autrici di Donne della Repubblica (il Mulino, 2016), Basilicata d’autore (Manni, 2017), Donne nel 68 (il Mulino, 2018), Donne al futuro (il Mulino, 2021). Ha pubblicato Andare per Matera e la Basilicata (il Mulino, 2019) e Le vittoriose (Il Sole 24 Ore, 2020). Scrive dei temi legati alle donne – dei loro diritti e dell’emancipazione femminile – e della terra lucana. Appassionata di tennis, ogni tanto recensisce qualche libro sull’argomento.

Giuseppina Capone

Top Master in Fotografia Sociale

“Il Top Master in Fotografia Sociale” è un percorso di attività fotografica con la formula avanzata di Learning Action. Con l’espressione inglese Learning Action (apprendimento d’azione) s’intende dare la possibilità (attraverso l’esperienza pratica e con la riflessione e l’azione) a chi partecipa al percorso di acquisire un metodo di apprendimento che permette ad ogni singola persona di migliorare  all’interno di un team di persone. Difatti, durante il percorso, attraverso l’assegnazione di specifici temi, si avrà la possibilità  di acquisire un metodo di apprendimento che permetterà  di raggiungere un obiettivo ben preciso: migliorare e ottimizzare il funzionamento e l’andamento lavorativo nel campo della fotografia sociale.

Il Laboratorio Privacy Sviluppo (Istituto Internazionale  Organizzatore del Top Master in Fotografia Sociale), l’Accademia italiana per le Ricerche (Organizzatrice di  diversi programmi storici per Manager e Ufficio Stampa,) e ANDCI (Associazione Nazionale dei Difensori Civici italiani, unitamente alla Macroregione Mediterranea, al Difensore Civico campano e al Comitato Italiano per la Tutela della Salute sono gli Enti organizzatori del Top Master in Fotografia Sociale che si svolge con la formula della Learning Action presso Civicrazia. Il Direttore  della  didattica  di questa edizione sarà l’Avvocato Giuseppe Fortunato. Gli altri docenti saranno: Prof. Claudio Cavallieri d’Oro; prof. Ernesto Marino;  Giornalista Lucia Fiorentino; Avv. Mariagrazia Siciliano. Per la  particolare emergenza sanitaria (causa Covid 19), al corso di quest’anno non sarà obbligatoria la presenza fisica, salvo per i momenti di attività fotografica. La formula precedente del “Top Master”, invece, prevedeva l’obbligatoria presenza fisica quotidiana in Monte Citorio, che comprendeva la frequentazione di cinque giorni full-time (mattina e pomeriggio) e sovente anche il sabato mattina. Il percorso  di  240 ore è suddiviso per le singole attività  in relazione al programma individuale  e agli argomenti di fotografia sociale assegnati.

I partecipanti al “Top Master in Fotografia Sociale” dovranno avere a disposizione le proprie macchine fotografiche e relative apparecchiature, computer e cellulare con connessione internet. Il Top Master in Fotografia Sociale è a numero chiuso: i posti disponibili sono 5 e le candidature sono ammesse fino al 15 luglio 2022. È fondamentale, dunque, per procedere al “Top Master” e per non dichiararsi esclusi dal percorso,  riscontrare nei termini via e-mail. Gli interessati dovranno inviare, entro la data indicata, il proprio dettagliato curriculum  formativo e  lavorativo  a  civicrazia@civicrazia.org accompagnato dalla  richiesta di partecipazione al 2Top Master in Fotografia Sociale”, indicando nome e cognome, luogo e  data di nascita, la residenza completa di Cap, cittadinanza, codice fiscale, telefono/cellulare e email. I candidati selezionati verranno contattati dalla segreteria del Top Master. Il Top Master in fotografia sociale inizierà il 15 settembre 2022 e ha la durata semestrale di effettiva partecipazione. Il percorso sarà sospeso dal 15 dicembre al 15 gennaio 2023. A ogni partecipante, da parte degli Enti organizzatori, al termine dell’intero percorso, verrà rilasciato il Diploma di Top Master in Fotografia Sociale in prestigiosa pergamena. Inoltre, i partecipanti saranno totalmente esonerati da ogni quota (le quote sono interamente coperte dall’A.N.D.C.I. Associazione Nazionale Difensori Civici Italiani), di iscrizione e  partecipazione e svolgeranno, gratuitamente, il “Top Master in Fotografia Sociale”, mentre, a carico dei partecipanti, nelle forme volute,  sono esclusivamente trasporto, vitto, alloggio e apparecchiature utilizzate.

Alessandra Federico

 

 

 

Al via la nuova edizione del concorso “Scriviamo insieme la storia dei Sedili”

Al via, in occasione del Maggio dei Monumenti, l’edizione 2022  del concorso “Scriviamo insieme la storia dei Sedili” nell’ambito della manifestazione “Rivive la Napoli dei Sedili. Il PALIO DEI SEDILI“.

L’iniziativa nata nel 1997 a cura dell’Associazione Culturale “Napoli è” è  diventata un appuntamento fisso.

Frutto di un percorso di studio e ricostruzione storica a cura di esperti e giornalisti sull’evoluzione dei Sedili dalla loro costituzione alla loro soppressione, l’iniziativa ha visto nelle varie edizioni anche il coinvolgimento di maestranze e costumisti napoletani che hanno collaborato alla riuscita dell’iniziativa.

La manifestazione nel corso degli anni è stata inserita nel Maggio dei Monumenti ed ha ricevuto il patrocinio di Comune, Provincia e Regione nelle sue varie edizioni.

I mezzi di comunicazione hanno sempre seguito con attenzione la manifestazione sin dalla sua prima edizione nel 1997.

Le passate edizioni del “Palio dei Sedili di Napoli” hanno visto impegnati nel corteo storico che ha percorso le strade della città figuranti in costumi storici del 1400 preceduti dagli Sbandieratori di Cava de’ Tirreni, mostre, concerti, concorsi, convegni, rievocazioni storiche, collaborazioni con le scuole napoletane, partecipazioni di importanti artisti che hanno realizzato il Palio dei Sedili per il vincitore della coreografica sfida tra gli antichi sedili napoletani in costumi storici quattrocenteschi.

L’iniziativa intende tenere alta l’attenzione di cittadinanza e turisti sulla storia di Napoli e dei Sedili prime forme di organizzazioni che possono essere avvicinate alle circoscrizioni diventate poi municipalità.

Con “Scriviamo insieme la storia dei Sedili”, l’Associazione Culturale “Napoli è”, intende coinvolgere sempre più tutti i cittadini e le scolaresche nella difficile ma affascinante opera di recupero e ricostruzione della storia degli antichi Sedili napoletani, prime forme di decentramento amministrativo della città, riportate all’attenzione della cittadinanza dalla nostra Associazione nel 1997.

I lavori (fotografici, ricerche storiche e letterarie, disegni ed illustrazioni, studi, ecc.) – selezionati da una qualificata giuria composta da giornalisti, docenti, esperti – verranno premiati e resi pubblici in una serie di iniziative nel corso del 2022.

E’ possibile partecipare al concorso con materiale d’epoca o con lavori realizzati per l’occasione (fotografico, cartografico, iconografico, studi, ricerche storico-letterarie, contributi letterari, racconti, poesie, testi musicali, sartoriali, ecc.) che ripercorrano la vita degli antichi Sedili di Porto, Portanova, Capuana, Nilo o Nido, Montagna, Popolo, attivi dal ‘200 all’800.

La partecipazione è gratuita.

Chiunque voglia partecipare al concorso potrà proporre la propria collaborazione gratuita scrivendo o inviando materiali all’Associazione Culturale “Napoli è” presso Fondazione Casa dello Scugnizzo – piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3 – 80136 Napoli oppure per e-mail: associazionenapolie@libero.it.

A tutti verrà consegnato un attestato di partecipazione.

Il termine ultimo per la partecipazione è fissato al 30 settembre 2022.

 

Maria Giovanna Luini. Parla come ami: L’infallibile potere delle parole

“Aderire con il cuore e la mente a una visione che oltrepassi la materialità”

E’ questa la chiave per giungere ad una piena coscienza di sé?

Non esiste una sola chiave, ognuno di noi può decidere di scovare chiavi che, passo dopo passo, portino a una visione sempre più consapevole. Non fermarsi al piano materiale, tangibile, fisico è un requisito essenziale per rendersi conto di ciò che realmente si è, ma anche usare la mente e il cuore all’unisono: viviamo in un contesto che privilegia la razionalità e il pensiero, considerando il sentire (e le emozioni) prodotti meno rilevanti e un filino pericolosi. La realtà è diversa: sentire, cioè percepire e provare emozioni, ha un’importanza almeno pari rispetto all’uso delle aree razionali del cervello, e contribuisce moltissimo spingerci nella dimensione più completa della consapevolezza.

«Quelle parole mi hanno fatto bene, non so perché ma mi sono sentito subito meglio.» «Ciò che hai detto mi ha fatto male, lo ricorderò per tutta la vita.».

Le parole travalicano il mero elemento comunicativo?

Le parole sono elementi energetici che possiedono un potere creativo o distruttivo. Possiamo considerarle pacchetti di energia che raggiungono destinatari rilasciando vibrazioni multi-livello e, di conseguenza, creando cambiamenti: il contenuto è importante, ma ugualmente importanti sono il tono e l’ispirazione con cui le parole sono emesse. Le parole ispirate, per esempio, arrivano da aree del corpo che associano in modo coerente mente e cuore e ottengono effetti molto più profondi rispetto al semplice contenuto. Come elementi di cura, le parole sono complete cioè non necessitano di altri rimedi: se diventassimo consapevoli di questo potremmo fare tantissimo per elevare il livello di salute, armonia e ricchezza nel mondo. Le parole che distruggono sono spesso inconsapevoli, buttate fuori senza badare a quanto siano potenti: potrebbero essere riconvertite in parole costruttive la cui vibrazione d’amore sappia guarire in modo ampio e duraturo.

La mimica di un volto, il tono di un’esclamazione involontaria, il colorito della pelle, il ritmo nel respiro di chi parla possono regalare o togliere energia a chi ci ascolta?

Certo, è utile restare presenti quando si parla. I cosiddetti aspetti metaverbale e paraverbale entrano a fare parte della comunicazione, in pieno. In studio o nelle sessioni in remoto sono consapevole che i sensi dei pazienti siano accesi e vogliano cogliere non solo ciò che dico, ma come lo dico: vale anche per me quando ascolto e colgo molto al di là del semplice contenuto. E l’energia risponde: ci sentiamo più o meno carichi, positivi, sani, respiriamo meglio o peggio in base a ciò che abbiamo percepito in termini di tono, sguardo, emotività, esitazione, fluttuazioni vocali. Le parole entrano in noi e istantaneamente di scatenano reazioni chimiche, ormonali: è inevitabile che accada, rispondiamo in modo fisico a ciò che riceviamo e l’effetto riguarda rapidamente tutto il corpo.

Dottoressa, lei è consulente all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. Guardando la sua personale esperienza, quanto è tangibile il potere delle parole?

Il potere delle parole è meraviglioso e micidiale insieme: con le parole e i toni, con gli sguardi si può togliere o rinforzare la speranza, si può influenzare negativamente o positivamente l’adesione dei pazienti alle cure, si può implicitamente suggerire che una diagnosi di malattia sia una condanna senza appello oppure apra a molte possibilità di terapia. Da consulente in alcuni centri medici ho visto pazienti rinunciare a priori ad affrontare una cura solo per le parole e il tono usati nel colloquio specialistico.

Lei reputa che il potere delle parole d’amore sia infallibile ma esse possono altresì costituire un veleno a rilascio graduale. Ebbene, qual è l’antidoto?

Diventare consapevoli e presenti a se stessi, in una parola: risvegliarsi. Nella maggioranza delle ore di una giornata si vive addormentati, si funziona come automi caricati a molla e si seguono idee vaghe perlopiù appartenenti ad altri: risvegliarsi porta a vedere sul serio, sentire, rendersi conto. Siamo gli artefici della nostra esistenza, anche nelle parti buie: le parole sono il mezzo e lo strumento che usiamo per creare noi stessi e il mondo che percepiamo, ma non ce ne rendiamo conto. L’antidoto a ogni danno creato dal vivere senza consapevolezza è fermarsi, respirare e prestare vera attenzione a ciò che si sta facendo, dicendo, vivendo. Qui, adesso.

 

Maria Giovanna Luini è laureata in medicina, ha due specializzazioni e un master universitario in ambito medico e sta perfezionando la specializzazione in Psicoterapia Psicosomatica al Centro Riza di Milano. Dal 1994 è anche consulente all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) a Milano, dove è stata assistente medico personale di Umberto Veronesi alla Direzione Scientifica e con lui ha scritto alcuni libri. Si occupa di medicina psicosomatica e di approcci terapeutici non convenzionali, tiene sessioni individuali e di gruppo, seminari di meditazione e guarigione spirituale. Nel suo ultimo libro, Parla come ami (Mondadori, 2021), ha raccontato il proprio peculiare metodo terapeutico basato sulle parole e su un mantra in grado di interagire con la dimensione psicofisica umana. Grazie all’integrazione tra le diverse medicine accompagna i pazienti su una strada che persegue la guarigione attraverso un approccio personalizzato centrato sul sé.

Giuseppina Capone

 

Cento anni fa nasceva Enrico Berlinguer. A Sassari celebrazioni alla presenza del Presidente della Repubblica

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato alle celebrazioni in ricordo di Enrico Berlinguer all’Università di Sassari.

“Voi mi avete ricordato delle frasi che mi sono piaciute particolarmente, di quelle dette da nostro padre. Io ne vorrei ricordare una che dà il senso giusto di come è stata la sua vita. Almeno per come l’ho pensata io. Quella che dice: – noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, possa essere conosciuto, interpretato, trasformato. In vista del servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. – E la sua vita è stata interamente dedicata al raggiungimento di questo obbiettivo.”.

Un velo di emozione, contenuto nella consolidata esperienza professionale al pubblico confronto, accompagna il saluto finale di Bianca Berlinguer.

La giornalista romana, già direttrice della terza rete Rai, ha concluso, con alcuni intensi, intimi ricordi di famiglia, la cerimonia in ricordo del centenario della nascita del papà Enrico.

L’iniziativa, promossa dal Senato Accademico dell’Ateneo sassarese, ha preso il via, intorno alle 11.00 del 25 maggio, con l’arrivo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Prima dell’ingresso in Aula Magna, dopo l’esecuzione del brano “Su patrioutu sardu a sos feudatarios” ad opera del Coro dell’Università di Sassari, diretto dalla Maestra Laura Lambroni, è stata scoperta una lapide dedicata alla vita di Enrico Berlinguer. Posta nel piano superiore del loggiato, accanto a quella in memoria del Presidente Francesco Cossiga.

L’impeccabile esecuzione dell’inno di Mameli è stata realizzata dal tenore turritano Francesco Demuro.

“Enrico Berlinguer ha portato queste virtù e anche qualche difetto di noi sardi, nel grande mondo dell’impegno politico. Per capire quale sia la sua influenza, il suo carisma, la sua eredità basterebbe ricordare il giorno triste ed epico dei suoi funerali.”.

Nel saluto iniziale il Magnifico Rettore Gavino Mariotti ha tratteggiato alcuni aspetti umani del politico sassarese. Valori che il Governatore della Regione Sardegna Christian Solinas, ha ampliato in un quadro storico. Presidiato da una selezione importante di politici e intellettuali sardi che precedettero o incrociarono l’impegno e l’azione di Berlinguer.

“Lavorare insieme. Essere uniti non significa pensare tutti allo stesso modo ma saper ascoltare.

Per dare il giusto valore a ogni contributo. Il programma europeo PNRR deve essere attuato.

Per un cambiamento che tutti comprendano. In questo ambito è determinante una adeguata comunicazione della ricerca scientifica.”

L’apertura al dialogo, lo sforzo di operare azioni sociali per il bene di tutti, riconosciute nel pensiero di Berlinguer sono state recepite dalla rappresentante del Governo nazionale intervenuta da Roma.

Sintetica e diretta, la Ministra dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa.

La figura politica dello statista è stata visitata nella prolusione del professor Omar Chessa, ordinario di Diritto Costituzionale, presso il dipartimento di giurisprudenza dell’ateneo sassarese.

“L’eredità morale e politica di Enrico Berlinguer”, il titolo conferito dal docente sassarese incentrato nella cifra etica insita nel pensiero berlingueriano.

“In realtà, l’eredità è una sola e si tratta perciò di un’endiadi. E’ questa, a mio avviso, la cifra specifica del lascito berlingueriano. Non c’è un’eredità politica che non sia anche morale e viceversa.”

L’incipit del giurista è il preludio di una lettura della vita politica culturale di Berlinguer a tutto tondo.

In una visione geo politica di quell’epoca, denominata talvolta in una vulgata approssimativa della così detta “Prima Repubblica”. 

L’attrattiva popolare che circonda la statura internazionale di Berlinguer, rendendolo degno del massimo rispetto da ogni differente credo politico, è espresso nella forma più lucida e fluida dal relatore.

“Non ci può essere una scissione tra agire pubblico e postura privata. Sotto questo profilo lo “stile Berlinguer” fu esemplare. Norberto Bobbio, in un articolo comparso nell’Unità del 12 giugno 1984, scrisse che la <<caratteristica fondamentale di Berlinguer>> era di <<non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe politica italiana>>: la <<vanità>>, l’<<esibizionismo>>, il <<desiderio di primeggiare>>. La sua vita privata era nettamente separata da quella pubblica. La sua convinta e tenace riservatezza era una condizione imprescindibile del suo agire come politico.”.

Prima del congedo, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Ateneo consegna alla famiglia Berlinguer, rappresentata in sala dai quattro figli, un attestato di Alta Benemerenza.

Nel saluto finale del Capo dello Stato: “da un lato l’orgoglio dell’ateneo per aver concorso a formare un protagonista della vita democratica del nostro Paese e dall’altro l’omaggio a questa figura, appunto, protagonista della vita del nostro Paese.”.

Una figura con “la tensione morale e il profondo rispetto per la Costituzione e le sue regole, due aspetti inscindibili, strettamente collegati che rappresentano un messaggio sempre attuale per la nostra Repubblica”.

Anche l’amministrazione comunale ha ricordato la ricorrenza alle 12.30, dopo la cerimonia in Università, con l’inaugurazione di un monumento ad opera dell’artista Igino Panzino.

Il video della cerimonia in ateneo è fruibile al seguente link:

https://www.youtube.com/watch?v=cqNY-1_IUMQ&t=839s

Luigi Coppola

Anna Chiara Cuozzo: L’essenza dell’assenza

Tra le pagine del libro emerge che la memoria ha un doppio fondo: è il ricordo di ciò che è accaduto e, contemporaneamente, il ricordo di quel che non è avvenuto in quel che è accaduto.
Cos’intende per “memoria” in relazione ai sentimenti?
In questo romanzo ho cercato di trasmettere il concetto di memoria come scheletro dei sentimenti, testimonianza attiva ed inafferrabile di ciò che si prova e si trasmette agli altri.
Le mie protagoniste incarnano a pieno questa descrizione: una di loro, Adela, vive tutta la sua vita per tener viva la memoria di ciò che sua figlia è stata, al punto che la sua intera esistenza è finalizzata a proteggere quei ricordi e a tenerli vivi in un mondo che sembra non averli mai ospitati.
Diametralmente opposto è invece l’atteggiamento di Alma, un’altra delle protagoniste, per la quale è il ricordo di quel che non è avvenuto a muovere le fila della sua storia. L’amore mancato di sua madre infatti, il sentimento che più di tutti contribuisce a renderci ciò che siamo, la condiziona a tal punto da compiere un viaggio oltreoceano pur di comprenderne le ragioni e di scongelare i suoi sentimenti dal gelo in cui la mancanza di quell’affetto li ha confinati.
La storia che narra delinea un percorso che pare indurre ad evadere dalla “comfort zone”, sfidando i propri spettri per smettere di sopravvivere e iniziare realmente a vivere.
Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?
Trovo che la scrittura possa avere qualsiasi potere uno le attribuisca: dal semplice intrattenimento all’esorcizzazione di una paura, dal racchiudere delle memorie al creare qualcosa di nuovo e dargli vita. Il mio romanzo in particolare nasce con lo scopo di approfondire un contesto storico – quello della dittatura militare Argentina di fine anni ’70 – forse non troppo conosciuto in Italia, soprattutto dalla mia generazione che non ha vissuto quegli anni.
Al contempo però, lo scopo di questa storia – anzi, di queste quattro storie intrecciate – è quello di raccontare tutte le diverse strade che possono portare ad uno stesso risultato: il conseguimento della pace interiore e il compimento del proprio destino.
Le mie protagoniste sono infatti molto diverse tra loro e partono da presupposti altrettanto diversi eppure, ognuna di loro a suo modo, desidera soltanto liberarsi dalle proprie paure e dalle proprie catene, andare oltre il limite dello status quo, il confine tra il vivere e il semplice sopravvivere.
Lei lascia intravedere l’abisso di una voragine interiore, dovuta a sentimenti  spezzati, che lascia annichiliti.
La perdita, il lutto, è anche perdita di parte di sé?
A mio parere, ogni cosa a cui ci dedichiamo nella vita, ogni persona che amiamo, ogni dettaglio a cui prestiamo attenzione, racchiude e conserverà per sempre una parte di noi e di ciò che siamo stati.
In tal senso dunque, la perdita rappresenta inevitabilmente il distacco di uno di quei piccoli tasselli che compongono ogni vita.
Il mio romanzo esplora molto questa tematica, partendo dal lutto letterale che è sicuramente il più palese, fino ad arrivare alla mancanza che si prova verso una parte di se stessi che si lascia andare.
A questo proposito, piuttosto che citare gli esempi più lampanti come la morte di una figlia o di una madre, mi sento di parlare del personaggio di Maria, colei che non subisce alcun lutto ma che soffre invece un dolore molto diverso: la perdita di se stessa.
Il suo sembra un monito ad essere attenti al dolore altrui, a farci forieri d’empatia. Trova che la contemporaneità vada scossa in tal senso?
Assolutamente sì.
Ho provato ad incarnare quest’empatia in particolare nel personaggio di Thiago, il quale avrà a che fare con Alma, una delle protagoniste. A differenza di tutte le altre persone che la circondano infatti, lui riesce in qualche modo ad accogliere la sua freddezza e i suoi silenzi senza forzarla, accetta il suo dolore pur non conoscendone le ragioni e riesce ad essere per lei un conforto ed un porto sicuro. Ed empatia significa proprio questo: calarsi nei panni dell’altro, accogliere i suoi sentimenti senza necessariamente condividerli, ma rispettandoli e tutelandoli come se fossero propri.
Allo stesso tempo però, se sembra semplice far caso al dolore altrui quando si sta bene con se stessi, trovo che la vera empatia stia nel farlo anche quando non è così. In questo senso è il personaggio di Adela a descrivere bene il mio pensiero, dimostrando che la vera empatia è vivere il dolore in maniera inclusiva e non egoista, aprirsi all’altro anziché chiudersi nella propria individualità.
Lei esplora la provvisorietà dell’Occidente contemporaneo come Annie Ernaux o Yasmina Reza: sagacia solo a prima vista distratta e breve intuizione. Qual è la cifra caratteristica della sua narrazione?
Trovo che la cifra caratteristica della mia scrittura sia la sincerità e la schiettezza con cui le emozioni e le situazioni vengono raccontate. Non amo i fronzoli e le narrazioni barocche, ho sempre preferito uno stile più scarno ma a mio parere più diretto e funzionale. I miei personaggi sono persone a trecentosessanta gradi e come tali vengono raccontati, senza filtrarne i difetti e le contraddizioni, e allo stesso modo la scrittura si adatta ad essi, cambiando toni ed intensità quando si approccia ad uno o all’altro. Questo è il motivo per cui ho scelto di utilizzare punti di vista differenti per i quattro filoni, per permettere alla narrazione di adattarsi alle varie protagoniste e non viceversa.
Anna Chiara Cuozzo ha pubblicato il suo primo romanzo, Il pianto della matrioska, a sedici anni. Dopo molteplici esperienze nella scrittura online – specialmente su Wattpad – si è cimentata nella stesura di questo romanzo, la cui idea è nata da un viaggio in Argentina.
Giuseppina Capone

Symposium sulla storia della moneta dal baratto alla valuta digitale

Il Symposium sul tema ‘’La Storia della Moneta dal baratto alla valuta digitale”, si è svolto il 17 maggio scorso, presso la sede del progetto Uniforme, in piazzettatta Sant’Eligio n. 5 a Napoli.

A dare il via a questo interessante convegno è stato Vincenzo Angrisano, presentando il progetto “Vivere Meglio” (CITS, Napoli è, noi contro la mala sanità e altre). Il progetto, ha come obiettivo quello di promuovere iniziative atte a informare l’opinione pubblica su temi di scottante attualità come l’ambiente, la salute e l’educazione finanziaria, (tema della serata), che si auspica  diventi materia di studio e di informazione diffusa. Vincenzo Angrisano ha, in seguito, passato la parola ai conduttori del Symposium Andrea Giglio, Nando Russo e Domenico Credo. Andrea Giglio, Networker digitale, ha spiegato ai presenti che per risalire all’origine del termine moneta occorre tornare indietro nel tempo all’epoca degli antichi Romani, precisamente al 390 a.C. durante l’assedio di Roma da parte dei Galli. Tutto ebbe inizio quando, durante una razzia dei Galli, nei pressi del Tempio di Giunone, le oche del Campidoglio iniziarono a starnazzare lanciando l’allarme. Da quel momento la Dea Giunone prese l’appellativo di Moneta, dal latino monere ovvero avvisare. Dopo qualche tempo, accanto al tempio di Giunone Moneta,  nacque la “Zecca” ossia la fabbrica del denaro che dal quel momento assunse il nome di Moneta. Durante il Symposium, a continuare la narrazione sulla storia della moneta e sul denaro, Nando Russo e Domenico Credo, i quali, con i loro racconti, hanno portato l’appassionato pubblico presente in sala, in un metaforico viaggio attraverso i secoli partendo dal baratto (primo sistema di scambio) sostituito, successivamente, da altre forme di pagamento convenzionali come il sale o conchiglie, fino ad arrivare alla realizzazione delle monete e delle banconote e attualmente della valuta digitale. Il symposium si è concluso con la promessa che l’argomento, che ha suscitato interesse in tutti i presenti, sarà approfondito nei prossimi incontri.

Alessandra Federico

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